Gianni Dova, <em>Volo a incastro</em>
Gianni Dova, Volo a incastro

Captaplano

a cura di Alberto Volpi

La GIPSI

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Per giovane intellettualità della provincia e della sinistra italiane (fin dall’inizio appunto GIPSI) si deve intendere quella fascia di popolazione di ambo i sessi compresa più o meno tra i venticinque e i trent’anni, laureata, residente in centri urbani che vanno dai 50.00 ai 150.00 abitanti circa, e d’orientamento politico dichiarato gauchiste, seppur non necessariamente sfociato nella militanza.

Qualcosa di più avevo letto di Ricardo Piglia, fatto che mi aveva spinto verso queste sue lezioni, le quali rappresentano anche con tutta evidenza, oltre a una teorizzazione di genere e un’analisi delle opere di Onetti, una preziosa guida per i suoi romanzi.

Anche sul piano letterario, come già su quello biografico, Lajolo è stato dunque in grado di ripensare ad una posizione grettamente ideologica e con onestà fare ammenda, a testimonianza della serrata lotta tra schemi sovraimposti e riflessione individuale che ha caratterizzato gran parte del Novecento e di cui egli è stato protagonista con alterne riuscite.

Versi verdi

di in: Captaplano

La nota introduttiva di Alberto Volpi a un’antologia di “ecopoesia” che raccoglie testi della letteratura italiana del Novecento variamente ispirati alla natura e al rapporto dell’uomo con essa.

Scriveva Kafka il 9 marzo 1922, non molto più di un anno dalla morte: “E se uno soffocasse per propria iniziativa? Se, a furia d’insistere a osservare se stessi, l’apertura dalla quale ci si rovescia nel mondo diventasse troppo piccola o si chiudesse del tutto?”. Ora questa immagine del suo stesso accanito diarismo Kafka potrebbe prestarla in modo calzante all’atteggiarsi monologico del teatro novecentesco.

Tocca però ripetere che in Mari raramente si tratta di un mero gioco formale, perché sempre nelle pieghe più libresche “fa capolino la più umana di tutte le materie: l’autobiografia”, come ha scritto Simonetti su «La Stampa».

E però un sospetto aleggia nella mente dell’interlocutore di Schtitt, il ragazzino handicappato suo pupillo e sponda dei lunghi sproloqui, che piega, pur senza una definitiva chiusura, il discorso verso il dubbio: “Ma allora lottare e sconfiggere l’io equivale a distruggersi?”

La serpentina permette, in senso metaforico, di eludere qualcosa di spiacevole (la richiesta della brigata, la bastonatura del signore) o di difficile. Non è detto che i due termini non coincidano e che quanto pone difficoltà e impegno diventi presto sgradito. Allora un risvolto più problematico della serpentina elegante e liberatoria avrà a che fare con la responsabilità.

Il romanzo in versi sembra competitivo con il fratello più fortunato, sia sul piano della resa di uno o più personaggi che di un’impressione sintetica di società, giovandosi di quel tanto di frammentario dovuto agli inevitabili salti impressi dalla poesia, piuttosto in linea con la sensibilità odierna.

L’affresco di Rossanda è analitico nella ricostruzione di storia e personaggi, va alla ricerca di spiegazioni, traccia bilanci, laddove Pintor gioca tutto a trattenere e scorciare con un effetto di concentrata trasognatezza.

Il tuffo insomma, laddove chiude la sua forma, può mettere in comunicazione con le regioni misteriose del sogno, come sprofondare nello spruzzo blu d’un quadro di Mirò. Oppure può virare in una realtà d’incubo: la terra resa un cumulo di macerie senza fine a causa di un conflitto nucleare, ora oleografata da una macchina dominante chiamata Matrix.

Se però, come nel caso del modello Palinuro, entra in campo la morte, l’atmosfera cambia. Robert Falcon Scott, che raggiunge il Polo Sud 35 giorni dopo Amudsen, osservando la bandiera altrui nel punto ossessivamente agognato, e muore di fame nel vano rientro dal gelo artico, si trasfigura in altra dimensione.

Il ritrattista può essere sedotto (ed esercitarsi di conseguenza) oltre che dalle persone, da luoghi e oggetti, perché ogni spettro ha il proprio spazio elettivo. Ed il primo non è il tavolino del medium ma la pagina bianca.