L’incanto greve della terra

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Il capoluogo gamuna, con le sue baracche e palazzi fatiscenti, i veicoli abbandonati ai bordi delle strade, i vecchi pali della luce con fili che pendono, potrebbe sembrare un pezzo di crosta terrestre staccatosi da qualche vecchia città europea. Ma quando ci si inoltra per le sue strade e vi si soggiorna per qualche tempo, un’impressione più fondata si fa largo nella mente. È l’impressione di trovarsi in un punto della terra di particolare grevità, per effetto d’un campo magnetico molto intenso. Tutto là sembra subire un’irresistibile attrazione verso il basso, anche ciò che altrove può sollevarsi dal suolo grazie alla sua leggerezza. Lo si nota dal volo degli uccelli, che quando scendono troppo in basso perdono quota, si agitano in cerca d’una corrente termica per risalire, ma poi stramazzano a terra pigolando. Attorno, in ogni direzione, si vedono pianure vastissime che in parte sono coperte dalla fitta brughiera e in parte sono propaggini dell’immenso deserto sabbioso. E l’effetto complessivo che si avverte, camminando per le strade di Gamuna Valley, dipende da quello spazio eccessivo che avvolge tutto, producendo strani fenomeni ottici o allucinatori. Ad esempio: il tetto d’una casa, sullo sfondo di quello spazio troppo grande, sembra assolutamente desolato oppure stupidamente puntuto; e la stazioncina là in mezzo alle dune fa venire al visitatore una grande tristezza, per come appare inguaribilmente meschina, ottusamente persa nel vuoto illimitato. Non parliamo di quando scende il tramonto, la luce si attenua e le ombre sfumano, il cielo ti avvolge con un intenso colore violetto, e si vedono in giro gruppi di giovani gamuna che non sanno dove andare. Allora è come se alla fine del giorno non restasse più niente, salvo la stupidità dei giorni che si trascinano, la sensazione di essere stupidamente persi nell’immensità, e l’aria meschina di tutto ciò che si vede intorno.

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Non si sa perché, ma la qualità riconoscibile in ogni strada, in ogni porta, in ogni spigolo di muro, appare effettivamente come una specie di grevità o stupidità particolare. È questo “l’incanto greve” (krongha paf) di cui parlano i Gamuna: un fenomeno a cui non è possibile sottrarsi, e che trascina tutto verso il basso, anche i pensieri, anche gli stati d’animo, nonostante la prudenza difensiva degli adulti. Secondo i Gamuna è sempre come essere granelli di polvere sul fondo d’un catino, senza poter vedere cosa vi sia oltre l’orlo; oppure è come essere piantati al suolo al modo degli arbusti che crescono a caso nella brughiera. Camminando per Gamuna Valley si vedono dovunque porte aperte, finestre spalancate, muri con l’intonaco disfatto e grandi crepe che ne preannunciano il crollo. Lungo le principali arterie, si incontrano file di automobili e di camion abbandonati, di cui molti si servono per i loro sonnellini pomeridiani, mentre altri abitanti dormono stesi sulle panchine o sotto gli alberi di qualche giardinetto. Ecco una veduta del luogo, l’atmosfera che si respira nelle strade, come viene ripetutamente descritta nei diari della sorella Tran. Sono pagine in cui la suora vietnamita non si trattiene dall’esprimere la sua fascinazione davanti alla “potenza dei luoghi desolati”, come dice spesso. “La potenza del luogo spoglio di attrazioni”, scrive, “desolante perché è soltanto quel che è, senza le attrazioni di quello che dovrebbe essere…”.

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In certe strade si trovano vecchie corriere in abbandono, dove spesso gli anziani vanno a fare dei lunghi sonni pomeridiani, quando sentono la voglia di crollare per terra e dimenticarsi di tutto. Altre corriere sono adibite a posti di raduno per far chiacchiere, come posti più calmi e raccolti dei bar affollati nel centro cittadino. Qui gli adulti gamuna, gli anziani, anche gruppi di donne sposate, ci vanno soprattutto quando grava sul loro animo il peso dello spirito del luogo; quando si percepisce più intensamente il senso di stupidità che invade tutto sullo sfondo del deserto. Il che avviene specialmente di sera e di notte, quando l’incanto greve della terra è più che mai avvertibile, e la necessità delle chiacchiere medicinali più che mai avvertita. Allora si sente di non essere veramente diversi dagli arbusti cresciuti a caso nella brughiera, ed un raduno di chiacchiere fa bene. Certe sere Astafali, passando davanti a una corriera sconquassata, al lume d’una candela, vedeva quegli indigeni assorti nei loro mugugni melodici a bocca chiusa, e desiderava essere uno di loro.

