Casole d’Otranto

di in: Iuncturae

Tra i cespugli di ginepro e di lentisco apparve la baia dell’Orte: un arco di pietra grigia e di macchia che scendeva verso il verdazzurro dell’acqua. Il profumo del rosmarino e della santoreggia si mescolava al suono delle onde che schiumavano contro la scogliera. Voltandosi, Gregorio vide Otranto biancheggiare in lontananza come un veliero: le torri e le mura si levavano alte sul mare, appena sfiorate, a sinistra, da una balza verde di ulivi che pareva un’onda anch’essa.  I labelli delle orchidee selvagge gli sfioravano i sandali mentre osservava il volo delle albanelle e dei falchi di palude che rigavano l’aria del mattino sopra la punta Palascìa e poi si perdevano in un cielo di vetro.

Di là dalla macchia riluceva, breve radura tra gli scogli, una striscia di rena gialla. Avvicinandosi, distingueva già il cardo e il giglio delle sabbie, luminosi di qua dal mare che schiumando si infiltrava nella scogliera, nei suoi ricami nerogrigi. Erano trascorsi dieci anni dai giorni foschi dell’assedio, quando tra le grida dei fuggitivi e i tuoni delle bombarde era passato da quella radura correndo alla ricerca di un  primo riparo.

 

*

 

Un pomeriggio, lasciando i leggii dello Scriptorium, prima che la simandra suonasse l’ora di Compieta, nella luce di fine luglio che ancora non imbruniva, i monaci e i pochi allievi erano corsi al grido del protocalligrafo che affacciato alla finestra stava indicando il mare. Nella prossimità della costa una grande striscia scura si svolgeva lentamente in una teoria di navigli che diventando più distinti si allineavano come uno stormo dirigendosi a nord del porto, verso le paludi di Alimini.

“C’è la mezzaluna sulle vele”, gridò un monaco.

“Otranto è sola”, disse uno studente, “le armate aragonesi battagliano contro Firenze, e i veneziani è un po’ che non presidiano queste cale”.

“Infatti”, continuò un altro monaco, “corre voce di un accordo commerciale tra la Repubblica veneziana e Maometto II”.

“Anche Rodi “, riprese lo studente, “i veneziani l’hanno abbandonata a se stessa”.

 

Gregorio prese all’indomani lo stradone di pietre e di erbe che dal Cenobio conduceva alle porte della città.  Lungo il cammino testimoni affannati raccontavano delle incursioni turche nelle masserie e nei casali, dicevano che molti contadini già correvano a rifugiarsi nei paesi prossimi all’altra costa. Erano stati inviati messaggeri, dicevano, a  chiedere  soccorso  al sovrano   aragonese: avevano lasciato la città all’alba vestiti da mercanti. Raccontavano anche delle difese approntate lungo le mura. e sugli spalti, ora che l’assedio era già cominciato e i mortai  di Akmet  erano puntati sulle torri e sul castello.

Giunse, Gregorio, nelle stradine bianche di Otranto, si aggirò lungo le case di tufo giallo e rosa, respirando il profumo dei cedri che saliva dagli orti. Dopo la piazza della Basilica s’infilò in una piccola corte ombreggiata da una palma, salì di corsa la scalinata fino alla loggia dove  Cesaria già s’affacciava, i lunghi capelli scomposti, gli occhi neri che nella penombra guizzavano di uno stupore ansioso, sperduto. Abbracciandola, vide che nei suoi occhi c’era come il lampo di una bellezza per la prima volta curva sull’acqua della paura. Sentiva contro il petto il tepore del suo seno, il pulsare della vene, la pelle che pareva trapassare la veste. Lei si stringeva a lui come volesse imprimere il proprio corpo sul lenzuolo della sua anima, perché nel viaggio lui portasse di lei ogni pensiero, ogni tremito. Dalla strada saliva una voce di donna che cantava il lamento al figlio perduto:

 

Mila, mila dòdeca

cidogna decatria

ta dìome u pedìomu

na ta pari es tin fsenia *

 

