Giorgio Gaber, o della malinconia di sinistra

Carrera RICATTO

Giorgio Gaber è morto cinque anni fa, il primo gennaio del 2003, e io non gli ho ancora perdonato di aver tradito. Non me, non qualche causa, non le sue platee adoranti, disposte a farsi passare contropelo a ogni suo nuovo spettacolo come in un sublime rituale masochista, ma la sua arte, la bestia da teatro che si portava addosso, il sarcasmo delle sue vocali spalancate, il suo umorismo da chirurgo alla vista di un tumore inoperabile. Questi erano i talenti che aveva messo da parte, anche se continuava a far finta di no, per la cocciutaggine di infilarsi nell’unica professione che in Italia non è tanto proibita quanto inutile, quella del profeta.

Il profeta non è colui che predice il futuro. Ad annunciare catastrofi venture sono capaci tutti, e in genere non c’è il rischio di sbagliare. No, il profeta è colui che urla ai quattro venti il proprio odio per il suo stesso popolo, il desiderio di veder sepolti i suoi vicini e parenti nel crollo dei loro palazzi e delle loro chiese, avvolti in una pioggia di fuoco mentre lui, miserabile e scheletrico, vestito di pelli di capra e con il corpo coperto di piaghe, nutrito solo di miele selvatico, ride del terrore di amici e compagni e anzi è felice che abbiano avuto in sorte quello che si meritavano.

Ma in Italia non si può fare il profeta, non ci sono posti disponibili, Dante li ha coperti già tutti, e poi allora l’Italia non c’era ancora, e lui voleva mandare Firenze all’inferno in nome del Sacro Romano Impero. Dopo Dante l’ufficio profeti è stato riaperto solo temporaneamente, un po’ per Savonarola e un po’ per Pasolini, ma subito dopo è stato chiuso. Per risultare primo ai concorsi di profeta bisogna credere davvero in un Dio ebraico o calvinista, che se gli gira male può far finire il mondo in malo modo, così, dalla sera alla mattina. Ma in Italia, dove il perdono cattolico è sempre dietro l’angolo, come fai a odiare davvero il tuo popolo? Che invece, poveretto, non ti odia, anzi ti ama comprando i tuoi dischi, andando a vedere i tuoi film, declamando le tue poesie.

E sì che Gaber ce la metteva davvero tutta. Gliene diceva di ogni sorta, ai compagni e alle compagne che lo venivano a sentire: che erano vergognosamente ipocriti e narcisi patologici; che erano dieci volte peggio dei loro padri e nonni; e che se anche gli davano del qualunquista a lui non gliene fregava niente perché tanto loro gli facevano schifo con le loro animazioni teatrali, i loro consultori, la loro esaltazione degli emarginati e la fregola di fare gli omosessuali tanto per cambiare. Perché bisognava dirlo chiaro e tondo e lui glielo diceva in faccia, che quando è moda è moda e quando è merda è merda.

Ho citato quasi alla lettera da “Quando è moda è moda”, la canzone che chiudeva il suo spettacolo Polli d’allevamento del 1977. È stato il momento in cui gli ho voltato le spalle e non sono più tornato indietro. Poco male per lui, ma molto bene per me, che mi sono sentito subito meglio. Ma che diavolo voleva, ma chi gli aveva chiesto qualcosa? Chi gli dava l’autorità di parlare a nome di una generazione di cui non aveva mai fatto parte, e di esistenze di cui, ormai chiuso nella sua villa di campagna a scrivere geremiadi, isaiadi ed ezechiadi insieme al suo misterioso amico Luporini, non sapeva più nulla? Fino a pochi anni prima cantava “si passa la sera scolando barbera” a Studio Uno, e adesso veniva a farci il nipotino di Adorno?

Ma questo in fondo era un problema suo. Il fatto è che lui aveva un talento inimitabile, assoluto. Saliva sul palco come un capitano delle Antille sulla prora di una nave di pirati, e per due ore guidava un arrembaggio che non faceva prigionieri. Non sbagliava una mossa del viso, un’alzata di mignolo, uno spostamento del ginocchio, un accenno di ghigno, una nota, un fonema. Era un monstrum del monologo e del recitar cantando, anche meglio di attori e chansonnier più consumati di lui, e tutta questa di grazia di Dio che aveva ricevuto e coltivato la impiegava soltanto per dire a noi, seduti in platea, che eravamo dei poveri stronzi. Era questo che di lui mi deludeva, così come mi deludeva Dario Fo quando riduceva la sua immensa bravura a prendere in giro la statura di Fanfani e la gobba di Andreotti.
E certo, Gaber aveva anche ragione, perché i poveri stronzi lo applaudivano sempre, andando in visibilio come non mai, come se lui gli stesse sempre cantando la canzone di Jacques Brel, il suo più grande ispiratore, “I borghesi son tutti dei porci, più sono grassi e più sono lerci, più son lerci e più fanno i milioni, i borghesi son tutti…”, e il pubblico, in estasi bacchica, concludeva: “coglioni!”, anche quando lui gli aveva appena detto che i coglioni erano loro e nessun altro che loro, perché i loro padri, che Dio li avesse in gloria, almeno “avevano la consistenza di persone”.

