Di Gabriele D’Annunzio abbiamo molte fotografie, che testimoniano le sue molte, volute e carismatiche, incarnazioni: il letterato nello studio, il dandy in sahariana sulla spiaggia, l’aviatore e il comandante in uniforme militare. In una delle più note il giovane vate è seduto su una bella sedia di legno intagliato, con la testa già calva al centro della spalliera e con il busto inclinato di tre quarti verso il basso: legge. Gli occhi si rivolgono intenti ad un esile libro (di poesie?) leggermente squadernato, appoggiato sul bracciolo e sostenuto dalla mano destra, mentre la sinistra sembra sfogliarlo. Il completo che indossa è chiaro e naturalmente elegante, con cravatta e fiore al taschino, le gambe sono accavallate; ma il dettaglio che più colpisce è la bocca un poco dischiusa: che cosa sta facendo Gabriele D’Annunzio?
Le risposte che offre l’inequivocabile atto della lettura sono due, apparentemente identiche ma in realtà profondamente differenti. Sta sillabando l’opera di un altro, quasi come uno scolaro che a bassa voce, tra sé, ne ricerca il senso; oppure sta recitando a fior di labbra righe della propria opera, magari ascoltandone il suono. Nel primo caso la compitazione prende la forma dell’apprendimento; nel secondo della ri-lettura e quasi di una certificazione, a libro già stampato, verso una futura pubblica fruizione. Siamo quindi davanti ad un Giano bifronte che si può prendere per due versi opposti per quanto saldati: un lettore-autore oppure un autore-lettore. Il tempo in questo caso fa tutta la differenza, perché ci troviamo o prima della propria opera o, a cosa fatta, dopo la propria produzione. Qualcuno malignamente potrebbe asserire che un autore di profondo narcisismo come Gabriele D’Annunzio non può non farsi ritrarre per i posteri con in mano un proprio libro; epperò sappiamo quanto il divino Ariele fosse un compulsatore di antichi e di moderni, un roditore da dizionari, ed affermasse di leggere con il rampino, per afferrare e portare a sé quanto in un testo altrui colpiva la sua immaginazione e poteva poi servirgli in corso d’opera. La lettura di altri, la scrittura, la rilettura di sé paiono insomma tessere distinte, anche solo sul piano temporale, ma obbligate a fondersi in un unico disegno capace di trascendere il tempo.
Ogni professione, o funzione umana, trova nella ritrattistica classica il suo attributo: dal re coronato e con lo scettro in mano al bellissimo sarto del Moroni che impugna un forbicione da taglio di stoffa, dal musico con la sua carta annotata al pittore circondato da pennelli e colori; dal mercante al cardinale e all’antiquario tutti vogliono essere ricordati per la dignità della propria carica, la maestria nell’arte loro o il successo economico. Non manca certo la presenza del libro, ma con una più ampia valenza.
Parliamo di quel doppio versante del libro che è prodotto di uno scrittore e nel contempo strumento di lettura per chiunque. E così uomini di cui oggi si è perso il nome, e dunque non così centrali nella storia, perpetuano la loro effigie con un libro in mano, come spesso in Moroni a partire dal Vecchio di nero ammantellato, che ci guarda di sbieco dalla sua poltrona, forse infastidito proprio dall’interruzione nella lettura. Il libro (o meglio i libri) ci assicura della sapienza del soggetto, o quanto meno, riducendosi a quel solo tenuto in mano, della sua attitudine di lettore.
Se si ha che fare con uno scrittore allora facilmente sarà la sua stessa opera ad accompagnarlo nella futura memoria. Può essere uno degli evangelisti, che ha soltanto raccolto e trascritto le parole del Maestro e ne ha raccontato le vicende terrene, tenendole per sempre strette al petto, sotto forma di scritto, mentre ci guarda da una parete affrescata o da una luminosa vetrata. Oppure un santo colto come Gerolamo, dottore della Chiesa, che ha tradotto in latino la Bibbia, apparendo a ciò affaccendato, sia nel suo magnifico studio in Antonello da Messina che nella sua cella ingombra di libri e caoticamente impilati su un tavolaccio in Joost Van de Hamme, sia smagrito nello squallido scenario del deserto, magari in compagnia del leone mansuefatto.
