Le stanze delle meraviglie/ 3

Caldo, caldissimo, eppure metri di tessuto coprivano i passanti, dai piedi alla testa, e la stoffa avanzava, per giunta. Li riparava dal caldo, da occhi indiscreti, falsi giudizi. Ho desiderato anche io metri di tessuto a coprirmi quando sentivo occhi curiosi su di me, troppo occidentale, mi avrebbero permesso di camminare serena e sicura. Via, si va, camminiamo, c'è tanta gente.

di in: Wunderkammern (0)

Gee ruu saa leeem meeee

Jerusalem

Jlem (leggi: jeilèm)

Al-Quds

Un nome lunghissimo, anzi moltissimi nomi per un posto solo che è sfaccettato come i diamanti, una pietra dura Gerusalemme. 

Sinceramente l’avevo sentita nominare solo al catechismo, a scuola dalle suore, in qualche canzone. 

Superati i vent’anni mi prese quella voglia di visitare il mondo che prende molti, quella comune mania di dire “ci sono stata”, e dunque, parlandone, lo dissi: prima o poi voglio andare a Gerusalemme.

Finalmente eravamo arrivati in cima, gli scalini vecchi di pietra, calpestati da molti, portavano a un balcone. Il sole scendeva lento, a dir la verità non si vedeva più, ma colorava il cielo di viola e arancione. L’ultimo raggio schizzava letteralmente sulla cupola che brillava più di quel raggio, fanatica, tutta d’oro. L’aria era densa e calda. Piacevolmente avvolgente. La pelle secca. I piedi impolverati nei sandali. Pantaloni neri di cotone larghi, fluttuanti. Sciarpa di cotone viola sul capo, un po’ per rispetto, un po’ per vezzo. Ero nel posto giusto al momento giusto. Mi trovavo al centro del mondo. Non avrei voluto essere in nessun altro posto. Non c’era bisogno di parlare. Il brusio degli ortodossi oscillanti come pendoli al Kotel era sufficiente. Io li ascoltavo. Li osservavo. Credo di essere rimasta lì qualche ora.  Sola e incredibilmente viva. Parte del tutto.  Anche il tempo sembrava diverso, c’era una certa lentezza strascinata dal battito del cuore e il sangue nelle vene che scorreva, necessariamente. 

Lo sguardo perso e un sorriso accennato. 

Finalmente ero lì.

Nella foto ci sono alberi disordinati e una rampa, assai poco bella, una schifezza a dir la verità, che porta direttamente alla spianata della cupola. Non ci sono mai salita… né credo sia semplice avervi accesso. Il muro poi termina bruscamente a sinistra, anzi piuttosto viene mangiato dai palazzi della Old City ma, sotto, un tunnel ripercorre quasi tutta la lunghezza antica, e lì ci sono stata. È buio, fatto di pietre giganti, perfettamente tagliate e posate una sull’altra chissà come. Percorrendolo in fila indiana, stretto, buio, a volte basso da chinare la testa, si arriva in un posto sacro, forse il più sacro di tutti: il Sancta Sanctorum, dove cioè erano custodite le tavole della legge nell’arca. Devoti, pregano e piangono, sul serio lo fanno, giorno e notte. Lì pare che quasi si possa intravedere Dio. 

Sulla mia spalla pesa una tracolla piena di brillantini, una borsa frivola ma che è stata comoda. A casa, molti anni dopo, si è scollata completamente, era di plastica. La maglia non mi entra più e non ho più la frangetta. 

Ma passerei alla prossima foto… 

Cham mehod, molto caldo, facciamo una pausa che vi racconto una storia.

Mi trovavo là, seduta sui gradini in un vicoletto ombreggiato della città vecchia, faceva molto caldo, anche la mia pelle emanava calore, respiravo con un respiro controllato, intenso. Avevo i capelli mossi, crespi per via dell’umidità e legati, occhiali da sole scuri, la sciarpa viola che mi accompagnava dappertutto, pantaloni neri svolazzanti, canottiera nera con perline azzurre che disegnavano fiori, infradito azzurri, anch’essi con un grande fiore centrale. Ero asciutta, e per il gran caldo e per la fame. Non che non mangiassi, ma mi arrangiavo come potevo: hummus, frutta secca, tanta energia in cibo semplice. Acqua, molta acqua bevevo, la bottiglietta che tenevo in mano era stata riempita più volte. Gli israeliani hanno una particolare fissa per l’acqua e per berla: bevi che fa caldo, bevi se hai mal di testa.