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I Gamuna dicono che l’incanto greve “ti attira verso il ta“: parola che per loro indica il “questo” (ta) dove l’individuo è piantato. Il ta è insieme l’incanto del vivere e l’uomo piantato nella terra, con la polvere che lo avvolge, con i suoi sogni e la deriva dei sogni, con il suo modo d’essere nella grande allucinazione del mondo. Inoltre loro vedono questo incanto del vivere come un tremolio delle cose che si stanno sfaldando nell’afa delle stagioni calde, o tra i barbagli della polvere che invade l’aria marzolina. Oppure lo vedono nelle cose che sono destinate a sfaldarsi, disfarsi e crollare per l’attrazione di tutto verso il basso. Così si crea attorno alla città una bolla di aria tremolante in cui tutto, dicono, diventa “stupido come un cencio” (pertuma bin), tutto greve e insignificante. Ed è questa atmosfera che dà la voglia di crollare a terra, per ritrovarsi nel proprio “questo” (ta), nel “questo qui ora” (ta muna ti), come quando si va nel sonno.

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È la polvere del deserto la causa della grande stupidità che si vede dappertutto, dicono, perché la polvere non sta mai ferma, offusca la trasparenza del cielo, e stanca gli occhi, stanca il corpo, stanca i pensieri. Scrive la sorella Tran: “La polvere fine che viene dal deserto si insinua in ogni angolo, in ogni stanza, ricopre ogni oggetto, brilla nell’aria in controluce, e niente può bloccarla, né sbarramento, né porta o finestra sigillata. Perciò loro lasciano sempre porte e finestre aperte, affinché la polvere vada dove la porta il vento, e non sia irritata da troppi ostacoli…”. Se la polvere viene irritata e poi ti entra negli occhi, porta gravi disturbi, dicono: disturbi come il desiderio di non essere mai nati, e la tristezza dei giorni che passano, e la voglia di ammazzare qualcuno per sentirsi forti. Invece, se si spande liberamente, la polvere del deserto dà a tutto un aspetto insignificante, ma non porta gravi disturbi mentali. Anzi, in questa forma liberamente volatile spande una virtù fondamentale su tutte le cose, che può infondersi anche negli uomini. “È la virtù di ignorarsi”, scrive la Tran, “la virtù di ignorare se stessi come la terra ignora se stessa, di affidarsi all’incanto greve che trascina tutto, senza aver nulla da dire, nulla da lamentare…”.

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L’incanto greve di cui parlano i Gamuna non è altro che la forza di gravità, da loro descritta come l’incanto del vivere, perpetuo e irresistibile. Di questo gli adulti non amano parlare, ma s’intendono attraverso certe immagini. Ad esempio: qualcuno posa lo sguardo su una ragnatela e la vede tremolare per un colpo di brezza; oppure alza gli occhi a guardare le nuvole e le vede sfilacciarsi nel vento; oppure si fissa su una crepa nel muro e vede che si è allargata rispetto a ieri; oppure contempla una goccia che pende da una grondaia ed è sul punto di cadere. In questi casi, un adulto prova il sentimento del disfarsi, del cedere di tutte le cose lentamente o all’improvviso. Allora lui comincia a pensare al suo amico Donghi, al cugino Wanghi, a suo zio Fonghi, e sente che la rete di abitudini che li ha uniti è destinata a sfaldarsi per via della forza irresistibile che trascina tutto verso il basso. Ecco l’incanto del vivere, come un sogno sospeso sopra l’abisso di centomila ripetizioni, frusciante tra suoni lievi e improvvisi sfasci.

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C’è un altro aspetto di quell’incanto, che solo i profeti gamunici sanno dire in modo melodioso. Bonetti rende appena l’idea. Col sentimento dell’incanto greve, l’avvenire non è più là davanti che ti aspetta, dicono, ma ti avvolge all’intorno in tutte le cose. L’avvenire si vede dovunque come un’onda che viene e ti trascina, ma spazza anche via l’altalena di speranze e timori, perché avvolgendoti ti guida e ti culla con la “dolcezza del tremolio” (ouina ki truntrun). Quella è la dolcezza delle epoche mute, la dolcezza dell’inizio dei tempi, quando c’era solo l’alta cupola del cielo e nessuno sapeva di essere capitato in un’allucinazione.

(da Fata morgana di Gianni Celati, Feltrinelli 2005)

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