Curioso il raffronto tra due amici letterati, il grande Alessandro Manzoni e il minore Tommaso Grossi. Il primo, ritratto giovanilmente a quattro mani dal Molteni e dal D’Azeglio, staglia la marsina nera, e la lunga testa ovale e ripiegata, contro un cielo romantico; in mano mostra con discrezione una copia dei Promessi sposi. A noi oggi non pare altrettanto chiaro se il secondo, mentre il Piccio gli conferisce una espressione ispirata, ostenda I lombardi alla prima crociata, il Marco Visconti o la Prineide; forse l’uomo che, un po’ presto come l’amico, abbandonò le lettere, dedicandosi per intero al mestiere di notaio, si accontenta del ruolo di lettore d’un volume anonimo.
Tullio Pericoli, erede a matita dei ritrattisti rinascimentali, ci mostra del resto autori notoriamente enciclopedici quali un Eco monacizzato alla Guglielmo da Baskerville, o un Calasso, immersi nei libri; dunque scrittori celebri che hanno fondato la loro arte sulla lettura. Ed uno splinetico Baudelaire che, seduto sotto a d’un ossimorico cubo di cielo massiccio, le dita della mano sinistra appoggiate nervosamente su un esile bastone da passeggio, legge un libro appoggiato tanto sulle ginocchia che al bordo della scrivania con il dorso; non mancano anche però gli attributi autoriali di penna e calamaio. Cosa legga non è dato sapere, con feconda incertezza tra opera propria e opera altrui. Così come un lettore furibondo e quasi autopunitivo come Leopardi sta appoggiato a braccia conserte su un enorme volume che pare poterlo da un momento all’altro inghiottire: potrebbe essere lo Zibaldone o l’epitome di uno tra i mille volumi della biblioteca paterna su cui il contino si è consumato gli occhi, rendendosi giovane prodigio e produttore di una nutritissima schiera d’opere di erudizione filologica, astronomica ed etnografica. Ugualmente difettoso nella lista, Joyce viene ritratto con lente d’ingrandimento ad osservare in piedi un libro ben aperto e con alle spalle scaffali e scaffali di altri libri ordinati ma pure in inclinazione terremotata: in primo luogo dunque un gran lettore come testimonia anche la foto nella libreria Shakespeare & company in compagnia di Sylvia Beach, sua editrice e appunto libraia, espatriata dagli Stati Uniti a Parigi.
Nella più grande opera di autofiction della storia letteraria mondiale, la Divina Commedia, Dante si rappresenta sia come lettore che come scrittore, secondo quel nesso inscindibile che nell’antichità faceva della sapienza una base fondamentale per ogni nuova produzione. Fin dall’incontro con Virgilio, che si auto presenta quale autore (“Poeta fui” Inferno I, v. 72), Dante si proclama lettore, ovvero ultimo beneficiario di “quella fonte” (v. 78) capace per secoli di vivificare con “largo fiume” (v. 79) la ricezione di potenziali, futuri scrittori. Altrove è l’elemento opposto del fuoco ad offrire la metafora dell’accensione poetica in altri petti: “la divina fiamma / onde sono allumati più di mille” (Purgatorio XXI, vv. 95-6). O ancora il campo semantico di generazione e nutrimento: Guido Guinizzelli per Dante è “il padre” (Purgatorio XXVI, v. 97), mentre per il poeta dell’età argentea Stazio, autore della Tebaide, L’Eneide è “mamma” e “nutrice” (Purgatorio XXI, vv. 97, 98); tanto che, riconosciuto Virgilio, gli si getta ai piedi e cerca di abbracciarlo, dimenticando che entrambi sono da gran tempo soltanto ombre. Quanto a Brunetto Latini, maestro di eloquenza e poeta a sua volta, resta di lui la cara memoria di un’“immagine paterna” (Inferno XXV, v. 83).
