Es-Sham

Niente acqua dal cielo, niente strepiti o cambiamenti sulla terra. La gente ferma sotto il giogo delle tradizioni immutabili e della dittatura spietata ma invisibile. Paciosi, ingabbiati, mi sembravano i Siriani. E lenti anche nel dolersi delle questioni loro. Pericolosa? No, mai. Rispondevo a chi si stupiva della mia fiducia e del mio affetto. La Siria che conoscevo era così, e non mi lasciavo disturbare dai segnali di pericolo. Come il nome stesso del luogo in cui vivevo: Dimasq.

di in: Ribaltamenti (1)

Ho un medaglione di pietra nero, sulla mia scrivania, a Roma. È scolpito da linee chiare; un soffio di paesaggi leggeri, di monti e profili di alberi, fiumi che sfociano in un mare che poi circonda il tutto. Un piccolo tutto, sospeso in un incanto di dimensione impossibile.

Contiene un rumore, che si sprigiona nel guardarlo: il ticchettio che lo aveva scolpito, un piccolo tratto per volta, in mesi di sedute. Anoush si metteva a scolpire, dopo avermi infilato addosso aghi grossi e dolorosi. Il metodo cinese antico, diceva lei, che mi avrebbe guarito il dolore alla spalla. Mi lasciava sul lettino, a rilassarmi, mentre il dolore si perdeva e subentrava la coscienza della stanza illuminata di luce gialla, delle tende appese dal centro del soffitto fino ai lati “L’energia non ama gli angoli: con queste tende la stanza ha solo curve morbide”, dell’incenso dolce e forte. La voce di Anoush mi raccontava della sua vita a Damasco, che lei adorava. Del suo lavoro, che le dava tante soddisfazioni.

Collaborava con un fisiatra armeno che aveva uno studio nella piazza al centro della zona degli stranieri. Malki, con le case ancora nello stile del mandato francese: stucco bianco intorno alle finestre, e persiane verdi. Vialetti alberati, piazze e piccoli giardini ben tenuti. Il quartiere dei locali occidentali, degli uffici e delle ambasciate. Quella americana era in una strada di lato a noi, e quella inglese poco lontano. Quella italiana dall’altra parte di una strada, poco oltre.

Due volte alla settimana andavo nello studio del fisiatra armeno per fare ginnastica in una saletta, insieme a quattro o cinque signore velate. Un paio di loro strette in tute aderenti, molto sensuali pur non lasciando un centimetro di pelle scoperta, e le altre infagottate nel solito cappottino con cui andavano in giro per strada; i capelli sotto un copricapo aderente alla testa, di cotone bianco, coperto da un foulard a tinta unita. Ridevano e parlavano tutto il tempo fra loro, mentre facevamo ginnastica, e mi piaceva stare in loro compagnia, anche se capivo solo poche frasi, perse in mezzo al chiacchiericcio.

Anoush invece parlava lentamente in inglese, sottovoce, scegliendo le parole. Mi parlava di come aveva dovuto lasciare l’Armenia per vivere senza documenti in Siria, la sua nuova patria. Poi mi chiedeva di me, dell’Italia, della mia vita lì a Damasco. Domande a cui rispondevo con un mormorio di voce rilassata, e cercando di restare sul vago.

“Hai visto cosa hanno fatto ai nostri fratelli?” mi chiedeva.

“Intendi il bombardamento?”

“Sì, hai visto quanti bambini sono morti? Che male avevano fatto?”

Avrei voluto dirle che avevo tremato vedendo le bombe cadere su Baghdad e sgretolare sedi del partito Baath, palazzi presidenziali, riserve idriche, scuole e ospedali. Le “vittime inevitabili” di Clinton restare uccise, o ferite, a centinaia. A migliaia abbandonare le loro case.

In che modo potevano essere responsabili della produzione delle armi di massa di cui si accusava Saddam Hussein? Sempre che esistessero. Tutti lì a Damasco lo sospettavano, che fossero una scusa per entrare in armi nel paese vicino. Per spodestare il regime iracheno. E tutti si preoccupavano che fosse una mossa ottusa, dato che Hussein e il suo grande amico e alleato siriano, Assad, erano l’unico baluardo contro l’islam radicale che avanzava.