Ero la sola della mia terra, in terra straniera, tra stranieri. Guardavo la guida che ci stava facendo visitare Gerusalemme, il ragazzo dal cipiglio scuro, con la t-shirt grigia e il braccio alzato a gesticolare mentre parlava. Noi tutti intorno, buoni, ad ascoltare; era stata l’università ad organizzare quella giornata ed io non capivo molto a dir la verità. Arrivata lì la prima volta mi misi a piangere perché non capivo né inglese né ebraico. Più tardi la situazione cambiò, per fortuna e … per necessità! Insomma, in questa foto avevo l’aria da viaggiatrice solitaria, seppur seduta nel mezzo di un gruppo. E c’era davvero gente dappertutto, il brusio dello shuk era rassicurante, in ogni angolo qualcuno contrattava e chiudeva un affare, più in là si pregava, poco più avanti si mangiava e, in fondo, la guardia perquisiva sbirciando nelle borse con la canna del fucile.  

Poggiata a terra c’era la solita borsa beige di plastica e brillantini, quella che già era appiccicosa per via della colla che cedeva, comodissima. Chiusa e rigonfia, a osservarla bene! Sicuramente vi era dentro un giacchetto nero, portafogli, carta, penna, fazzoletti e oggettini comprati qua e là, qualche shcalim gettato di fretta dentro. Indossavo al polso sinistro un orologio, quello che mio padre mi regalò al diciottesimo compleanno. Niente di particolarmente prezioso ma il ricordo lo era. Mia sorella usava chiedermelo per portarlo con sé a ogni esame, scaramanzia, fortuna, va’ a sapere! 

Non mi mancava nessuno di chi avevo lasciato a casa, ero assorta ad ascoltare e pienamente integrata alla città. Non so chi abbia scattato la foto, me la mostrarono tempo dopo. Mi piace vedermi lì, come dovevo apparire agli altri nella mia Gerusalemme.

Libertà.

Libertà di essere chi volevo. Libertà di studiare ciò che mi interessava. Essere profondamente presente a me stessa in ogni momento.

Rigorosamente vestita di nero, borsa ormai nota e immancabile, mi trovavo sul tetto di un hotel. Un mio amico arabo mi ci aveva portato. Da lì, diceva, si poteva vedere tutta Gerusalemme, ed era vero. In prospettiva una croce, e a seguire la cupola d’oro. Coesistevano entrambe, l’una accanto all’altra, parlando a persone diverse con lingue diverse. Mi trovavo davanti un menù: chi mi piaceva di più? non saprei. Forse nessuna, o un giorno l’una quello dopo l’altra, amavo però la poliedricità della città vecchia, era come me, una cosa negava l’altra ma potevano essere allo stesso tempo.

Accennavo un sorriso veloce, il tempo di fare una foto. Il sole cuoceva ma la pelle si era leggermente scurita, mi ero abituata. 

Il cielo era azzurro e il giallo dell’oro lo esaltava molto, così come i sassi bianchi con cui sono costruiti gli edifici della città. Quel giorno avevamo pranzato alle undici circa con l’hummus in un posto conosciuto solo ai locali e quindi, secondo Ibrahim, il mio amico, il migliore. Era lì che gli operai che iniziavano a lavorare alle cinque del mattino si fermavano a pranzare. 

In fondo, a sinistra, una montagna bianca, lapidi di marmo. Era il Monte degli Ulivi. Ci si assicura di trovare un posto lì, dicono, perché Dio comincerà la resurrezione in quel luogo! 

Su quel tetto il vocio dello shuk lasciava spazio all’odore dell’incenso e dell’ambra, si respirava un’aria densa che a descriverla mi fa pensare a un mantello di velluto viola trapuntato con fili d’oro. 

Quello era il centro del mondo. 

Finalmente venerdì sera

Finalmente shabbat!

Shabbat shalom! 

שבת שלום!

La foto è scattata ad Akko, nota anche come Acri. The purple hour, la chiamava un ragazzo danese, l’ora in cui il sole nel suo moto apparente declina. Splendide queste silhouette nere di ragazzetti che camminano frenetici come formiche lungo le mura della città vecchia, mura che cadono a piombo nel mare e dalle quali si tuffano. Spericolati! Incoscienti!

Il mare eccolo, se ne intravede un pezzettino a sinistra, un meraviglioso blu fiordaliso. Le nuvole sono protagoniste, sembrano persino minacciose giù in fondo. In realtà è semplicemente sera. Lì il sole, che al di là di tutto continua a splendere, non arriva più.

Siamo ad Akko ancora ed è sera, il sole è tramontato definitivamente. Passeggiavamo tra i vicoli, mi sentivo tranquilla perché la mia guida era araba, ero in buone mani. La città si era svuotata di turisti e riempita di gente del posto, parecchia, accorsa forse anche dai villaggi vicini. La luce per le stradine, quella pubblica intendo, quella dei lampioni, non era bianca e fredda, ma gialla, anzi oro, come a immaginare torce infuocate che danzano appese sui muri e illuminano di una luce anch’essa danzante i volti e le pietre. Una luce preziosa che creava ombre misteriose.

