Quello che m’ha salvato

di in: Radici e dedali (2)
GHELLI Racconto

Quello che m’ha salvato, penso, è stato il capitare in un quartiere dove si fa vita di paese, con la gente che ti riconosce e ti saluta per strada; e poi c’è l’incuria delle strade e dei palazzi, che chi viene da fuori dice ammazza quanto so’ brutti, ma che a me ispira un senso di solidarietà spontaneo nei confronti di chi le calpesta e di chi li abita, forse perché ho visto troppi film neorealisti e quelli di Pasolini tutti, e allora mi sembra che a togliere i colori a questa visione un po’ dimessa si ritroverebbero certe inquadrature di quei film là, anche se oggi le facce son diverse, senz’altro più curate e meno spontanee.

A vederli appesi nei manifesti, mentre passi per strada, sembrano infatti tutti belli e buoni, tutti dalla parte del cittadino, e invece poi in televisione ne senti di tutti i colori, e io non capisco più se sia la televisione che è diventata più vera della strada, o se sia la strada che è diventata un grosso televisore a cielo aperto.

Sui mezzi pubblici romani ne succedono davvero di tutte, sembra proprio una trasmissione e ogni pretesto è buono per far saltare il coperchio. La gente brontola peggio d’una caffettiera, bron bron bron, sotto voce a criticare tutto, e così dalle battute sul tempo impazzito si passa a quelle sul governo ladro, e poi ai peggiori luoghi comuni, sui giovani, sui vecchi, sugli stranieri, e su quello che puzza e quello che guarda là come si veste, e quell’altro che non c’è posto, e lei cosa mi spinge, e lei cosa c’ha da guardare, e si faccia gli affari suoi, e a me delle sue idee politiche me ne può frega’ di meno, e vai a morì ammazzata,  e tutti che corrono per salire e per scendere con questa prescia addosso che sembra che altrimenti il paese si ferma, e invece a me sembra che il paese si sia fermato da un bel pezzo, ma nessuno se ne accorge.

E questo è un altro motivo che mi spinge a non schiodarmi tanto facilmente dalla mia vita di quartiere, compresa tra Torpignattara e il Pigneto, in questo fazzoletto di terra ad alta densità demografica che posso farmi a piedi a qualsiasi ora, per quanto certa gente voglia farci credere che sia pericoloso per via di tutti gli stranieri che ci stanno. Per le elezioni del nuovo sindaco, nel 2008, sembrava d’esser precipitati improvvisamente nella città dei selvaggi, con tutti quei servizi sugl’immigrati delinquenti, sugli zingari che rubano e i rumeni violenti e la gente che s’indignava davanti all’operatore televisivo, parlava di bestie e di animali, altro che esseri umani… quelle bestie là, dicevano, andrebbero messe a marcire in galera… buttare la chiave dovrebbero, ma poi non serve a niente, perché li prendono e dopo qualche giorno sono fuori… e allora altro che galera, propone un altro, l’impiccagione ci vorrebbe! Sì sì, urlano in coro da dietro, pretendendo il movimento di macchina che li riprenda… Impiccagione! Impiccagione!

E allora, che altro pretendete? Infatti, dopo tutto questo popò di trambusto, è proprio così che è andata a finire: che la gente c’ha creduto, non sembra vero, ma alla storia che ‘sti negri ci rubano il lavoro e anche le case e anche le donne c’hanno creduto in parecchi, e infatti al comune di Roma ha vinto quello che ha fatto la voce più grossa, che ha promesso il pugno di ferro e la legge dell’intolleranza, perché le guerre da ‘ste parti, nel paese che si riappacifica cogli eredi dei regnanti a colpi di canzonette, le guerre dicevo si son sempre fatte soltanto fra poveri. Tanto ci pensa poi la crisi, ché quella prima che arrivi al tetto fa in tempo a ruzzolare per le scale e a portar giù le fondamenta del palazzo col suo capitombolo, ma in cima, c’è poco di che dannarsi, la crisi non c’arriva mai.

2 commenti su “Quello che m’ha salvato

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