Respiro

Il respiro mi accompagnava ormai senza che ci pensassi e avevo questa connessione con tutto, senza sforzo e senza pensiero. E all’improvviso mi è arrivato un brivido. Non fisico, però. O meglio, l’ho sentito nel corpo ma era più profondo. O più superficiale, forse. Una scossa, come se mi si fosse infilata l’anima in qualche presa di corrente. E la presa era tutta intorno a me, ed era anche il mio corpo.

di in: Ribaltamenti

C’è uno spazio vasto, aperto, dietro casa mia, dove si raccolgono l’aria, la luce, i suoni e i colori del quartiere. Sta sopra il percorso coperto di un treno, che si snoda fra le case per oltre sei chilometri. Nessuno se n’era potuto accorgere, per anni, a parte qualche gruppetto che si riuniva lì a bere e rompere bottiglie. Ma che probabilmente non ci faceva nemmeno troppo caso perché ci stava di notte, sotto i chiari di luna o delle nubi basse che riflettevano le luci della città.

Ora, invece, sulla linea del treno c’è una pista ciclabile e pedonale che raccoglie tutto. La luce del cielo, i suoni attutiti delle strade, il verde, i fiori, i profumi delle piante aromatiche. Stanno dentro enormi contenitori, le piante, e si alternano per portare profumi e stagioni sulla pista, ogni giorno. Accanto a quelle secche ne germogliano altre, a turno. C’è sempre aria di fioritura, e ci sono sempre piante verdi, ai lati. Ci sono alberi negli spiazzi che, di tanto in tanto, si aprono per contenere panchine e giochi per i bimbi.

La pista è colorata in due strisce, una verde e una rossa. E con questi colori spavaldi procede sicura e curvosa in mezzo ai retro delle case. Il terreno è collinoso mentre la pista procede dritta, quindi in certi punti si trova a correre all’altezza del piano terra, in altri accanto al primo o addirittura al secondo piano. Per sei chilometri snoda un percorso tutto suo, là in aria, e disorienta, confonde le acque, regala nuove prospettive ad ogni metro.

Il quartiere è come stupito di contenere, al posto di uno spazio abbandonato, bitumoso e sporco, questa lunga striscia di asfalto colorato, con muretti gialli ai lati e, sopra, le fioriere. Anche i gruppetti notturni ne provano rispetto, e si limitano a lasciare in giro qualche coccio di vetro, o qualche firma sui muri. La pista ciclabile resiste, come nessun parco e giardino della zona sono riusciti a fare.

Sicuramente per queste sue curve, che si dispiegano con dolcezza fra i lati nascosti delle case, fra i panni tesi, le paraboliche e le verande, i balconi coi fiori e quelli spogli, i cani con il naso fra le sbarre, i gatti acciambellati sui mobili del terrazzo.

Questo sbirciare nell’intimità degli altri, questo camminare fra i palazzi penetrandone la vita misteriosa del lato meno importante. È da lì che nasce il rispetto; dalla sorpresa infantile.

Sulla pista si respira un’aria di festa, di abbandono, di scoperta. Anche nelle facce che da un po’ mi si ripresentano, nell’andirivieni costante di persone che fanno jogging, persone coi cani, con le bici, coi bambini, con le amiche. Anche nelle facce che si ripetono, si apre, ogni volta, un sorriso meravigliato.

Nei mesi le case, che si erano scoperte un po’ nude, hanno iniziato a imbellettarsi. Pudiche, hanno tolto di mezzo gli oggetti più intimi e si sono pulite, hanno fatto riverniciare le facciate, sostituire le persiane rotte, hanno messo vetri nuovi alle verande e più piante sui balconi.

Anche il mio palazzo si affaccia sulla pista, e dopo qualche riunione condominiale per l’occasione, abbiamo stabilito di presentarci anche noi belli e puliti ai pedoni di passaggio. Che passano giorno e notte. I cancelli chiudono molto tardi e riaprono all’alba, quindi giorno e notte qualcuno cammina, gioca a palla, va sullo skateboard.