Ma cosa potevo fare? E cosa potevo dire ad Anoush?

Tempo prima le avevo parlato di una cosa che stavo scrivendo sulla Siria, e i servizi segreti erano entrati ben due volte in casa mia, frugando fra i miei file. Capivo che la sua posizione richiedesse questo pedaggio, di collaborare con il regime, e non gliene volevo. Ma da quel momento mi limitavo a commenti vaghi, “È terribile…”, e ad ascoltare le sue invettive contro gli alleati inglesi ed americani, che facevano scempio dell’Iraq senza motivo, ferendo così anche i fratelli siriani. Uniti dalla stessa cultura, lo stesso partito, lo stesso tipo di regime al potere.

E lo stesso popolo pacifico, anche. Così mi pareva, da quando ero arrivata in quella Siria polverosa, lenta e paciocca. Una Siria stroppiata di cibo, unica ossessione. Gli uomini con il ventre prominente e ingordo nei negozi, a far la spesa, e le donne, larghe sotto le vesti ampie, a cucinare per ore, in casa. E i muezzin a cullare di canti la notte, le strade intricate di un traffico così assurdo da non spaventare. Perdersi fra muli e carretti tirati a braccia, auto schiantate dalla ruggine e auto rombanti, lucide come soldi nuovi, era quasi un gioco, quasi divertente. Finestrini chiusi, però, per lo smog e la sabbia sospesi sulla città in una nube grigio-rosa immobile, non scalfita dalla pioggia per anni.

Niente acqua dal cielo, niente strepiti o cambiamenti sulla terra. La gente ferma sotto il giogo delle tradizioni immutabili e della dittatura spietata ma invisibile. Paciosi, ingabbiati, mi sembravano i Siriani. E lenti anche nel dolersi delle questioni loro. Pericolosa? No, mai. Rispondevo a chi si stupiva della mia fiducia e del mio affetto. La Siria che conoscevo era così, e non mi lasciavo disturbare dai segnali di pericolo. Come il nome stesso del luogo in cui vivevo: Dimasq.

Credevo di vederlo scritto sui cartelli, per strada. Cartelli strettamente in arabo, per confondere il nemico in caso di invasione. Ancora credibile, vent’anni fa, in un paese dove internet era una striscia lenta di pazienza da esercitare sul proprio computer, aspettando che le conformazioni si allacciassero, lente, con la poca forza della connessione, e che filtrassero attraverso l’apparato depuratore del regime, che bloccava ogni sito inviso, ogni ricerca effettuata anche per sbaglio su server non graditi.

Ma i cartelli non indicavano Damasco, come tutti pensavamo con la nostra mente occidentale. L’ho capito solo dopo qualche mese, quando ho iniziato a parlare e leggere l’arabo: il nome con cui i Siriani indicavano la loro capitale, sui cartelli, era Es-Sham. L’Oriente.

E questo fatto mi aveva allarmato: “stai davvero capendo tutto? Non è che quello che vedi è solo quello che vuoi vedere?”, mi aveva detto. Ma le sue parole le avevo ignorate. Perché intorno a me c’erano mamme che si gettavano sulla mia piccola per baciarla, che la prendevano in braccio e mi sorridevano, congratulandosi perché Allah mi aveva concesso il primo figlio, e chissà quanti ne sarebbero venuti, ancora: mi benedicevano per quella grazia che mi era stata concessa e che significava che Dio mi aveva guardata con benevolenza.

Durante una gita alle rovine di Bosra una donna di una famiglia di pastori si era guardata a lungo intorno cercando qualcosa da regalarci ma non aveva trovato nulla. Aveva tolto una collana fatta da uno spago e una perlina di plastica dal collo della sua neonata, allora, e lo aveva messo intorno al collo della mia bambina. E così erano tutti i siriani che conoscevo, ormai da un paio di anni: gentili, premurosi, curiosi e sorridenti. L’ortolano che mi aveva mostrato le sue ciabatte sfondate aveva voluto restituirmi i soldi che gli avevo dato per comprarsene un paio nuove. La sua insistenza mi faceva vergognare di come ero fatta io, che credevo di risolvere tutto a suon di soldi.