Con Dante siamo di fronte dunque ad un lettore non solo per diletto o per ammaestramento, come tipico della cultura medioevale, ma per studio eccezionale (“tu che la sai tutta quanta”, intendendo L’Eneide, Inferno XX, v. 114) e per capacità di assimilazione ed imitazione anche formale: “tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore / tu se’ solo colui da cui io tolsi / lo bello stilo che m’ha fatto onore” (Inferno I, vv. 86-7).
Tra i sapienti della prima corona, nel Paradiso X, del filosofo Sigieri di Bramante si dice che “leggendo sillogizzò” a Parigi “nel vico de li strami”, ovvero nella rue du Fouarre dove erano site le scuole di filosofia; dunque leggere era il termine usato anche per indicare l’insegnamento universitario, proprio a sottolineare il vincolo strettissimo fra i due vettori che attraversano, in entrata e in uscita, il sapiente. Ma per Dante c’è lettore e lettore; e, va da sé, forse di conseguenza, autore e autore. Certo tutti i poeti appartengono alla “bella scola” (Inferno IV, v. 93) di chi ha prima letto altri e poi versificato, ma proprio perché la dignità letteraria è ciò che il “nome più dura e più onora” (Purgatorio XXI, v. 85) Dante è portato all’agonismo e alla gerarchia. Come tutta la struttura dei tre regni segue un’altra giustizia, così anche in poesia vige selezione e messa in ordine: spassionata spietatezza del canone.
Dunque Omero è “poeta sovrano” (Inferno IV, v. 88), segue Orazio, “Ovidio è il terzo e l’ultimo Lucano” (v. 90); così come, su una specie di podio olimpico, Aristotele occupa il gradino più alto tra i pensatori, affiancato da Socrate e Platone. Ed è corretta umiltà, che si conviene all’atmosfera rasserenata del Purgatorio, che Bonagiunta, in tempi ancora caldi di confronto tra poetiche, dichiari se stesso e il vecchio caposcuola dei toscani Guittone d’Arezzo e il siciliano Giacomo da Lentini, ancora avvinti dal “nodo” che li mantiene “di qua dal dolce stil novo ch’io odo” (Purgatorio XXIV, vv. 55, 57), esemplificato nella canzone della Vita nova Donne ch’avete intelletto d’amore.
Dante, che solitamente si guarda all’indietro per trovare nei costumi e nella politica il meglio (proiettandolo magari nella profezia del futuro), in ambito letterario sembra un antesignano delle avanguardie, pronto a sorpassare in corsa ed archiviare il passato. In precedenza il miniatore Oderisi, già illustre e primo nella sua arte cede la primazia a Franco Bolognese (“l’onore è tutto or suo e mio in parte” Purgatorio XI, v. 84), ammettendo che da vivo non sarebbe stato così ben disposto a riconoscere l’altrui grandezza per “lo gran disio / de l’eccellenza” (vv. 86-7). Certo ci troviamo nel canto della superbia punita, ma l’idea di un continuo superamento che fa appassire quegli allori che dovrebbero essere sempreverdi, lascia una nota malinconica: se “credette Cimabue ne la pintura / tener lo campo e ora ha Giotto il grido” (vv. 94-5), che ne sarà presto dello stesso Giotto?
