Per sottrarsi al grigiore

L'affresco di Rossanda è analitico nella ricostruzione di storia e personaggi, va alla ricerca di spiegazioni, traccia bilanci, laddove Pintor gioca tutto a trattenere e scorciare con un effetto di concentrata trasognatezza.

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I nomi di Rossana Rossanda e Luigi Pintor per molte generazioni di lettori de «Il Manifesto» sono per sempre associati. Un anno solo di età li separava, nati rispettivamente nel 1924 e 1925, mentre li accomunava la lunga militanza nel Pci da cui furono radiati nel 1969, quando appunto fondarono la rivista divenuta poi quotidiano. Ancor prima, provenendo entrambi dalle periferie del paese (Pola e la Sardegna), la Resistenza fatta a Milano e Roma, e rievocata nell’ambito di una tarda prosa memorialistica: La ragazza del secolo scorso (Einaudi 2005) per Rossanda e Servabo (Bollati Boringhieri 1991) quanto a Pintor. Il primo libro di 385 pagine si ferma agli anni Sessanta, l’altro è una smilza sintesi con ambizioni di esaustività. L’affresco di Rossanda è analitico nella ricostruzione di storia e personaggi, va alla ricerca di spiegazioni, traccia bilanci, laddove Pintor gioca tutto a trattenere e scorciare con un effetto di concentrata trasognatezza. Eppure la giovane Rossana viene anch’essa tratteggiata, prima degli eventi decisivi del ’43, con i colori dell’inconsapevolezza: “Io sono stata una ragazza grigia”. Un’atmosfera sospesa in cui le decisioni individuali contano poco rispetto alle correnti generali e quasi casuali, s’allunga in Pintor anche sul periodo resistenziale: “Semmai fu per un senso del dovere, che può essere ingannevole se non si accompagna a una matura convinzione”. Il fascismo degli anni Trenta pare un ottundimento dovuto a una cappa data per natura, ed eterna, propria ad “adulti opachi”, da attraversare come un sonno pesante (“era una società che non parlava se non per sottintesi, a metà, o quelli che parlavano sul serio parlavano soltanto tra loro”). Come per molti il brusco risveglio, anche alla coscienza, avviene il 25 luglio: “Più cerco di ricordare più sento che avevo tenuto fuori caparbiamente quell’oscurità che erano fascismo e guerra. Non è un merito. Non sapevo neppur bene che cosa fosse il Gran consiglio del fascismo. Ma mettiamo in fila. Credo che mi sbalordì quello sciogliersi di qualcosa che pareva potente”. Segue l’8 settembre, su cui Rossanda riflette in modo anche sprezzante, mettendo in dubbio quell’identità nazionale finita in pezzi in modo così drammatico e traumatico per i teorici della “morte della patria”, quali per esempio Salvatore Satta. Comincia allora una smania di comprensione, incontri, azioni; il confronto duro e diretto con i Tedeschi, che spietati e precisi nei lunghi cappotti “erano la paura”, e il rinato fascismo di Salò, primo nemico. Rossanda abbraccia in pieno la definizione di Claudio Pavone – “Fu e apparve una guerra civile, una resa dei conti che non avveniva in bellezza, tutte le carte in regola” -, sottolineandone gli elementi più sordidi: “C’era una beceraggine nelle fotografie che «Il Popolo d’Italia», «La Sera» sbandieravano sulle esecuzioni dei banditen; accanto ai morti, agli appesi, i tedeschi non ridevano, i fascisti sì. Serpeggiava negli italiani una risata plebea, fatta di secoli di servaggio”.

Rossanda si sottrae al grigiore, che era stato anche suo e continuava ad avvolgere le due parti in lotta (“I grigi erano pericolosi soltanto se messi agli estremi. Se qualcuno li avesse interrogati forse i miei dirimpettai  mi avrebbero indicata, ma nessuno li interrogò”), rivolgendosi ai comunisti che le apparivano i più decisi. L’agnizione per lei sconvolgente fu che ad essi apparteneva Antonio Banfi, professore di filosofia alla Statale, già amato maestro, il quale, una volta avvicinato, comincia con il buttar giù su un foglietto la bibliografia per una basilare formazione politica. Di qui il battesimo in “Miranda”, la scoperta dei vecchi militanti “in guerra e di poche parole”, gli incarichi di collegamento e di trasporto facilitati dall’essere studentessa, la sensazione di un tempo “lunghissimo”, il silenzio con i genitori contrapposto alla totale fiducia verso compagni a cui reciprocamente s’affidava la sopravvivenza (“Molti attraversano la vita senza conoscere questo rapporto che per molto tempo avrei avuto, allora e dopo, dovunque andavo, e non ha pari”). Sono più le riflessioni che i racconti dei singoli episodi rischiosi; ed uno di una perquisizione sul treno della Nord, con occultamento della borsa piena di materiale clandestino, vale per tutti. La ricostruzione memoriale del fatto, seppur succinta, è comunque puntuale rispetto a luoghi, azioni ed emozioni; tutto il contrario in Pintor.

