Volta do mar

Il 17 settembre Peter Sloterdijk sarà a Modena, ospite del Festival Filosofia, per una conferenza dal titolo Esercizi sportivi. Il brano che segue è tratto dal suo Caduta e svolta.

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VOLTA DO MAR

Bisogna infatti ancora ricordare l’avventura di un movimento, che penso sia stata la più ricca di conseguenze tra quelle avvenute nella storia dello spirito di impresa europeo. Quando gli europei, guidati dagli uomini di mare portoghesi, nel XV secolo, cominciarono a sporgersi sulle distese dell’Atlantico e a pensare a un’altra costa virtuale dell’oceano, emerse per loro il problema, apparentemente insuperabile, per cui grazie alla spinta dei venti allora conosciuti si poteva certo lasciarsi trasportare dalle coste occidentali europee verso il mare aperto, ma poi non ci sarebbe stata più alcuna via nota all’uomo per ritornare nei porti patrii. Mentre erano alle prese con tale difficoltà, ai marinheiros portoghesi, i capitani di vascello al tempo di Enrico il navigatore, occorse un pensiero che sarebbe troppo semplice definire un’idea audace. Anche considerandolo con la dovuta distanza storica, esso rimane il pensiero più sconvolgente dell’epoca moderna, l’idea, sorta al di fuori dell’ambito religioso, che più riesce a scuoterci, l’arguzia più intelligente e pericolosa che mai fu concepita dagli europei della modernità. I navigatori portoghesi si fidanzarono, tanto metaforicamente che in senso reale, con i venti dominanti. Essi si affidarono – dapprima nei loro pensieri e poi su delle vere navi – alle brezze che soffiano costantemente dalle coste occidentali dell’Europa lontano verso l’oceano. A bordo di quelle imbarcazioni essi oltrepassarono quel confine dopo il quale non c’era più una ragionevole speranza di ritorno, e si lasciarono portare nell’aperto dall’aliseo, con un impegno senza condizioni delle loro navi e delle loro vite.

Nel mezzo della manovra i navigatori furono colti dall’intuizione del moto dei venti circolanti sopra l’Atlantico del nord. Essi cominciarono a comprendere, dapprima intuitivamente, in seguito con la pratica acquisita con l’abitudine e ancor più tardi teoricamente, che i venti euroamericani costituivano un sistema. Sull’Atlantico del nord si avviluppa, per lo più in senso orario, un vortice di masse d’aria che dal nord-est producono, nelle latitudini più a sud, una corrente relativamente costante e richiamano nelle latitudini più settentrionali una corrente occidentale permanente e spesso tempestosa. Oggi i telespettatori europei vedono tale struttura dalla prospettiva satellitare nelle loro cosiddette previsioni del tempo, pressoché quotidianamente e senza sapere di avere davanti agli occhi il segreto politico-climatico della globalizzazione. I marinheiros del XV secolo, per svelarlo, si dovettero precipitare in un gorgo per loro invisibile ed esporsi vita e morte al suo movimento. “Il gorgo manifesta contemporaneamente il carattere di gettamento e di moto propri dell’esser-gettato” (Heidegger). La loro idea, che si veniva chiarendo gradualmente, era di percorrere il mare aperto tenendo ostinatamente una rotta verso ovest dinanzi all’aliseo del nord, fino a imbattersi, vertiginosamente lontano, nelle zone del vento dell’ovest da cui si poteva guadagnare la spinta del vento per il ritorno.

Questa audace manovra, che presto divenne così usuale (si dice che, eccetto i capitani, nessun altro più ci fece caso), ricevette dalla gente di mare portoghese un nome risonante: volta do mar, la svolta del mare. Essa è, per così dire, la Kehre [svolta] d’alto mare. Si può dire che, attraverso di essa, il potenziale pratico della filosofia del movimento di Heidegger venne realizzato a bordo delle navi. Il prendere vento e il rimettersi, da parte degli appassionati del vento, al gioco delle sue leggi era responsabile del fatto che dai viaggi nell’aperto ha potuto provenire l’esempio completo dell’andata e del ritorno. Senza la svolta del mare, l’America non sarebbe stata scoperta dagli europei. Senza di essa e la sua applicazione inversa nei mari del sud, non ci sarebbe stata alcuna circumnavigazione del mondo, di conseguenza nessuna globalizzazione del traffico mondiale dei centri europei, nessuna immigrazione degli europei in entrambe le Americhe, nessuna colonizzazione dell’Australia, nessuno spagnolo nelle Filippine e in Messico, nessun portoghese a Goa, nessun olandese a Sumatra, nessun inglese in Africa e in India. Senza di essa non ci sarebbe stato nessun Impero britannico e nessun Commonwealth anglofono su tutti i continenti, e neppure gli Stati Uniti d’America. In breve, senza la manovra della svolta del mare non ci sarebbe alcuna Europa contemporanea e nessun Nuovo mondo, come si sono presentati nel corso degli ultimi cinquecento anni.

È lontana da me l’intenzione di glorificare la trascorsa epoca eurocentrica. Fa però parte di una critica corretta di quest’epoca, il ricordo del fatto che nel centro della globalizzazione terrestre, nella quale la terra venne elaborata come monade geologica, si situa una figura nautica, che ha ispirato la gente di mare e che dà da pensare ai filosofi. La volta do mar impersona il tratto principale del Dasein come mosso: il lasciarsi cadere nella tendenza iniziale, la partenza nella lontananza, la svolta consapevole che porta indietro. Essa sembra rispondere da lontano alla dottrina di un Heidegger risoluto non navigatore, secondo la quale il punto di svolta si nasconde nel cuore del pericolo.

 

[Tratto da Caduta e svolta, in Non siamo stati ancora salvati di Peter Sloterdijk, Bompiani 2004]

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