Se “l’uno ha tolto all’altro Guido / la gloria della lingua” (vv. 97-8), Cavalcante Cavalcanti, padre del primo, si chiede perché, con l’“altezza d’ingegno” (Inferno X, v. 59), non ci sia il figlio a compiere il viaggio tra i regni dell’oltre tomba. La risposta che Dante, il gran lettore e l’autore magno, non dà per pudore e compassione è ovvia: ora al sommo ci sta lui. Del resto ciò viene proclamato fin dall’inizio del poema, quando i suoi massimi colleghi dell’antichità, e su cui Virgilio volò come aquila, lo fanno entrare nella loro” schiera” di eletti (Inferno IV, v. 101); ma di tali autocertificazioni l’autore dissemina la propria Commedia. Per esempio la sua consapevolezza di agonista mai soddisfatto, e talvolta un po’ puerile, si illustra nel confronto con Ovidio che nelle Metamorfosi descrive la trasformazione di Cadmo in serpente e di Aretusa in fonte, ma che “due nature mai, a fronte a fronte, / non trasmutò, ch’amendue le forme / a cambiar lor matera fosser pronte” (Inferno XXV, vv. 100-2). Questo lo fa soltanto lui nella settima bolgia dei ladri; dunque “taccia” il poeta di Sulmona e anche “taccia Lucano” (v. 93) che nella Farsalia racconta del soldato Sabello caduto in cenere dopo il morso di un serpente e di Nassidio sformato dalla tumefazione velenosa.
Dante ha letto questi autori, li ha introiettati e, superandoli, li ha ammutoliti con la propria opera, che diventa essa parlante ai nuovi lettori, modello per i nuovi autori. Più che i singoli passi è l’intero “poema sacro / al quale ha posto mano e cieloe terra” (Paradiso XXV, vv. 1-2), nel suo farsi e in un’incredibile mîse en abyme di lettura e scrittura, a far prendere “il cappello” (v. 8), ovvero la corona d’alloro, al suo autore.
Dante nel suo poema non si rappresenta soltanto come lettore del prima, che ha posto le premesse dell’opera successiva e ancora in fieri, ma anche come lettore in atto. Legge, ancor prima di principiare il suo viaggio, l’iscrizione sulla porta dell’Inferno, ovvero le parole di “colore oscuro” (I, vv. 10,12) e di “senso duro”, offrendoci anche la reazione di sbigottimento (talvolta salutare) che può prendere un lettore di fronte ad un testo. Si tratta di pura registrazione quando, facendosi mediatore neutro per il proprio lettore, riporta l’iscrizione sulla tomba di Papa Anastasio II, nel cerchio settimo di Inferno XI(vv. 8-9), mentre con attenzione prolungata, stupore e giubilo, osserva le anime dei combattenti per la fede che, volando e cantando come uccelli dopo la pastura, “faciensi / or D or I, or L in sue figure” (Paradiso XVIII, vv. 77-8), per completare la scritta “DILIGITE IUSTITIAM QUI IUDICATIS TERRAM” (VV. 91,93).
Non solo Dante legge all’interno della Commedia, ma naturalmente hanno letto Paolo e Francesca. Due lettori di romanzi, lettori per diletto dunque, che tuttavia con il libro imparano, e producono un’azione analoga a quella suggerita dal testo con pervertito ammaestramento; più che come gli scrittori-lettori come personaggi da loro discendenti e capofila del romanzo tout court e del romanzo borghese ottocentesco, Don Chisciotte e Madame Bovary. Il bacio di Lancillotto a Ginevra chiarisce il sentimento dei due cognati lettori, secondo il rispecchiamento conoscitivo nella letteratura, e conduce alla peccaminosa replica, al modo che le gesta dei poemi cavallereschi turbano la mente imitativa del cavaliere dalla triste figura e che le storie d’amore perdono la moglie dello scialbo Charles.
Dante ha letto autori divenuti maestri della sua opera, in cui ritrae diverse modalità fondamentali del leggere da parte di altri e di sé. Dante-personaggio poi è sì un lettore passato e presente di righe scritte su cartapecora o incise su pietra, ma anche più modernamente (quasi postmodernamente) un interprete di segni, un ermeneuta di uno svariato ventaglio di forme comunicative.
