Uno sguardo portoghese.
Sui diari di Miguel Torga

Non ho dubbi che queste pagine di diario legittimamente possano attestarsi per valore e interesse tra le pagine degli altri diari che, nel XX Secolo, si sono rivelate opere di riferimento (da Pessoa, uno dei maestri indiscussi di Torga e da lui frequentato personalmente, a Kafka, per esempio): non c'è infatti nulla di voyeuristico né di pruriginoso in quei lettori che cercano e leggono i diari degli scrittori quando quegli stessi diari sappiano essere, come nel caso presente, evidenze di una dirittura etica limpida, di un amore per la vita, per le persone, per l'arte fecondo e caldo.

di in: De libris (1)

Mi piace iniziare subito questo breve intervento su La vita inedita / Diario Antologia 1933-1993 di Miguel Torga (Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2020) con una citazione dal libro:

«Coimbra, 19 Luglio 1974

Che confusione! Povero paese! Che cosa ci si deve ancora attendere! Ma non posso né voglio lasciare la mia patria. Dovrò affrontare questa triste ora con il forte desiderio di andarmene di fronte a un tale ammasso di sconcerto e di incoerenza. Il patto che ho firmato, tuttavia, non ha nulla a che fare con le circostanze: ho giurato sulla terra portoghese e sulla sua lingua. Ora, continuo a sentire, ferma sotto i piedi, la terra, e la poesia non smette di cantare dentro di me. Il mio spazio di libertà è la carta geografica del Portogallo che si insinua sotto il foglio di carta su cui scrivo» (pagina 172).

Sono i mesi susseguenti alla Rivoluzione dei garofani del 25 aprile 1974 e lo scrittore, convinto e fermo antifascista per tutta la vita, ha accolto con prudente scetticismo unito a una sommessa speranza la sollevazione militare che ha posto fine alla dittatura: non si fida dei militari, lo scrive nei termini seguenti nella nota del diario datata proprio al 25 aprile: «Colpo di stato militare. Ah, se potessi fidarmi dei militari! Ma sono loro che, nel corso degli ultimi abominevoli cinquant’anni, ci hanno arrestato, censurato, incarcerato e che, con la forza delle baionette, hanno conservato il potere e imposto la tirannia. Chi può dimenticarlo? Ma va bene: è comunque un passo. Speriamo che non sia, e per molto tempo, il passo dell’oca…» (pagina 171).

Ecco: ci troviamo innanzi a due brevi frammenti che, tuttavia, danno subito modo di comprendere la tempra di quest’autore, la sua cristallina capacità di visione e di giudizio (che si riflette in uno stile altrettanto cristallino, geometrico oserei dire, contemporaneamente vibrante di partecipazione intellettuale e umana e, in ogni caso, di eleganza, non ricercata, ma connaturata alla personalità e alla scrittura di Torga).

Non ho dubbi che queste pagine di diario legittimamente possano attestarsi per valore e interesse tra le pagine degli altri diari che, nel XX Secolo, si sono rivelate opere di riferimento (da Pessoa, uno dei maestri indiscussi di Torga e da lui frequentato personalmente, a Kafka, per esempio): non c’è infatti nulla di voyeuristico né di pruriginoso in quei lettori che cercano e leggono i diari degli scrittori quando quegli stessi diari sappiano essere, come nel caso presente, evidenze di una dirittura etica limpida, di un amore per la vita, per le persone, per l’arte fecondo e caldo.

Torga esercita un’autodisciplina e un’onestà intellettuale di tale rigore che nei diari formatisi nel corso degli anni e che testimoniano la quotidiana fedeltà alla scrittura si evidenziano come libertà e indipendenza di giudizio, rara chiarezza di visione, apertura totale nei confronti del mondo, che (ed è questo, credo, uno dei punti su cui, ammirati, riflettere) viene visto da una sorta di centro d’osservazione costituito dal Portogallo e dalla sua lingua, ma con una consapevolezza totale della situazione politica, sociale, culturale del Portogallo stesso. Per questo motivo non c’è alcuna traccia di provincialismo nelle pagine di Torga, anzi, è come se proprio la visione che ha luogo attraverso la lente della lingua, del presente e del passato portoghesi consentissero a Torga uno sguardo ancora più acuto ed efficace sull’Europa e sul mondo.