Non ho smesso di ascoltare Gaber dopo Polli d’allevamento. Ho anche comprato il suo ultimo disco e un paio di dvd. Ma gli giravo alla larga, senza farmi coinvolgere, come qualcuno che è meglio non frequentare troppo perché porta sfiga.L’invettiva è un genere letterario. La pura e semplice incazzatura dopo la lettura dei giornali del mattino non lo è. Per fare dell’arte non basta l’eloquenza, ci vuole anche l’estro, l’inatteso, l’assurdo, e Gaber, che li aveva avuti, li stava perdendo a vista d’occhio. Era caduto nella trappola di credere che la politica coincida con il dibattito politico, con l’alternativa giornalistica tra destra e sinistra, e rispondeva agli editoriali in prosa con editoriali in versi. “Ma quanto predica questo qui!” esclamò una studentessa americana che si era iscritta a un mio corso sulla canzone italiana, nell’estate del 2006 al Middlebury College del Vermont, dopo aver ascoltato “La libertà”, “Io non mi sento italiano”, e altre canzoni che avevo scelto. Qualcuno avrebbe dovuto ricordare a Gaber quello che scrisse Leonard Cohen in How to Speak Poetry, una prosa inclusa nel suo libro Death of a Lady’s Man (1978): “Una poesia non è che informazione. È la Costituzione della nazione interiore. Se la gonfi e la declami con nobili intenzioni non sei migliore dei politici che disprezzi”.

A bravura sempre intatta (cosa che rendeva ancora più irritante il progressivo irrancidimento dei contenuti), Gaber era il caso clinico esemplare di una malattia che Walter Benjamin, in una recensione a una raccolta di poesie di Erich Kästner apparsa nel 1930 (ora nel quarto volume delle sue Opere complete), aveva diagnosticato come “malinconia di sinistra”. Non perché si possano applicare a Gaber, meccanicamente, le stesse critiche che Benjamin rivolgeva a Kästner, di essere un piccolo-borghese velleitario e dunque rinunciatario, uno che si è messo “a sinistra del possibile” per poter godere comodamente di se stesso nella situazione più scomoda, ma perché la “malinconia di sinistra” nel caso di Gaber risultava dall’insieme formato da Gaber e dal suo pubblico, ed è a questo insieme, che Gaber aveva saputo genialmente creare, ma che poi non ha avuto il coraggio di dissolvere quando sarebbe stato il momento, che si adatta l’analisi di Benjamin: “Che cosa trova ‘l’élite spirituale’ che si è messa a inventariare i propri sentimenti? Forse questi stessi sentimenti? Sono stati svenduti in blocco da molto tempo. Ciò che è rimasto sono le cavità dentro polverosi cuori di velluto che accolsero già i sentimenti – natura e amore, entusiasmo e umanità. Ora si accarezza distrattamente la cavità, la forma vuota. Una saccente ironia crede che questi pretesi modelli siano molto di più delle cose stesse, fa grande sfoggio della propria povertà e si rallegra del vuoto che le si spalanca davanti…”.

Sarà il caso di osservare che la malinconia, per il Freud di Lutto e Malinconia, è il risultato di un lutto che non si è riusciti a elaborare. La vita emotiva del malinconico, come la descrive Judith Butler in The Psychic Life of Power, è una sedimentazione archeologica di oggetti amati e perduti. Nulla di represso, perché anzi tutto avviene al livello della coscienza, della razionalità, che dunque elabora, inveisce, trova sempre qualcuno a cui addossare la colpa, e soprattutto non tace mai, ha da dire la sua su tutto e su tutto vuole avere ragione. L’ultimo colpo di genio di Gaber è stata la sua frase, “Non temo Berlusconi in sé, temo il Berlusconi in me”. Ma io avrei voluto che ci dicesse qualcosa di più, del Berlusconi che temeva in sé. Questo sì che sarebbe stato un soggetto degno di lui. Invece il suo lato malinconico-filisteo emerse male e dove non doveva. In un’intervista trasmessa da Radio Popolare di Milano all’epoca in cui sua moglie, Ombretta Colli, si presentò per la prima volta alle elezioni nelle liste di Forza Italia, alla domanda su come poteva conciliare le sue posizioni politiche con quelle della moglie, invece di rispondere, come ne avrebbe avuto pieno diritto, che quelli erano fatti suoi, disse teso e scandendo le parole: “Mia moglie è una brava persona, e in politica c’è bisogno di brave persone”. Ma che cosa ci aveva insegnato fino a quel momento, se non a disprezzarle, le “brave persone”, o comunque a provare nei loro confronti il massimo sospetto? Se ora intendeva operare un voltafaccia, benissimo, dopotutto solo i morti sono sempre coerenti, ma allora sarebbe stato il caso che ripensasse in un’altra luce le sue posture da predicatore, magari ammettendo che il detto “quando è moda è moda” si adattava anche a lui, e non solo ai giovinastri malcresciuti che andavano ad applaudirlo.

 

[Tratto da Il ricatto del godimento, di Alessandro Carrera, QuiEdit 2012, Collana Questo è quel mondo]