C’è aria di festa e di paese; soprattutto nel largo spiazzo con il quale la pista inizia, proprio vicino alla mia casa. Per tre stagioni l’anno i bambini ci giocano a palla e a rincorrersi; si sentono vociare, squillanti e liberi, per intere giornate.

Li ho cercati tante volte, questi strilli felici. Ho lasciato la penombra di casa mia, li ho seguiti in mezzo alla luce improvvisa. Li ho abbracciati insieme ai colori dei giochi, tricicli e palle, scarpette da ginnastica e giacche di ogni forma. Ho lasciato sciogliere il mio silenzio in questo gridare variopinto, e i miei doveri nel fremito del divertimento che passava dalle voci all’aria fino a me.

A volte diventavano suoni dolorosi. Richiami verso qualcosa di dimenticato e forte: la voglia di esserci, di fare, di vedere, afferrare e annusare. Troppo, per me. Come il resto; come tutto quello che si muoveva e godeva della luce e dei suoni, fuori dalla monade perfetta della mia stanchezza.

In quei periodi uscivo di casa con le esperienze ancora attaccate al naso. I lutti, le malattie e le difficoltà come ingredienti che avevano appiccicato strati su strati di cattivi odori. Io ci respiravo le impressioni, attraverso, e tutto si macchiava di brutti ricordi.

Non avevo la forza di osservare intorno, quelle volte. Camminavo concentrata, guardavo dentro le mie stesse budella. Come un aruspice antico, mi sventravo i sentimenti cercando di indovinare se un giorno ci sarei riuscita anch’io di nuovo, a vivere vivendo.

Però i bambini hanno continuato a chiamarmi. Come sirene dal mare asfaltato dell’infanzia in città. Onde della loro libertà mi hanno lambito, hanno continuato a farmi desiderare di essere, nonostante tutto, fuori, all’aria aperta. Hanno continuato a cantare per me, via via nel tempo e il procedere degli eventi, fino a questo momento.

Era stamani, e camminavo sulla pista lasciando ai pensieri il comando. Che andassero in giro ad annusare quello che gli pareva. Si sono gettati sui fiori, sui profumi e sulle solite cose di sempre. E poi hanno portato indietro un ricordo recente, di un libro che mi ha colpito. Di un capitolo che mi è piaciuto, perché parlava di un esercizio di respirazione che portava felicità.

Nel romanzo, l’esercizio di respirazione serviva a un ladro per entrare in sintonia con la gente sull’autobus, con il loro respiro e con le loro percezioni, con l’energia stessa dell’autobus, del suo movimento.

L’esercizio era qualcosa che andava oltre una tecnicuccia di furto; era un modo per uscire dalla propria mente, dal proprio corpo, dalle proprie poche idee sparse dentro il piccolo cervello, e allargarsi a quello che sta intorno, agli altri, a quel che di fluido e potente nel quale siamo immersi.

Questa scena dell’autobus si è fatta largo fra le altre immagini, sulla pista; e mi ha lanciato la sfida di provarci anche io. Respira!

Le condizioni fisiche subito si sono ribellate, mi hanno guardato torvo. Che vuoi fare, tu?

Mi è toccato accorgermi del mio corpo. Dello sterno bloccato, il diaframma schiacciato conto lo stomaco, e gli organi del ventre compressi sotto i muscoli induriti.  Gli spaventi, la sofferenza fisica, gli adii. Ognuno mi era rimasto intrappolato lì, fra lo stomaco e i polmoni. Inciso nel corpo anche quando la mente l’aveva superato, o almeno aveva imparato a conviverci. Il respiro veniva cacciato a forza, con uno stantuffamento faticoso e breve. Un dentro-fuori di aria appena accennato. Solo un soffietto flebile mi connetteva al mondo.