L’assenza di vezzi e vizi intellettualistici, di narcisismi, di lambiccamenti mentali è altro motivo per leggere e amare questo libro che, non a caso, trova in Massimo Rizzante il suo curatore e l’autore di un partecipato ed efficace saggio introduttivo. Non dev’essere stato facile scegliere dai 16 volumi di cui è composto l’intero diario di Miguel Torga, ma siamo di fronte a due sguardi che s’incrociano e si riconoscono: quello di Rizzante, sempre libertario e contro gli schemi dominanti, si addentra nello sguardo di Torga che, nelle pagine di diario che scandiscono il suo tempo di uomo, di scrittore, di pensiero e di corpo immersi nel flusso degli avvenimenti, sa essere a sua volta risolutamente libertario e contro le idées reçues, ossigeno puro quando racconta delle sue numerose, lunghe escursioni in lungo e in largo per il Portogallo – ma si leggono anche bellissime pagine dedicate all’Angola e all’Italia, alla Francia e alla Spagna –, lusitanum acetum (o, forse, più correttamente torganum acetum) nei confronti del mondo intellettuale e accademico sia nazionale che europeo, umanissimo e generoso nei confronti delle persone che incontra e delle quali racconta, sereno quando, nelle ultime pagine, scrive con pudore e delicatezza della propria vecchiaia e malattia.

Non si trascurino, durante la lettura, quelle annotazioni dedicate alla Spagna, alle città spagnole e alla sua gente, perché l’iberismo di Torga è altro tratto caratterizzante, è un’energia intellettuale e morale costantemente generata tra i due poli portoghese e spagnolo, appunto, e innestato nel quadro più vastamente sovranazionale cui lo scrittore sempre guarda, ché il suo pensiero è esattamente l’opposto di ogni localismo e conservatorismo retrogrado.

In un’annotazione scritta a Nazaré il 12 agosto 1969 (giorno del compleanno di Torga), oltre a una malinconica riflessione sul tempo trascorso (lo scrittore ha 62 anni) leggiamo una definizione: «questi occhi a cui devo la maggior parte delle mie ore di pienezza» (pagina 154) – guardare è vivere, pensare e scrivere, ricordare, riflettere e cercare, lo sguardo è attenzione, cura e amore e, suggestionato da alcuni passaggi che Rizzante dedica, nel suo saggio, a Lisbona, mi viene in mente il pomeriggio della Pasqua di pochi anni addietro in cui mi trovavo letteralmente in cima al castello di São Jorge, dentro la cosiddetta Torre di Ulisse in cui è allestito un magnifico, suggestivo periscopio o camera oscura: su di uno specchio circolare posto al centro dell’ambiente vengono proiettate le immagini della città con un angolo dalla visuale pari a 360° – i diari di Torga sono periscopi capaci di percepire  tutta la realtà intorno allo scrittore mentre fluisce nel tempo, le sue pagine limpidissimi specchi e (mi si perdoni un ulteriore spunto personale) il fatto che moltissime di queste pagine siano datate da Coimbra, la città in cui Torga conseguì la laurea in medicina e in cui abitò poi per tutta la vita, emoziona perché dall’antica, gloriosa città universitaria giunge, lungo l’intero XX Secolo, una voce che in nulla è inferiore o meno nobile di chi, in passato, in quelle aule aveva insegnato e nelle biblioteche e negli studi privati allogati nell’abitato di Coimbra aveva lavorato ai suoi libri e alle sue ricerche.     

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