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“È in coma, non la può sentire,” ha detto l’infermiere, mentre con gli occhi continuava a seguire lo schermo. Finché i tracciati sono scesi, si sono appiattiti del tutto.

Medico. Commercialista. Ingegnere. Perfino storico dell’arte suonava bene. E io? Letterata…? Le serate con gli amici erano diventati momenti strani, in cui si parlava di cose adulte, a tavola: ambizioni, curriculum spediti, titoli di studio da portare con orgoglio agli incontri di lavoro.

La mia pancia cambiava addirittura forma, con bozzi che si spostavano qua e là, e dovevamo monitorarla, ammansirla con le medicine e tenerla ferma perché, non si sa come mai, a volte succede così: la creatura vuole nascere troppo presto e alla mamma tocca stare con il corpo immobile e una flebo per braccio, nelle braccia bloccate sul lettino.

“A un certo punto ho trovato una colonna di camion che dal nord andavano proprio a Firenze. Mi hanno lasciato salire su uno, era coperto da una rete e mi ci sono aggrappato per ore… sotto c’era l’esplosivo. L’ho capito solo dopo del tempo cos’era: era l’esplosivo con cui i tedeschi hanno fatto saltare i ponti, a Firenze, per cercare di fermare gli alleati…”.

Niente acqua dal cielo, niente strepiti o cambiamenti sulla terra. La gente ferma sotto il giogo delle tradizioni immutabili e della dittatura spietata ma invisibile. Paciosi, ingabbiati, mi sembravano i Siriani. E lenti anche nel dolersi delle questioni loro. Pericolosa? No, mai. Rispondevo a chi si stupiva della mia fiducia e del mio affetto. La Siria che conoscevo era così, e non mi lasciavo disturbare dai segnali di pericolo. Come il nome stesso del luogo in cui vivevo: Dimasq.

Sensazioni di un futuro che sapevo ci sarebbe stato, in qualche modo. Sapevo che, da ragazza, avrei cercato di nuovo questa possibilità di essere persa da qualche parte del mondo. Quando, con lo zaino in spalla, mi sarei lasciata andare a strade assolate e vuote, a paesaggi senza arrivo sicuro, a itinerari scelti dalle correnti del vento.

Le mie mani aggrappate alle sbarre del lettino sono uno dei miei primi ricordi. Una sensazione che ho ancora sui palmi: le sbarre di legno tondo, con una parte che si slargava nel centro, per decorazione, a cui mi afferravo scuotendo piano, senza far rumore. Ero nel cuore della notte, nel cuore della casa e [continua]

Erano strette, quelle curve, molto strette. Non bisognava guardare da altre parti, non bisognava ascoltare la musica o l’amico. Solo guardare e tenere lo sterzo ben saldo, calcolare bene quanto girarlo, e quando; prima che finisse la curva, girare veloce dall’altra parte. Una volta, un’altra. Un’altra.

Che è cosa ancora più strana, considerando che non era solo un cibo avariato e quindi non sano. Era anche cibo putrefatto; un organismo che è passato dal mondo dei vivi, delle sostanze che ci sostengono, che bruciano dentro di noi facendoci muovere, interagire, sviluppare cellule necessarie e tutto il resto, al regno immobile in cui le cose si trovano in una dimensione fredda, silenziosa, che ci nega nutrimento, ci blocca, ci fa deperire e infine sparire.

Perché non sono più figlia da un po’ di tempo, ormai, e l’ordine ancora non arriva. Ancora sento questo vuoto fra me e le cose. La privazione del contatto, della pelle che i miei genitori erano fra me e il mondo. Sono nuda, ogni spiffero mi colpisce forte. E cerco riparo. Dietro ai ricordi, e alla ricostruzione. La comprensione no, non la sento possibile.

Ho preso una quantità di pillole che mai avrei creduto di poter ingurgitare nello stesso giorno. Gialle, marroni, bianche e rosina. Toni naturali, pasticche enormi. Ho faticato a buttarle giù nonostante i litri di acqua e una gola tutto sommato ubbidiente. Forse era il cervello che si ribellava… “Ma sei matta? Vorrai mica prenderle tutte???!!!”, [continua]

Camminavo in un parco dall’erba curatissima e verde intenso. Alle spalle avevo lasciato una pista ciclabile sterrata, graziosamente curva, e gli amici che ci avevano invitato, che conversavano con mio marito. Davanti avevo un mare vasto, azzurro, liscio, e un cielo striato di nuvole leggere. Ho posato la bici e percorso alcuni passi soffici sull’erba [continua]

In realtà non stavo assolutamente facendo quello che credevo, ma questo l’ho capito solo dopo. Lì per lì ho strappato gli assegni e li ho messi nella busta con un gesto brusco, nato dalla serie di pensieri sgradevoli che tutta la faccenda mi stava causando. Ai miei piedi, sotto la scrivania, avevo il cestino colmo [continua]