Fin dall’antichità la bizzarra sintassi del sogno ha stimolato indovini, esegeti, giocatori del lotto, scienziati viennesi appassionati dell’irrazionale; ed anche giovani poeti innamorati. Dante nella Vita Nova (III), dopo aver pensato lungamente a Beatrice, prende sonno e, alla prima ora delle ultime nove ore della notte, fa un sogno nel quale gli appare Amore con il suo cuore in mano e una madonna tra le braccia; come spesso accade durante i viaggi onirici l’immagine che trasmetteva da prima allegria trasmuta in angoscia. Precisamente quando la giovane, sviluppatasi dal suo drappo, “dubitosamente” comincia a mangiare la “cosa” ardente che le veniva offerta. Il sognatore allora si sveglia di soprassalto, si interroga subito sul significato del sogno e si propone “ di farlo sentire a molti li quali erano famosi trovatori in quello tempo”; infine scrive il sonetto A ciascun’ alma presa, chiudendo il cerchio della lettura interpretativa con la scrittura.
Nel Purgatorio XXVIII, prima di compiere la salita finale al Paradiso terrestre, i due poeti sono costretti alla sosta per il tramonto del Sole: Dante, come in ogni notte di quella cantica sonnambolica, sogna allora di Lia e di Rachele, le due spose di Giacobbe che per tradizione alludono alla vita attiva e a quella contemplativa, qui tuttavia non contrapposte ed anzi l’una presupposto all’altra per l’ascesi fisica e spirituale. Il sogno, “che sovente sa le novelle” (vv. 93-4), non abbisogna dunque di particolari spiegazioni e Virgilio infatti, soltanto confermando la fine della propria missione, annuncia con poetica malinconia l’avvenuto trapasso. Il Dante maturo, come già quello del prosimetro, non appesantisce il sogno di elucubrazioni teologico-ermeneutiche, ma affidandolo all’esposizione poetica in quella lo risolve.
Spesso nella Commedia i sogni si fanno da svegli, prendendo l’aspetto di visioni. Abbiamo già detto del canto XVIII del Paradiso, con le anime lucenti che compongono lettere e una scritta in cielo; aggiungiamo che, tramite l’intercessione della Musa, alla lettura segue la scrittura a favore del lettore esterno: “ché io rilevi / le lor figure com’io l’ho concette: / paia tua possa in quei versi brevi” (vv. 85-7).
Dalle mille faville della scritta, e precisamente dal colmo dell’ultima lettera, si assiste poi ad un ulteriore transito compositivo: appaiono il collo e la testa di un’aquila fiammeggiante. Dall’emblematica M, iniziale di monarchia, prende vita il suo simbolo araldico e vivente, che direttamente prende parola e chiarisce i dubbi di Dante in merito alla giustizia divina. Curioso esempio di visione che si spiega da sé all’esegeta, laddove la complessa processione, con al centro il carro trionfale della Chiesa in Purgatorio XXIX, ferma la sua pesante allegoria di fronte al poeta smarrito e in attesa della comparsa di una Beatrice pronta a rinfacciarli i suoi peccati.
La visione insomma, specie quando passa dall’interno all’esterno, dalla notte al giorno, ingigantendosi, sembra sopraffare il Dante lettore (e sinceramente anche il lettore di oggi) a differenza del testo scritto, più contenuto e padroneggiabile dall’intelletto investigante. Eppure sappiamo il poeta fiorentino appassionato di opere d’arte, oltre che di letteratura e filosofia; forse ha bisogno di una maggiore materialità per esercitare la propria lettura, come nei bassorilievi che rappresentano scene di umiltà nel X canto del Purgatorio. La parete è scolpita con l’Arcangelo Gabriele annunciante, che “dinanzi a noi pareva sì verace / quivi intagliato in un atto soave / che non sembiava immagine che tace” (vv. 37-9); anzi sembra salutare Maria con un “Ave” e la “favella Ecce ancilla Dei” appare “come figura in cera si suggella” (vv. 43-5). Allo stesso modo la pietra, finemente modellata, restituisce una serie di battute tra l’imperatore Traiano sul punto di partire in guerra e la povera vedova che gli chiede giustizia.