Ed ecco, fuori dal negozietto, un enorme vassoio tondo d’acciaio. Dentro un dolce al formaggio, squisito, e di un arancione smagliante, con qualche pugnetto di verde qua e là, i pistacchi. Poggiata, una teiera, probabilmente conteneva buon tè caldo che il venditore offriva all’acquirente. A me aveva ricordato la lampada delle favole, quella da cui esce un genio. Zucchero e tè nelle calde notti d’oriente, quando il cielo si fa scuro e permette alle stelle di farsi ammirare a occhio nudo. 

Non acquistai il dolce quella sera, lo conoscevo, lo avrei acquistato giorni dopo. Ero invece impegnata a rubare con la macchina fotografica cose o persone che mi colpivano, che facevano parte della scena. Eh sì, nel mio Medio Oriente non sarebbe mancata una teiera d’acciaio su uno sfondo arancione, l’avrei sistemata in qualche angoletto. 

Caldo, caldissimo, eppure metri di tessuto coprivano i passanti, dai piedi alla testa, e la stoffa avanzava, per giunta. Li riparava dal caldo, da occhi indiscreti, falsi giudizi. Ho desiderato anche io metri di tessuto a coprirmi quando sentivo occhi curiosi su di me, troppo occidentale, mi avrebbero permesso di camminare serena e sicura. Via, si va, camminiamo, c’è tanta gente.

Mi piace pensare che fossi una principessa, che mai ti saresti fatta fotografare ma che io lo avevo fatto. Di nascosto. A tua insaputa. Ho avuto spesso il dubbio se poter mostrare l’immagine al mondo. In fondo non ti avevo chiesto il permesso.

Come ti chiami? Non lo so, ma per me sei Jasmine, come nelle favole. Hai colorato di rosso le labbra per abbinarle al velo e ai fiorellini sparsi sulla gonna nera che, lasciatelo dire, ti incupisce non poco. Eh, sì. Hai la pelle olivastra, perché anche una veste scura? Un blu, un viola ti avrebbero donato di più.

Come mai eri lì? Dove andavi? Eri sola? Non ti sei accorta di essere stata fotografata, eri distratta. Per te quella era una sera di festa, ti eri preparata molte ore prima, a casa. Probabilmente hai conosciuto qualcuno di speciale, o forse avete passato la sera a guardarvi negli occhi stando attenti a non farvi scoprire. Non eri di Akko, perché ti trovavi sulle mura da dove i ragazzi si tuffano in mare e avevi una faccia divertita: li vedevi per la prima volta. Ti saresti tuffata da lì anche tu!

Io no a dirla tutta. Troppa paura! Dietro di te è tua madre, o tua sorella maggiore? Magari già sposata? La gonna è interamente nera, non necessita di fiori, non vuole farsi notare da nessuno, probabilmente. Anche lei indossa però il velo rosso. 

Addio principessa Jasmine, probabilmente non ci incontreremo mai più, per me continuerai eternamente a sorridere, ignara, in questo scatto.

Camminando con lo sguardo basso, un bel giorno assolato, ho seguito un’ombra che si alzava e proveniva da un palo con moltissimi cartelli direzionali. Ognuno indicava una città e quanti chilometri distava. Io in quel preciso istante mi trovavo a ottocento chilometri da Bagdad, cinquanta da Tiberiade e appena sessanta da Damasco. Diamine! Era emozionante sapere che da quel punto che calpestavo potevo raggiungere molti posti. “Il potenziale”, pensai: potenzialmente, appunto, potevo scegliere di andare dove mi pareva. A pensarci bene, oggi, anni dopo, immagino che si possa piantare un palo con cartelli direzionali dappertutto perché ogni posto può essere il punto di partenza per qualche altro, e chissà se il paradiso non sia a pochi chilometri. 

All’epoca quei cartelli mi emozionarono, solo a pronunciare il nome di certi luoghi avevo i brividi, erano dei miti irraggiungibili nella mia testa, eppure io ero là, c’era un cartello che concretamente indicava i chilometri. Era come aver davanti il vaso di Pandora, che fare? Aprirlo oppure no? Dove andare? Non andai da nessuna parte. Il viaggio immaginario mi era bastato. “Sarà per la prossima volta – dissi – prossime avventure”. Fu così che, contenta, quasi a non voler contaminare e distruggere quel mio stato beato, sorrisi e andai via senza troppo rammarico. Ero inconsapevole che avventure simili non sarebbero accadute più e che quello sarebbe stato il solo momento che fui quasi a Damasco o Bagdad. Quasi.

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