La linea leopardiana della prosa

Le frasi prescritte, il pensiero confezionato, hanno perso il ricordo di questa mobilità eccitatoria delle parole, che in Leopardi viene in primo piano. Ed è questo il nucleo della sua “ultrafilosofia”, che pone in primo piano le affezioni, gli stati di sensibilità, messi a funzionare come il pennino oscillante d’un barometro.

La linea leopardiana

Nello Zibaldone la sintassi non ha niente di classico, perché non è ipotattica né paratattica. Mancano le subordinate, ma mancano anche i tagli paratattici delle frasi. Il fraseggio si sviluppa per aggiunzioni continue di frasi appese e scandite da virgole, archi di frasi con ritorni all’indietro, ripetizioni avvolgenti, e un andamento aperto che spesso si perde in un “eccetera”. Questo è il modo di articolare il fraseggio di chi pensa scrivendo: non mette in prosa blocchi di pensiero già pronti, ma insegue idee che si sviluppano man mano nel flusso delle parole. Così si produce una mobilità che può espandersi in ogni direzione, inseguendo la sorpresa del dire qualcosa che fino ad allora non si pensava. È questo che chiamo la linea leopardiana della prosa: mai linea retta, linea sempre erratica e frammentaria, mobile e sospesa. “Pensiero sempre interrogante e incompiuto, privo di protezione”, dice Antonio Prete. “Una guida che in ogni sosta – in ogni frammento – ha disseminato cartigli: per ricordare che il cammino si sta svolgendo all’aperto…”.

La nostra letteratura non possiede un altro esempio del genere, con il fraseggio che scivola a ogni pagina tra diversi punti di un orizzonte sempre impedibile, incontornabile. A ogni pagina si passa da un tema all’altro, da un punto teoretico all’altro, senza mai una visione riassumibile in una teoria conclusa. Si va avanti per squarci, per onde di pensiero, per richiami momentanei e parziali a un orizzonte esterno. Questo ci ricorda come la visione naturale non possa mai abbracciare i limiti del nostro sguardo, definire il suo campo, fissare in modi prescritti quel che c’è da vedere intorno a noi. E per questo, non si può leggere lo Zibaldone sperando di ricavarne una teoria persuasiva ad uso pedagogico; si può solo trovarvi il senso di “un cammino che si sta svolgendo all’aperto”, come dice Antonio Prete, “e tutto intorno ai sentieri si dischiude un paesaggio mutevole, e ci sono lontananze e riflessi che possono attrarre lo sguardo dell’osservatore”.

L’attrazione delle lontananze e lo sguardo di chi osserva: sono i poli dell’illimitato e del finito, tra cui si situa ogni visione del sensibile, non bloccata da astrazioni categoriche. La linea della prosa leopardiana si muove solo seguendo le attrazioni dei pensieri vaganti, i richiami delle immagini che affiorano, gli umori teoretici e gli stati di affezione. Non si può estrapolarne un precetto, una definizione fissa da smerciare senza problemi. Qui ogni citazione corre il rischio dell’inconcludenza, della vaghezza, come un frammento vagante che non appartiene a nessun sistema concluso. Allora trattando di Leopardi ci troviamo anche noi nella stessa situazione della sua prosa, privi di protezione, e necessariamente mossi da attrazioni, da intensità, umori ed estri del momento. Quello che conta alla fine non sono le mete a cui arriviamo, ma il continuo transito attraverso gli stati di affezione che sorgono, come una mobilità eccitatoria che è l’anima di questa scrittura, e di ogni modo di scrivere non ancora catturato dalle “rappresentazioni del reale”.

Le frasi prescritte, il pensiero confezionato, hanno perso il ricordo di questa mobilità eccitatoria delle parole, che in Leopardi viene in primo piano. Ed è questo il nucleo della sua “ultrafilosofia”, che pone in primo piano le affezioni, gli stati di sensibilità, messi a funzionare come il pennino oscillante d’un barometro. Un’affezione è qualcosa di esterno che ci tocca, che produce un’inclinazione, un appetito del pensiero e dei sensi; e tutti i libri che ci piacciono agiscono su di noi in questo modo. Come quando si dice che si è affetti da una malattia, così si resta affetti dalle parole; allora i pensieri diventano onde, desideri della visione, allucinazioni percettive ed effetti idiosincratici a cui si va incontro. La cosa più importante della “ultrafilosofia” leopardiana è che non avvolge le affezioni con i riflessi psicologici dell’interiorità, ma le intende alla vecchia maniera come effetti dei sensi che sfuggono al volere, e di qui stati di sensibilità che acutizzano lo sguardo. Nessun altro pensatore ci richiama con tanta sicurezza a questa germinazione naturale del pensiero che sono gli stati d’affezione. Le condizioni affettive sono la sua chiave per uscire dalla triste ragionevolezza delle filosofie analitiche, recuperando energie che contrastano la noia e l’uniformità delle società moderne.