Nell’ultimo canto del Purgatorio Beatrice, dopo aver spiegato al non troppo ricettivo discepolo Dante (“intelletto / fatto di pietra, ed impetrato, tinto” vv. 73-4) le profezie a cui ha assistito precedentemente, vuole che comunque abbia una comprensione globale del suo “detto” (v. 75), serbandone così memoria, “se non” come “scritto, almen dipinto” (v. 76). Ciò a chiarire una comunanza comunicativa, ma pure una gerarchia nella lettura tra immagini e testo, con quest’ultimo che permette una comprensione più profonda perché maggiormente analitica; dunque accessibile soltanto ad un lettore sperimentato.
La segnalazione luminosa, forse elementare certo incorporea, come quella dei fuochi tra le sponde dello Stige, ha necessità dell’intervento di Virgilio, mentre Dante da solo legge gli stemmi sulle borse degli usurai per individuarne la schiatta ed è spesso perspicace a ravvisare vecchie conoscenze che si celano nelle fattezze stravolte e martoriate dei dannati (come Filippo Argenti: “i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto” Inferno VIII, v. 39). La maestria, esercitata sui libri, nel leggere i volti e le movenze, diventa dunque fondamento necessario anche nella penetrazione psicologica e nella conseguente restituzione integrale in versi dell’umanità.
Il realismo dantesco, riassumibile nel verso 12 di XXXII Inferno, allorché il poeta invoca dalle Muse le rime aspre più adatte per Antenora, “sì che dal fatto il dir non sia diverso”, risulta alla fine il precipitato del suo lungo apprendistato di lettore di carte e di esperienze. Sempre tenendo ben in chiaro la mediazione trasformatrice dello scrivere, che appunto non è mai (e figuriamoci in Dante) una pedissequa restituzione della realtà, ma allo stesso modo del leggere, poiché è senz’altro condivisibile l’affermazione di Ricardo Piglia, ne L’ultimo lettore, che anche “la lettura costruisce uno spazio tra l’immaginario e il reale, fa venir meno la classica opposizione binaria tra illusione e realtà. Non c’è, al tempo stesso, niente di più reale e di più illusorio dell’atto di leggere.” Basti pensare a quanto di soggettivo, in termini di gusto, impressioni e interpretazioni, tangibilmente variabile nell’arco di una sola vita, ci sia nella lettura di un libro, che spesso contiene un mondo. Naturalmente un mondo creato per via letteraria e dunque differente da quello reale, che si fa presupporre attraverso altre letture e riscritture in una vertigine quasi infinita di approfondimenti, scostamenti ed approcci. Si può intendere anche così l’avvertimento al lettore di penetrare “il velame de li versi strani” (Inferno IX, v. 63) che sempre scherma e in qualche modo deforma la realtà.
Infine quando, come chi si sforza di mettere a fuoco l’eclissi del sole e “per veder non vedente diventa” (Paradiso XXV, v. 120), o direttamente il lume divino, la facoltà visiva di lettura si arresta, ne consegue che “a l’alta fantasia” vien meno “la possa” (Paradiso XXXIII, v. 142). Siamo qui al culmine irraccontabile del viaggio, ma già nel decimo canto la luce delle anime, nel cielo del Sole, andava oltre “l’ingegno e l’arte e l’uso” (v. 43), impotenti per l’accecamento della possibilità visuale e di lettura. La scrittura, insomma, che nasce e si struttura attraverso l’abbraccio con la lettura di altre scritture e del reale individualmente esperito, cede il passo se vien meno il sostegno della più umile e nascosta sorella siamese.

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