Come quella volta che avevo voluto offrire quattrini a un beduino che ci aveva ospitato nella sua tenda rattoppata. I suoi occhi feriti sono un rimpianto della mia vita. “Perché mi offendi?” le sue parole accorate. “Vi ho accolto nella mia casa, vi ho offerto il tè, perché mi togliete di rispetto?” e mio marito, io e la piccola siamo diventati pallidi spettri della nostra cultura, convinta di dover comprare tutto, anche l’ospitalità e la generosità di uno sconosciuto.

E il regime che ci teneva sotto controllo, anche, raggiungendoci con telefonate appena rientravamo a casa, a qualunque ora di qualunque giorno: “Guardate che vi osserviamo, sappiamo tutti i vostri movimenti”, ci volevano dire. Ma nella cornetta non c’era una voce ad esprimere il concetto. C’era una musica araba di sottofondo, in chissà quale stanza dove un agente dei servizi segreti si stava pur annoiando, a seguire le nostre noiose giornate, e aveva la radio accesa mentre faceva la chiamata di turno. Sicuramente aveva anche una sigaretta fra le dita, e un shawrma involtato nel pane arabo, lì accanto.

Pacioso anche lui, in un certo qual modo. Sicuramente innocuo, anche se irritante, il suo controllo sulle nostre giornate. Mi permettevo di dire nella cornetta: “Sto cambiando il pannolino alla bambina, sai? È un segreto di stato ma te lo voglio dire lo stesso!” e di richiudere sbattendo. Tanto, da lì a poche ore, avrebbe richiamato di nuovo, con la musichina accesa, e una presenza di noia e di cibo nel suo silenzio. Fastidioso e innocuo come il ronzio di una mosca.

Per questo mi lasciavo andare alla voce di Anoush, e alle sue rimostranze, finché lei non smetteva di parlare, e restava solo il ticchettio del suo lavoro sulla pietra, come unico suono. Era bello stare lì, infilata di aghi che per ora non mi facevano niente ma che un giorno, forse, mi avrebbero guarito, mentre il ticchettio si mescolava a immagini vaghe, e mi portava in poco tempo al sonno.

Dormivo anche quella mattina di dicembre, e mi hanno svegliato di soprassalto le grida, gli spari, l’odore del fumo. Di colpo sveglia, in allarme, ho afferrato gli aghi a manciate e li ho strappati dal mio corpo, mentre Anoush mi fissava, immobile.  Le mani mi si impigliavano nei vestiti che cercavo di indossare in fretta.

Siamo uscite dalla stanza sul piccolo cortile, che si affacciava direttamente alla piazza. Abbiamo socchiuso il portoncino e guardato fuori, senza farci vedere. Una massa di uomini, compatta, copriva ogni centimetro gridando contro gli Stati Uniti e il Regno Unito, agitando pugni, armi e cartelli, scavalcando muri. Poco lontano, rumore di vetri spaccati. Ci siamo ritirate nel cortile e poi nella stanza.

“Che succede, Anoush?!” Non ne aveva idea ma: “Siamo intrappolate. E se entrano…”, ha detto.

Io, bionda, venivo scambiata sempre per un’americana. “Amerkiie?” mi chiedevano, sorridendo, e io spiegavo  “La, italiie” e subito i sorrisi diventavano grandi, le braccia facevano il gesto di abbracciare, senza mai permettersi di farlo. Nessuno mai mancava di rispetto, in Siria. La curiosità, i sorrisi e le domande a uno straniero venivano arginati dal pudore, e dal timore di dispiacere alla polizia onnipresente.

Ma sbirciando in piazza, da dietro la porta di metallo del cortile, avevo scoperto espressioni mai viste e mai sospettate. Contenevano odio, e uno sguardo appannato che non vedeva quello che aveva davanti, ma un nemico lontano, mostruoso, oscuro. Un nemico incarnato in oggetti, auto e case dei dintorni; incarnato in persone come me.

“Che facciamo?” ha chiesto Anoush. E io ho risposto che dovevamo andare, non potevamo restare ad aspettarli.