Il sole, al ritorno, incendiava la piccola baia, incendiava il tratturo che conduceva a  San Nicola di Casole, le pietre lucevano in mezzo all’erba arsa, un contadino conduceva l’asino assetato, l’orciolo vuoto appeso al basto, le briglie cadenti: nel saluto un’aria di stordita afflizione, nelle masserie e nelle campagne già sapevano  che l’assedio era cominciato. Il mare, sulla sinistra, aveva una calma azzurra che inquietava: pareva, il mare, un complice silenzioso e perverso dell’attacco che stava per scatenarsi. Presto il monastero mostrò le sue alte mura grigie, e apparve, tra le chiome folte degli ulivi e dei pini, la cupola della chiesa ricoperta di scaglie verdi e carminio che mandavano lampi.  Nel chiostro il monaco cellelario correva affannato verso i magazzini, altre tuniche nere, il cappuccio sul dorso, seguivano sollecite il protocalligrafo che saliva la scalinata della Biblioteca, dal gruppo veniva un mormorio non di preghiera ma di confuso parlottare: le ore della regola di san Basilio erano sconvolte, l’igumeno ne aveva autorizzato la sospensione chiamando tutti, monaci e allievi, ai nuovi compiti. Il suono della simandra taceva.

 

Dopo la notte trascorsa in una delle metochie dipendenti dal Cenobio, Gregorio si staccò dai monaci e dagli altri allievi di lettere greche che come lui erano stati incaricati del trafugamento dei manoscritti, e nel sole alto del mattino, i codici sul dorso dell’asino, raggiunse una grancia, una piccola masseria ch’era anch’essa sotto la cura dei basiliani: un contadino lo guidò, passando sotto i pini  e le querce spinose,  verso il frantoio ipogeo. Lì avrebbe atteso, nascosto, prima di riprendere, la sera, il viaggio verso Gallipoli, e da Gallipoli, via mare, verso  Taranto. Mentre deponeva per terra i manoscritti, ne faceva scorrere nella mente i titoli, primo tra tutti i trattati Trya Syntagmata di Nettario,  teologo sapiente e poeta di carmi dotti che più di due secoli addietro del Cenobio era stato igumeno e aveva animato una fervida Scuola poetica, poi la Mystagogia di Basilio, una silloge dei Salmi antifonali, i Prolegomeni di Ammonio, le Omelie del Damasceno. Era contento Gregorio del suo carico, e immaginando l’imminente possibile distruzione del monastero pensava non più con rancore al cardinal Bessarione,  che pochi anni prima aveva trasportato a Roma e a Venezia gran parte dei codici di Casole. Lo avesse fatto, il Bessarione, metropolita di Nicea, per volontà di usurpazione o per presagio della strage idruntina, per passione di bibliofilo o per esibizione di magnificenza, certo quei manoscritti erano ora al sicuro. Una lama di luce tagliando la penombra del  frantoio  portava un pulviscolo profumato e spezzava l’acre odore di sansa che impregnava l’aria. I pensieri di Gregorio trascorrevano in un andirivieni che aveva al centro una domanda inquieta: era giusto, per una devozione verso i monaci basiliani che gli avevano insegnato a leggere i libri dell’antica sapienza,  lasciare le strade di Otranto dove tutti già resistevano all’assedio, i suoi fratelli, gli amici, la stessa madre, chiusa nel suo abito nero, già quasi serrata nel suo dolore? La domanda, via via, si perse dietro altri pensieri, e Gregorio finì con inseguire svagamenti e fantasmi che spesso, anche nel Cenobio, prima del sonno lo visitavano: le mura di Otranto e le mura del monastero di Casole le osservava ora dall’alto, allontanandosi le vedeva circondate dai due mari, e tutt’intorno c’era la campagna di ulivi, c’erano le balze petrose, le scogliere grigie che entravano nel blu delle onde, il promontorio di Leuca che biancheggiava contro lo spartiacque: poi saliva con i pensieri ancora più in alto, quasi all’altezza della luna, una luna che era di biacca, immensa e triste, nella sua