Le voci ancora vive di Plauto, Livio e Cicerone

Una recensione per comprendere quanto i classici possano ancora insegnarci ma anche parlarci direttamente, senza artifici, come compagni di viaggio.

di in: De libris (1)

Un monstrum, le sette lettere e i sette dialoghi composti da Michael von Albrecht in Ad scriptores Latinos (uscito quest’anno per Graphe.it, curato e tradotto da Aldo Setaioli); un prodigio di sapienza, un portento di conoscenza della lingua latina, un’eccezionale musicalità per il metro e per il lessico dei classici con cui l’autore entra in contatto. Ma un monstrum anche come evento straordinario, disusato, quasi incredibile, come una cattedrale nel deserto.

E invece sarebbe bello che questo testo si diffondesse, soprattutto nelle scuole, nei licei, nelle università, per essere apprezzato come atto di amore profondo dell’autore nei confronti dei grandi che lo hanno formato: ricorrenti sono i versi che testimoniano il rapporto profondo e di lunga data con loro, come quando von Albrecht cita rappresentazioni teatrali plautine messe in scena dai suoi studenti, la nonna che gli raccontava leggende romane tratte da Livio, il desiderio mai realizzato di visitare Mantova, lo zio pittore che dipingeva Ovidio, la frequentazione con Seneca fin da fanciullo.

L’andamento della silloge conduce il lettore (e ci si auspica che costui legga a voce alta il testo, per meglio apprezzarne suoni, accenti, doctrina) attraverso la storia di chi la letteratura latina l’ha fatta, l’ha perfezionata, l’ha compiuta. Nei quattordici componimenti von Albrecht racconta le storie e le personalità dei classici latini, utilizzando spesso le loro stesse parole e i loro modi idiomatici, con citazioni più o meno nascoste.

Risultano essere maggiormente godibili e meglio riusciti i colloqui, in cui il classico chiamato in causa parla con voce propria, in una sorta di “intervista impossibile” (più che di dialogo platonico e maieutico). Gli autori più vivi, che rispondono con personalità libera e originale a Michael sono, a parere di chi scrive, Cicerone, Quintiliano, Plauto; quest’ultimo, divertito dalla “pedanteria” dello studioso, il quale vuole trovare a tutti i costi, come qualsiasi esegeta che si rispetti, un messaggio etico pure nello scrittore di palliate, lo saluta e lo sbeffeggia con queste parole: Ridicula est tua serietas, vir docte, valeto!

Il colloquio con Cicerone stimola invece l’autore a una efficace riflessione sulla letteratura, sulla scrittura, sulla lingua (definita perfetta, quella del grande arpinate) ma anche e soprattutto sulla morale e sul consensus communis. Un dialogo ben riuscito, chiaro, esaustivo, mai banale, in cui ogni studioso e studente potrà trovare materiale per approfondire e comprendere i fondamenti dello stile del grande oratore.

Più moderna e attuale appare la conversazione con Quintiliano, che diventa per von Albrecht l’opportunità di condurre una discussione sull’educazione, sulle famiglie, perfino sugli stipendi dei maestri, partendo dagli elementi fondamentali dell’Institutio oratoria per arrivare a citare la nuova didattica (è degli ultimi anni la ricerca sulla gamification come forma educativa che stimola un apprendimento attivo, detto in versi da von Albrecht-Quintiliano: Curandum est, ut ludentes quam plurima discant).

Le lettere si mostrano un poco più monocordi, non arricchite dai mille colores dei colloquia, forse perché pensate come un panegirico al classico nominato; la lingua è comunque sempre assolutamente adeguata, intensa, icastica. Le epistulae hanno inoltre in sé una nuova freschezza, inaspettata per chi si accinge alla prima lettura, in particolare quando avvicinano l’autore latino, oltre che ai suoi emuli, epigoni, successori, eredi (come Shakespeare, Milton e Moliere) anche alle vicende del mondo contemporaneo: è il caso dell’America divisa (Livio), della moria delle api (Virgilio), degli asili-nido (Quintiliano), delle donne abbandonate (Ovidio), della retorica dei politici e dei pubblicitari (Cicerone), addirittura delle fake news (falsus nuntius – Seneca).

Ad scriptores Latinos fornisce quindi al lettore una nuova occasione per comprendere quanto i classici possano ancora insegnarci ma anche parlarci direttamente, senza artifici, come compagni di viaggio. Proprio per questo è da considerare magnifica la parte centrale della lettera a Livio, un richiamo ai valori civili, al senso della misura, del decoro, del mos maiorum, un’esortazione per chi legge a fare proprio l’impegno sociale e a riflettere sul diritto e sulla giustizia, sui benefacta che allietano da sempre sia chi riceve sia chi elargisce.

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Michael von Albrecht è professore emerito di Filologia classica dell’università di Heidelberg (Germania). Autore di numerose pubblicazioni sulla letteratura latina e la letteratura comparata, è noto anche per il suo lavoro sulla musica. Tra le sue opere tradotte in italiano ricordiamo la Storia della letteratura latina in tre volumi (Einaudi, Torino 1994-1996), Ritrovare Virgilio rileggendo i suoi grandi lettori (Tre Lune, Mantova 2010) e Virgilio. Un’introduzione. Bucoliche, Georgiche, Eneide (Vita e Pensiero, Milano 2012). È Accademico ordinario della classe di lettere e arti dell’Accademia Nazionale Virgiliana (Mantova). Per le sue poesie latine ha ricevuto il primo premio internazionale di poesia Mimesis. Modernità in Metrica.

Un commento su “Le voci ancora vive di Plauto, Livio e Cicerone

  1. maddalena

    Una recensione informata ma non pedante, seria ma di agevole lettura. Non so se correrò a procurarmi “Ad scriptores Latinos”, ma recensioni come questa ne leggerei volentieri altre. Grazie!

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