A scuola dai liceali

di in: Circolari
platone

Saranno le sei del mattino. Dormiveglia a bocca secca. Alle otto accompagno il primo figlio a scuola nella parte nuova del paese vecchio. Alle otto e mezza accompagno il secondo figlio a scuola nella parte del paese che si chiama Piano Regolatore. È la stessa in cui abito, ma qui le macchine non servono per fare il week end, servono per accompagnare i figli a scuola e per andare su e giù da un capo all’altro dello sconforto.

Alle nove meno un quarto sono all’edicola, l’unico luogo ancora frequentabile. Sfoglio i giornali, respiro l’aria di questo inferno più infinito degli altri.
Alle nove c’è la messa per l’anniversario della morte di mio padre. Mi siedo nel banco con mio fratello, mia madre è più avanti, sola. Prima che cominci la messa arriva pure la moglie e il primo figlio del fratello. Nella chiesetta ci sono anche alcune anziane che sono abituali frequentatrici delle messe mattutine.

Il prete comincia. Ogni tanto i presenti si alzano e poi si siedono. Io resto sempre seduto, con la sciarpa intorno al collo e il berretto in testa. Non mi sento bene, ma non ho le mie solite paure. Quando il prete a un certo punto prima si ferma e poi gli esce una parola sbagliata, subito penso che forse sta accusando un malore.

Il prete riprende il suo rito. Ha ottantasei anni e sta ancora al suo posto. Forse le forze gli vengono dai tanti malati che ha visitato, dai tanti funerali che ha celebrato.

La messa è finita e andate in pace. Io vado al cimitero, raggiungo il resto della famiglia davanti alla lapide del padre. Non me ne viene alcun sentimento particolare. Il padre mi torna in mente all’improvviso, la sua morte è uno squarcio che nessuna lapide può sigillare. Torno a casa, metto un po’ di roba nella borsa e mi avvio a Sant’Angelo dei Lombardi. Qui c’è il Liceo Classico frequentato dal figlio dei miei compari. Hanno un giornata di cogestione e il ragazzo ha pensato di invitarmi. Ho portato i dvd coi miei documentari e un po’ di cose scritte, ma non mi aspetto niente.

Sono sicuro che non ci sarà nessuno. Non sono un calciatore, un cantante, uno del grande fratello. Sono un anonimo che si crede di essere qualcuno.

Arrivo a scuola. Guardo la bacheca con le attività previste nella giornata. La mia deve essere quella intitolata “Irpinia oggi”. In contemporanea si svolge una proiezione dei Simpson e un’altra attività dedicata alla Tarantella Montemaranese.

Il mio compariello è preoccupato. Sono le undici e nell’aula del nostro incontro ci sono tre persone, poi diventano cinque, poi diventano nuovamente tre. Per un attimo restiamo io e lui.

Arrivano un paio di ragazze, arriva anche il secondo figlio di mio fratello. La proiezione può iniziare. I ragazzi sono tutti del mio paese e il primo documentario mostra una giornata all’edicola.

Sembrano interessati. Io vado a fare un giro per la scuola. Ci sono molti ragazzi nei corridoi.

Molti hanno il telefonino in mano. Ce n’è uno col megafono che ricorda continuamente le attività in svolgimento. In un ambiente abbastanza grande si sta svolgendo la proiezione del fumetto americano dei Simpson. Saranno almeno centocinquanta ragazzi stipati a vedere insieme quello che più tardi vedranno a casa da soli. Fuori c’è un via vai di studenti che non sanno bene cosa fare di questa loro mattinata. Solo due sembrano avere le idee chiare. Stanno vicino a un porta e si baciano. Vado nella palestra dove c’è la Montemaranese. Tre giovani suonatori accennano il motivo della celebre tarantella, qui c’è meno partecipazione che dai Simpson. I passi di ballo sono assai incerti. I suonatori adesso intonano un canto della Resistenza e poi un canto popolare della zona. In mezzo alla palestra difficile rinvenire la tracce di una coreografia nel groviglio di piedi in moto. Gettati sui materassi del salto in alto piccoli gruppi di giovani guardano i loro compagni o stanno zitti. Non c’è un’aria allegra anche se la musica dei suonatori è notevolmente amplificata.