I lunghi, infiniti disturbi degli ultimi due anni, anche, la causa. Quelle infezioni che venivano un po’ per volta o tutte insieme, a ondate. Ora sui polmoni, ora sui bronchi, ora la gola, in un carosello febbricitante che mi turbinava dentro l’organismo, e sembrava non passare mai. E che non avevo il tempo di curare, in quei due anni passati a soccorrere i miei genitori.

In uno dei controlli avevo scoperto di avere anche un asma cronico, chissà da quanto. Problemi collaterali che capitano spesso a chi è allergico fin dall’infanzia. E con ogni respiro si tira dentro pollini, polveri, peli di animali, acari, e il tuo corpo pensa che siano tutti nemici da espellere, li ostacola, li butta fuori come può. Sul referto delle ultime analisi c’era scritto che non importava aver lottato tutta la vita contro l’allergia,  aveva vinto lei.

Per cui adesso, sulla pista, camminavo con questo respirino corto, debole, come timoroso di uscire fuori e portar dentro. Un respiro che cercava di tener lontani i guai.

Mentre camminavo, di tutta quella massa che nel mio corpo se ne stava stizzita e stretta, chissà da quanto tempo, ho lisciato, disteso e rilassato un muscolo per volta.

Ai muscoli in trincea, con l’elmetto e i nervi tesi, ho dovuto spiegare che non c’era pericolo, in quel momento. Li ho convinti, uno alla volta, a togliere le protezioni, ad allungarsi. Ignorando il dolore che questo movimento comportava.

La pista era fresca per l’aria finalmente pulita, dopo tanto vento che ha spazzato ogni inquinamento e ogni odore di città. Sulla pista sembrava campagna, con le piante aromatiche mescolate a quelle spontanee che rifulgevano di mattino autunnale, e di sole pieno.

Dopo i primi dolori ho sentito che le resistenze si incrinavano, e iniziavano a sgretolarsi. Godevo di ogni passo, nella mattina brillante, e a ogni passo facevo caso al respiro, che fosse abbastanza lungo, e tirasse fuori dal corpo l’aria vecchia, tutta, fino in fondo, e poi dentro quella fresca.

Finché non è più occorso pensarci, veniva da solo, questo movimento che mi liberava e mi connetteva, ad ogni respiro. Mi univa alle case linde e pinte, ricche di oggetti e presenze, dietro i muri e le finestre. Alle piante, alle strade in basso. Gli alberi negli slarghi, i vecchietti che riposavano sulle panchine, i bimbi piccoli spinti sulle carrozzine da mamme con le cuffie nelle orecchie e gli occhi socchiusi al sole.

Avevo tutto questo, ad ogni respiro. Dentro e fuori, e poi nemmeno più. Dentro e fuori nello stesso momento. Ero insieme, insieme a tutto, e il respiro mi accompagnava.

A una curva precisa, dove lo spazio si piega gentilmente, colorato e profumato, è successa una cosa strana.

Il respiro mi accompagnava ormai senza che ci pensassi e avevo questa connessione con tutto, senza sforzo e senza pensiero. E all’improvviso mi è arrivato un brivido. Non fisico, però. O meglio, l’ho sentito nel corpo ma era più profondo. O più superficiale, forse. Una scossa, come se mi si fosse infilata l’anima in qualche presa di corrente. E la presa era tutta intorno a me, ed era anche il mio corpo.

È durata un attimo, come tutte le scosse. Ma al contrario di quelle che si prendono per sbaglio, per una dispersione di corrente nel fornello o un filo scoperto in una vecchia lampada, questa mi ha lasciata bene. Con la spina dorsale che si era come risvegliata. O forse ero io che per la prima volta dopo chissà quanto mi ero di nuovo accorta di lei. Ogni vertebra ha vibrato, insieme a questo respiro connettivo. Si è sciolto anche lì qualcosa. Qualche dolore o paura incrostata fra le ossa si è dissolto. E ora era tutto più fluido e più libero.

I movimenti, il cuore e i pensieri, insieme al respiro.