“Quando la guerra entrò in città ero ancora incredulo”: così il secondo capitolo di Servabo immette in medias res il lettore. Eppure la guerra, che è anche il titolo del capitolo, sta per l’occupazione post 8 settembre di Roma (“la città”); dunque uno sfumato di tempo e spazio sotto l’ombra della meraviglia e dell’impreparazione. Così per i personaggi a partire da Giaime Pintor, intellettuale e resistente di primissimo piano saltato su una mina nel ’43 mentre nel Lazio attraversava le linee del conflitto, detto solo “il fratello”. Le poche righe del ritratto fungono da evocazione dell’habitus stesso dell’intero memoriale: “La tranquilla sicurezza che trasmetteva, la sua avversione per le effusioni dell’anima romantica che traduceva così bene in poesia, era un abito con cui proteggeva se stesso”. Forse il pudore necessario per un dolore inesprimibile, magari pure complicato dalla salvezza propria non diversamente che in Gadda o Pasolini, celebri orfani di fratelli mitizzati: “Avevo saputo che mio fratello era morto, la notizia mi era arrivata in quei giorni con incredibile violenza”. O anche il rifiuto di ogni pericolo di monumentalizzazione; ecco infatti un amico senza nome della Resistenza romana, che continuò a combattere al nord e venne ucciso a pochi giorni dalla Liberazione: “Si direbbe un  eroe, ma io preferisco ricordarlo come un ragazzo sventato”. Una postura di lato che tende ad abbassare il tono degli avvenimenti (“Si sentivano i cannoni, gli americani erano alle porte della città, non eravamo sopravvissuti per un miracolo ma per un fatto di calendario”), colorandosi altre volte di sprezzante understatement, come nell’uso dell’avverbio di chiusura nella brevissima scena di tortura ad opera della non citata banda Koch: “Mi misero a sedere su di uno sgabello di fronte al suo tavolo, in una decina formarono un circolo attorno a me e per molte ore, ondate successive, infierirono con una certa crudeltà. Nelle pause il giovane tenente si faceva delle uova sbattute”. E la memoria, seppur tenace rivendicazione di quell’esperienza all’insegna delle “piccole bandiere rosse”, resta sfumata dalla reticenza, galleggiante e quasi onirica, ancora incapace di definire davvero le azioni individuali, come l’unica narrata in modo allusivo ed astratto: “Se un pomeriggio domenicale mi misi a sparare in mezzo a una strada, contro persone sconosciute, non so dire fino a che punto fu una scelta consapevole oppure una costrizione delle cose. Non ero un ragazzo pauroso ma nemmeno troppo coraggioso, non avevo nessuna inclinazione alla violenza e non avevo mai maneggiato neppure un fucile ad aria compressa. Come mi accadde di compiere quella azione è un interrogativo a cui ho dato con il passare del tempo molte risposte diverse e nessuna esauriente.”

Lo stesso sentire straniato si riscontra dopo la Liberazione (“Ero stupito che la normalità riproducesse così velocemente, con le stesse abitudini, anche gli stessi vizi”) su cui s’esercita invece la molteplice riflessione di Rossanda. A cominciare dal non aver percepito attorno a sé a Milano, tra le file comuniste, una diffusa volontà d’insurrezione rivoluzionaria. Della durezza della guerra civile s’è già detto, ne consegue il gelo che la prende quando vede una ragazza rapata e trascinata per le strade tra la folla, ma anche altrove la collocazione in quel preciso contesto storico di certe vendette fuori tempo massimo “Come se una guerra che era stata anche fra la stessa gente si chiudesse a una certa ora”, compreso il “rituale necessario” ma “traumatico” di Piazzale Loreto da cui s’allontana in fretta. Di qui, nonostante casi anche gravi dentro il fronte partigiano come quello di Canali e Tiussi, l’iscrizione nel 1946 al Pci ed il lavoro presto da dirigente “per disegnare l’altra storia, quella uscita vittoriosa e non vincente dalla Resistenza”, nello stesso anno in cui Pintor entrava a «L’Unità». Il resto verrà ed è un capitolo forse più noto.

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