Una solitudine senza solitudine

Esce tra pochi giorni il nuovo libro di Massimo Rizzante, Una solitudine senza solitudine, nel quale l'autore ha raccolto la sua opera poetica degli ultimi trent'anni. Il custode della poesia di Massimo Rizzante è un uomo prosaico che desidera estinguere quel ridicolo monarca chiamato «Io». Per l’autore, in altre parole, la poesia è sempre «poesia di circostanza», fedele alla propria situazione storica e allo stesso tempo in dialogo con tutte quelle del passato. E, a causa di questa fedeltà, non deve temere di bruciarsi venendo a contatto con la varietà delle forme e dei contenuti. La sua sfida, infatti, non è quella di fondersi con il mondo, ma di comprenderlo.

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Una solitudine senza solitudine (Effigie, 2020) raccoglie le poesie scritte negli ultimi trent’anni da Massimo Rizzante. È composto da tre raccolte edite, Lettere d’amore e altre rovine, Nessuno, Scuola di calore e da una quarta inedita, Benvenute, vertigini! La sua poesia non sembra affondare le radici nell’humus italiano. Sarà perché l’autore si è formato all’estero, o perché non è mai riuscito a intrattenere un buon rapporto con il suo paese, o ancora perché fin da ragazzo è perseguitato dalla convinzione che restare ai margini di una cultura sia l’unico modo per rigenerarla. Ecco cosa ha detto una volta: «Quello che cerco e non trovo nella poesia italiana è il senso storico, la capacità di colloquiare, come se fossero viventi, con i personaggi più disparati, dal primo dei poeti di Roma al più anonimo dei sudditi dell’ultima provincia dell’ex Impero sovietico. Quel che trovo nella poesia italiana, invece, è la refrattarietà a coltivare e a far crescere lungo i vetri delle sue serre i rampicanti della follia della Storia. La poesia italiana è sempre stata eloquente, lirica, o sperimentale! In essa non vi ho mai scorto una vera vena ironica in grado di compatire gli uomini o di fermarsi davanti al mistero racchiuso nei dettagli triviali, infimi, osceni, del mondo: il regno fiammingo dei dettagli, il regno russo dei dettagli, il regno centroeuropeo dei dettagli, il regno di Dio dei dettagli! Nella poesia italiana mi manca la coscienza della distanza che misura la devastazione che il troppo sapere o la brutale assenza di sapere provocano nella natura umana: quel soffio che fa crollare in un batter d’occhio il castello di carta della cultura». Che cosa aggiungere? Che il custode della poesia di Massimo Rizzante è un uomo prosaico che desidera estinguere quel ridicolo monarca chiamato «Io». Per l’autore, in altre parole, la poesia è sempre «poesia di circostanza», fedele alla propria situazione storica e allo stesso tempo in dialogo con tutte quelle del passato. E, a causa di questa fedeltà, non deve temere di bruciarsi venendo a contatto con la varietà delle forme e dei contenuti. La sua sfida, infatti, non è quella di fondersi con il mondo, ma di comprenderlo.

In anteprima esclusiva per i lettori di Zibaldoni e altre meraviglie, presentiamo alcune poesie tratte dalle quattro raccolte che compongono Una solitudine senza solitudine, ringraziando l’autore e l’editore per la gentile concessione.

Da Lettere d’amore e altre rovine (1989-1998)

Offen Bach

in primo piano frangetta, sullo sfondo neve, purezza

a sinistra il profilo aquilino del secolo, a destra l’Europa

poi, sulla cresta di una roccia, scivoli sulla pronuncia:

dizione imperfetta! così ricominci dall’età della pietra

più miope di una mosca bianca a due palmi dalla vetta

guarda! hai una cordicella appesa al chiodo dell’infanzia

con cui scendere in fretta spargendo lacrime di gioia

sei salvo! – non dare retta al regista della montagna –

come il figlio prediletto nel grembo di erode

stazione termale, luminosa anticamera della morte

con vista su laghetto grigioperla, prato amaranto, viole

al centro in topless una gorgone, glutei immusoniti, vene varicose

lillà, coppie assiepate come ruote sgonfie, contorsioni

di cani, mercedes blindate, tate teutoniche in pose statuarie

mimose, mosche carnarie, eternità a nove teste, cuffiette bianche

se sei vivo è per contare all’infinito i semitoni

discendenti, le tegole sul capo, le mele di newton

le gocce di tranquillante, tutte le offerte votive della gravità

anus dei, anus mundi! esclamano in coro gli ortodossi

davanti a un’icona con i baffi: ovazione di fringuelli nel sottobosco

anche se quest’autunno le foglie non possono cadere più in basso

allo scacco matto, il re stramazza al suolo come un cavallo

ora il posto dei testicoli è vicino a un sacchetto di sambuco,

scavo una fossetta nel letto, compongo la mia sagoma di fuco

lecco ancora un po’ di miele dalla celletta dello spirito:

ma non chiedere al secolo gremito né al grinzoso insetto

di strapparsi dal petto il loro aculeo, se in cirillica solitudine ti ho amato

*

Da Nessuno (1999-2006)

conoscevo ancora me stesso

quando la prima fuggì scalza dal letto

la seconda corse a perdifiato

la terza, nuda, spalancò la porta di casa

la quarta fu un intervallo

poi non ricordo

fu Troia o la giovinezza ad andarsene a fuoco?

la quinta ritornò in sogno

la sesta, da morta, mi pose una precisa domanda

la settima, una pietra sopra

*

Da Scuola di calore (2007-2012)

Iman

sulla strada per ourika siamo come uccelli

notturni che si strappano le ali a vicenda

fino a quando il becco affonda in un organo cieco a molti

soprattutto a coloro che sono stati ciechi a lungo

così l’amore ci chiama. E da uccelli notturni

dobbiamo trasformarci in talpe, scavare cunicoli

e, se necessario, saziarci di tenebre senza poter risalire

in superficie. E questo per un giorno, o per sempre

o in cani che girano su se stessi un numero di volte

pari ai loro anni, moltiplicato per le cagne in calore

che hanno posseduto e che ora ubriachi cercano di ricordare

prima di trovare una posizione in cui dormire

o in mariti puntuali che all’ultima chiamata

s’avvicinano zoppicando al letto dell’amata

posando la testa sul suo inguine: per questo esisti

per sottometterti all’infinito ai miei errori

per questo esiste un incubo chiamato ourika

dove, risalendo a piedi nudi il torrente, mi lascio alle spalle

accampamenti di cicogne, registi in cerca di comparse

scheletri mezzi sepolti alle pendici dell’atlante

e un branco di pesci in guerra per qualche briciola

di pane gettata nella vasca da una coppia di innamorati

dall’occhio feroce di bambini annegati

che non smettono di chiedere, chiedere, chiedere

*

Da Benvenute, vertigini! (2013-2019)

poi si entra nello stato di grazia,

dove non ci sono né leggi né corti di giustizia,

né tribunali né tanto meno folle inebetite o comizi,

del resto, nessuno, essendosi dall’inizio votato

a una causa persa, se la sente di manifestare in piazza,

nello stato di grazia, infatti, non ci sono sbirri, oligarchi,

nuovi ricchi, elogi a despoti senza macchia,

inutili comitati di pubblica salvezza: chi si ammala

muore e chi muore rinasce, prende le forme

di suo figlio in fasce, vibra qualche pugnetto in aria,

grida, poi tace, certo, terrorizzati dal risveglio,

si può impazzire: ma come sopportare tutte

quelle manfrine sul libero arbitrio?

lo stato di grazia, infatti, è in penombra,

bisogna imboccare con la luna nuova quel sentiero

nel sottobosco, circumnavigare il lago, sostare

sotto il ciliegio, temere il peggio, qualcuno, ad esempio,

laggiù sembra annegare, anche se con il passare degli anni,

diventando impossibile capirsi, e modificandosi

perfino i contorni dei volti, è sempre più buio

e una frase basta ad accusarsi, e poi i preliminari,

con l’età si teme la mancanza di scrupoli

e il crudele galateo della natura: le cose

sono fatte per svanire, tutto continuerà come sempre…

felici allora coloro che persuasi

che la guerra durerà sino al prossimo solstizio,

invocano tiranni a liberarli dal castigo,

felici coloro che non sono mai entrati,

che non sono nati, che non hanno mai conosciuto

un corpo capace di ferirli da lontano,

che aspirano al progresso del genere umano

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