Ho chiamato mio marito dal telefono dello studio. Stava bene, dove abitavamo noi non c’era sentore di nulla. Lui stava guardando una videocassetta con la bambina. “Accendi la televisione”, gli ho detto. Ma alla televisione davano i soliti programmi didattici, o i notiziari che mostravano il presidente Assad che inaugurava qualcosa. Stessa cosa alla radio.  Di quello che stava succedendo intorno a me non diceva niente nessuno. Internet era oscurata.

“Qui sta succedendo qualcosa di grave; un colpo di stato, una sommossa… la gente si è ribellata, non ci sono né militari, né servizi in giro! Stanno sfondando vetri, ho paura che entrino anche qui! E anche se non entrano, rischio di rimanere isolata da casa… Non può venire qualcuno ad aiutarmi? I carabinieri?”.

Cittadina italiana in difficoltà, moglie di un funzionario dello Stato in servizio all’estero, mi ero sempre pensata protetta da qualcosa di astratto, che ora mi si palesava nella sua inconsistenza. Due carabinieri a casa con le loro famiglie. Avrei dovuto chiedere a uno di loro di mettere a rischio la sua vita per venire ad aiutarmi… non potevo certo farlo, ammesso che lui accettasse.

“Vengo io, dammi solo il tempo per lasciare la bambina a qualcuno” si è offerto mio marito. Ma la bambina, appunto, aveva bisogno di qualcuno con cui restare, se le cose fossero andate male. E quindi gli ho detto di non muoversi, che in qualche modo sarei tornata.

Io e la mia amica abbiamo provato a travestirci indossando dei foulard che dovevano coprire i miei capelli biondi e i suoi capelli corti, e farci passare per brave donne musulmane. Dopo pochi passi sulla piazza, un ragazzo si è voltato verso di noi e ci ha chiesto qualcosa. Siamo rimaste mute e quello se n’è andato, perplesso. “Rischiamo di sembrare spie”, ha mormorato Anoush, e a testa bassa siamo rientrate nel nostro cortile. Ci siamo tolte i foulard. Abbiamo esitato, riflettuto. “Meglio uscire adesso, senza foulard. Ora sono presi da altro, se aspettiamo che si calmino è più facile che ci notino” ha detto Anoush. Ero di nuovo d’accordo, e quindi ci siamo lasciate la stanza e il cortile alle spalle. Abbiamo chiuso il portone dietro di noi e siamo entrate nella piazza, tenendoci per mano, a testa nuda.

La folla era lì, dappertutto; si muoveva in rivoli distinti, compatti. Alcuni verso una direzione, alcuni verso un’altra. Ma uniti dalle grida, gli sguardi opachi, le teste di uomini che guardavano lontano, e lanciavano slogan. Io ero il loro oggetto. Se mi avessero notato ne bastava uno. Uno che puntandomi il dito addosso avesse detto ”Amerkiie!” e un altro mi avrebbe tirato una pietra sulla faccia. O un pugno nel petto. Ne ero sicura.  Loro erano i miei nemici. I siriani che amavo. Io ero il loro oggetto di odio.

Ho capito in un momento che dovevo ribaltare questa cosa. Dovevo cambiare il mio modo di sentirmi. Dovevo non essere me, dovevo essere loro, unirmi al movimento ondivago. Prendendo la mano di Anoush, guardandoci negli occhi, senza dover parlare ci siamo dette questo: “Facciamoci folla”.

Mano nella mano abbiamo camminato, con gli occhi bassi ma senza nasconderli. Nella massa, fra le spinte; unica bionda, unica donna con i capelli corti. Siamo restate fra i rivoli umani che urlavano contro di noi, ma noi eravamo loro, e quindi non si accorgevano di averci accanto.

Finché siamo rimaste folla non è successo niente; camminavamo fra gli altri, lasciandoci portare, ma anche procedendo lentamente verso la mia auto. L’abbiamo vista di lontano e ci siamo sentite salve. Siamo entrate, abbiamo chiuso gli sportelli, e sospirato. L’incanto si è rotto. Eravamo di nuovo estranee alla folla, eravamo di nuovo straniere.