Il mio compariello mi viene a chiamare. Torniamo nella stanza dove dovremmo parlare dell’Irpinia oggi. Nel televisore adesso ci sono le immagini del mio documentario sui paesi irpini. Cerco di farmi spiegare dal mio compariello e da altri due ragazzi come funziona
la giornata. Praticamente il Consiglio di Istituto ha autorizzato i ragazzi a fare per quattro giornate quello che vogliono in cambio delle ore normalmente dedicate alle assemblee. Oltre alle attività di cui ho già accennato mi colpisce un seminario sulla lingua araba tenuto da una docente che farà anche una lezione di pranoterapia. Un insegnante che ha scelto un argomento più serio ha visto la partecipazione di tre soli studenti. Gli altri docenti si sono semplicemente eclissati, godendosi un po’ di riposo, come avviene quando gli studenti scioperano. In effetti questa cogestione è un’autogestione e per molti studenti è in primo luogo un modo di abitare in libertà i corridoi della scuola e non furtivamente come si fa nei giorni normali in cui ci si deve accontentare del tempo richiesto per andare al bagno.

La proiezione dei documentari è finita. Il compariello immagino sia dispiaciuto per le scarse presenze. Io faccio qualche domanda senza troppa convinzione sul sesso, sulla politica, sulla vita nel paese. Cerco di trovare un filo che ci metta insieme per qualche minuto. Mio nipote dice che nella loro classe sono trenta. Una ragazzina mi dice che è poligama. Se dovessero andare a votare dicono tutti che voterebbero per Prodi, ma lo dicono senza un briciolo di entusiasmo.

Questa deve essere una scuola di sinistra. All’inizio avevo letto in bacheca l’appello di Umberto Eco sulle elezioni. Non so se l’affissione sia stata voluta dal dirigente. Mi è apparsa una cosa bizzarra. Comunque rispetto a quello di cui si lamenta Eco nell’appello, io ho sotto gli occhi un paesaggio che definirei innocuamente apocalittico. Questi ragazzi non fanno nulla di male.

Sono vestiti come tutti i ragazzi italiani. Saranno più o meno studiosi, più o meno attenti al mondo che li circonda e sarà un’attenzione che si esplica in modi che né loro né altri sanno dire. Quello che si può immaginare è uno stare in questa scuola e nel mondo come se fossero davanti a un’incombenza un po’ noiosa da sbrigare in qualche modo. L’atmosfera che tutte queste esistenze costruiscono davanti ai miei occhi è quella di una disfatta incruenta, una resa che segue una battaglia mai combattuta. Perfino i turbini ormonali dell’adolescenza sembrano affidati unicamente alle avventure morfologiche di nasi che si allungano tra brufoli e baffetti. I corpi di questi ragazzi sembrano precocemente piagati dalla lungo connubio di televisori e merendine. Ho davanti a me l’avvenire della nostra società e penso a quello che ho letto stamattina all’edicola. De Mita e Mancino in un incontro elettorale hanno detto che prima di loro l’Irpinia era malinconica e rassegnata. Una frase del genere lascia intendere che adesso c’è un’aria diversa. L’aria che sento stamattina in un liceo ritenuto tra i migliori d’Italia mi pare che sia un’aria che non autorizza grandi speranze. Il compariello è in gamba, ma non credo sia destinato a diventare parte della futura classe dirigente di queste zone. Non mi lasciano ben sperare neppure questi professori e questi bidelli. In fondo, la cosa che più mi ha colpito in questa mattinata sono i banchi. Mi auguro che i ghirigori, i nomi, i messaggi istoriati da pennarelli indelebili siano ben conservati in attesa di un loro trasloco in un futuro museo. È facile immaginare che quei segni tracciati con tanta attenzione siano il frutto di una distolta attenzione dalle ripetitive o affannose lezioni degli adulti. Ancora una volta siamo di fronte a segni che non coincidono. L’universo è una baraonda di cose che non coincidono. Non è il caso di trarre ulteriori lezioni dalla visita odierna. Se avessi trovato dei ragazzi curiosi di conoscere il mio lavoro, se avessi trovato dei ragazzi pronti a ragionare di “Irpinia oggi”, forse non avrei passato una mattinata migliore. In fondo è accaduto esattamente quello che mi aspettavo. Se agli occhi dei ragazzi fossi stato una persona di successo avrei forse avuto qualche minuto di vanità e magari adesso non sarei qui a scrivere, sarei rimasto bendato a custodire la mia icona, senza pensare alla tosse e alla schiena indolenzita e al senso di pena che mi accompagna in tutto quel che faccio.

Forse il quarantaseienne che ha girato per i corridoi di un liceo italiano non è tanto diverso dai sedicenni che ha visto. Abitiamo luoghi diversi di una stessa adolescenza, pensiamo a noi stessi, alle nostre speranze e alle nostre paure, perché non abbiamo ancora trovato nel mondo cose che si facciano pensare con tutto il cuore.