luce di madreperla gli pareva d’annegare, la terra anch’essa era una luna, ora violacea ora rossastra, e intorno le stelle brillavano come fuochi accesi nelle notti d’estate, e voleva perdersi in tutta quella fuga di bagliori, volare verso altri corpi celesti, ammirare le sfere perfette, vorticare nella notte sconfinata insieme con loro, in quei giri gli pareva di intuire qualcosa del legame tra la cosmologia e la teologia, tutto quel roteare di astri non era che un modo col quale Dio mostrava l’aspetto visibile del suo enigma, il ritmo di quella potenza senza limiti che il Figlio, facendosi uomo, aveva attraversato e negato, rimpicciolendosi e umiliandosi sul granello di sabbia  ch’è la terra, lo aveva fatto per portare gli altri uomini sulla soglia di quell’invisible che mai del tutto sarà svelato, neppure agli angeli che sono solo manifestazioni non parte della divinità … Scivolando tra questi pensieri, piano Gregorio si assopì, e i versi greci di Nettario, richiamati a memoria nel giorno durante il cammino, diventarono il ronzare di un’ape che cullava sillabe appena pronunciate, parole spezzate dal silenzio, salmodie vespertine affumicate dall’incenso, e sull’onda di quei suoni, gli parve di sentire la voce di Cesaria, poi gli apparve il  sorriso di lei incorniciato dal fazzoletto rosa, sotto cui scivolavano i lunghi capelli neri. Correva, ora, saltando in mezzo all’oliveto e sulle stoppie, stringendo forte la mano di Cesaria, correva lasciandosi inseguire dal riso e dalle grida della ragazza, poi si fermava di colpo sotto il tronco di un ulivo, lei giungendo lo abbracciava, l’affanno dolce nel seno, le labbra già schiuse al bacio, la sua pelle bruciava sotto la veste, poi ripartivano insieme  balzando sopra i muretti a secco, cercando un furnieddhu dove nascondersi e amarsi. Sentiva ora il rumore della penna sulla pergamena, vedeva le parole allinearsi, e nel grande foglio i caratteri confondersi, la lettera onciale mescolarsi  alla beneventana, la gotica alla carolingia, ora lui stava nel coro sotto gli affreschi della chiesa e cantava doxa si kirie, doxa si, e una voce rispondeva  fons  sapientiae, super omnia venerandum caput, poi usciva dalla Biblioteca e se ne andava sulla riva del mare a osservare l’airone cenerino immobile sulla sabbia mentre in alto, sotto un cielo di alabastro, gridavano le poiane, in lontananza una donna, di spalle, s’allontanava verso le porte della città, era proprio Cesaria, che chiamata non si voltava più, Gregorio nel sonno tornava a gridare il suo nome, ma lei era già scomparsa dietro la curva del sentiero. Nello stesso istante egli avvertì la sparizione di Cesaria, il proprio risveglio, la prima luce sulla terra asciutta del frantoio, il rumore in lontananza delle palle di pietra scagliate dai Turchi contro le mura di Otranto. Uscì nella campagna ancora disabitata, respirò il vento di ponente che giungeva dall’altro mare, che giungeva dalla costa gallipolina  dove la sera stessa si sarebbe imbarcato con i suoi libri.

 

*

 

Molte primavere erano passate da quei giorni di fine luglio. Gregorio tornò a guardare dall’arenile il mare che s’era nel frattempo gonfiato e tinto di viola,  poi osservò il profilo bianco di Otranto. Aveva saputo, nella lontananza, di un fratello ucciso nella strage, di Cesaria finita sposa di un massaro. Oggi stesso avrebbe abbracciato la vecchia madre. Ma prima doveva dirigersi verso l’antico Cenobio: tra i muri e gli affreschi in rovina voleva sentire, o immaginare di sentire, il suono della simandra.

 

* Mele, mele dodici / e tredici cotogne / daremo a mio figlio / che le porti nel paese straniero (Versi in gricu di uno dei moroloia – canti funebri della tradizione salentina).

 

[Pubblicato in www.iuncturae.eu del 12 febbraio 2017]