Ci hanno circondato e battevano sul tetto, battevano sui finestrini. Gridavano chissà cosa contro le nostre facce abbassate. Non ero più loro, non ero più con loro, non ero più invisibile. Ho pensato che se avessero cercato di rompere i vetri io sarei partita di scatto. Avrei messo tutta la forza del motore fra me e i loro corpi. Li avrei scaraventati via. Ho pigiato l’acceleratore ma piano, per contrastare la mia visione di morte. Ho sfiorato il pedale, e la macchina, gentilmente, si è mossa. I miei amici siriani… non volevo fare del male a nessuno. Volevo solo tornare a casa.

Si sono accorti del movimento, si sono accorti del movimento lento. Si sono scostati, hanno aperto la strada, ci hanno lasciate passare. E si sono diretti, di corsa, verso chissà quale obbiettivo.

Ho guidato a passo d’uomo fino a qualche strada più giù, dove di colpo il tumulto era finito. Non c’era più folla inferocita, non c’erano fumo, colpi o urla. C’erano le solite casette mal rifinite, i bambini a giocare per strada e i venditori accanto alle botteghe.

Ma, in uno slargo, poco più avanti, c’erano dei camion militari che scaricavano gente. Facevano scendere uomini dal retro. Un salto, hop, e giù. Uomini presi chissà da dove; forse dalle campagne, dove il regime andava a prelevare le persone da portare in piazza per le manifestazioni di giubilo nelle celebrazioni. Forse dalle fabbriche dove gli operai erano reclutati per le stesse mansioni. Persone normali, che ancora non urlavano e non avevano gli occhi opachi. Da quei camion scendevano uomini che si sgranchivano dopo un viaggio; prendevano in mano un cartello, un bastone o una torcia ancora spenta, e correvano a raggiungere la folla.

Chissà chi erano quelli con le armi e con le torce. Forse militari, forse persone dei servizi. Agitavano gli altri, li aizzavano… chissà fin dove li avrebbero spinti. Chissà se sarebbero davvero riusciti a controllarli, una volta diventati folla. Probabilmente nemmeno loro sapevano cosa stava succedendo intorno alla piazza.

A passo d’uomo ho superato i camion e le ultime case del quartiere, mi sono spinta nella periferia dove abitava la mia amica, lasciandola in un punto da dove avrebbe preso dei mezzi per rientrare a casa. Io sono andata alla mia. E ho trovato mio marito, in mezzo di strada, che mi aspettava.

Nei giorni successivi, dai giornali stranieri, dai racconti dei testimoni, dal responsabile della croce rossa e i diplomatici americani abbiamo ricostruito cosa era successo.

Il 20 dicembre Damasco era insorta contro gli alleati occidentali per sdegno contro quello che aveva subito Baghdad, e per mostrare all’Occidente che non avrebbe gradito lo stesso trattamento. La manifestazione, promossa dal regime, era subito degenerata. Centinaia di persone, gridando slogan contro l’occidente, avevano distrutto tutto quello che avevano trovato nelle sedi di solito occupate dagli stranieri, nel centro della città. Erano entrati nel British Council, e avevano chiuso i bambini che stavano studiando l’inglese in alcune stanze, insieme ai loro insegnanti. Se l’erano presa con computer, sedie e scrivanie, riducendo in pezzi tutto quello che c’era nel resto dell’edificio. Si erano sfogati anche sulle macchine degli stranieri in sosta, e quindi erano penetrati nella residenza dell’ambasciatore americano. I quattro Marines di guardia avevano ricevuto l’ordine di non opporre resistenza; avevano imbracciato il fucile, immobili, e osservato la folla urlante arrampicarsi sui cancelli e riversarsi dentro il giardino, poi nella casa dell’ambasciatore. A caccia dell’uomo, della sua famiglia. I quali, intanto, venivano tratti in salvo da un elicottero militare.

Un commento su “Es-Sham

  1. lorenzo

    Che dire Fra ? Mi pareva d’esser lì col batticuore della paura e della tensione e d anche nella pacatezza della descrizione delle prime righe. Quanto poco conosco dei quei posti, di quelli genti. Benchè sia un curioso che studia sempre le situazioni internazionali, che cerca di comprendere la vita, la violenza , l’amore, la religione degli altri popoli, benchè mi sforzi di capire non riesco se non dopo molto tempo a crearmi una idea plausibile. Il tuo racconto mi ha sbalestrato perchè hai dimostrato cose che ignoravo per ignoranza . Grazie e complimenti.

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