Gino/ 24

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Lavorino di fino

“Dài, sbrigati, mi sa che m’hanno visto, ‘io cane…”.

Gli tremava le mani, a tutti e due, e non riuscivano a scambiarseli, i pacchi.

Al buio, poi, fra tutta quella paglia e merda di vacca. Gino si intrecciava negli strizzoni della paura e gli pareva di muoversi peggio che fosse infilato fino al collo nell’acqua. Lento e sgangherato, mentre a quell’altro gli cascava addirittura in terra la roba e si metteva a raccattare, piagnucolando delle bestemmie che parevano più delle preghiere, dalla disperazione del momento.

“Proprio oggi, con questa roba…”.

E nel buio sbrilluccicavano ori e gemme, davvero roba grossa. Ma adesso stavano fra la merda di vacca e a raccattarle tutte c’era giusto il tempo di farsi beccare così, con le mani nel sacco.

Infatti a quello gli venne il panico e disse “lasciamo stare, vai!”, e scappò verso la porta che portava in casa.

Gino gli riuscì di arrampicarsi su una finestra, passare fra le sbarre larghe e arrugginite e vedere due figure scure correre quatte quatte verso la stalla, verso la porta principale. Forse le guardie, forse quelli che gli avevano rubato la roba. Forse altri ladri.

Gino saltò con un rumore soffice e sgattaiolò via rasoterra, come aveva imparato a fare nei boschi, quando doveva stare attento a non prendere le frasche in faccia. E mentre correva basso e rapido il cervello anche gli si mise a galoppare, furioso. E lui che lo voleva frenare e c’aveva paura di vedere dove lo portava, quel cervellaccio bacato, ma tanto era inutile, gli s’era imbizzarrito dietro un’idea e non c’avrebbe più avuto pace finché non gli dava retta.

Allora corse e corse e s’infilò in un lecceto lì vicino. Nel buio pesto di un bosco solo lui e le bestie ci si sapevano muovere e si sentiva tranquillo.

Allora, l’idea era quella. I soldi ce l’aveva ancora tutti lui. Un mucchio di carta che gli sfilava fra le dita foglio foglio, frusciante, un effluvio di odore di carta ciancicata che prometteva bellezza, comodo e lusso. A Gino il cervello non gli si fermava più. In un risucchio lontano di cose mai viste ma che gli erano diventate più vere del vero.

Gli pareva di non poterne stare più lontano nemmeno un minuto, a quelle cose che neppure conosceva.

Le donne e i viaggi, camere di lusso, cibi raffinati. Navi e treni, cene e candele… la Camilla in vestiti d’ogni foggia e pellicce, manicotti caldi dove avrebbe infilato le belle braccia scure…

Non fosse stato per la Camilla, gli sarebbe convenuto scapparsene così, senza voltarsi indietro. Veloce, non dovevano vedere nemmeno la polvere.

Invece tornò dalla Gegia, col pacco enorme che gli rigonfiava il giacchetto. Per fortuna non incontrò nessuno, che sennò l’avrebbero capito subito, che nascondeva qualcosa.

Dalla Gegia si arrampicò su per la grondaia, che ormai la conosceva bene. E il pacco lo infilò sotto il tetto, su un’intercapedine dove le rondini avevano fatto dei nidi. Ne dovette buttare giù uno, per farsi posto, e gli dispiacque.

Poi in camera gli ci volle un monte a lavarsi le mani, da quanto gli tremavano. Gli tremava tutto.

Perciò si sedette sul letto a riflettere, calmandosi i bollori nelle acque fresche dei sogni. Si vide in crociera con la Camilla. In viaggio in India, lui e lei elegantissimi. Quei soldi erano solo un pacco ma non avevano fine. Perché se gli erano caduti così, in mano… ce ne sarebbero stati altri, e altri ancora. Poi, era un segno del destino, che a lui la vita adesso gli cambiava e passava fra i ricchi. Quel colpo che aveva fatto una volta… poteva anche ripetersi, no, la fortuna?!

E tutto tremante, con la faccia più disperata che trovò andò al bar a raccontare di come erano andate le cose, che erano arrivati gli sbirri, o non sapeva nemmeno lui cosa, proprio all’ultimo minuto.

E per non farsi prendere con la roba in mano lui era scappato così, per un soffio, lasciando cadere in terra il pacco, che almeno quegli altri si erano soffermati per raccattarlo e lui in questo modo era riuscito a svignarsela.

Il Rospo era con un altro compare suo. Mai visto prima. E c’avevano una faccia nera da far paura.

Si guardarono fra di loro, guardarono Gino. Senza parlare, senza dir niente. Fermi e zitti, pareva il tempo non finisse mai e Gino non sapeva più come stare seduto su quella seggiola dura. Si muoveva sugli ossi delle chiappe e intanto pensava a Franz, un giorno intero chiuso in una stanza senza che nessuno gli dicesse niente… povero Franz. Povero Franz? Quello era libero e sereno, e a lui gli toccava stare lì davanti agli occhi stretti di quei due, che sembrava si fossero allenati anni a fare quella scena, zitti muti a scrutare nella verità.

Sì, e lui non sapeva come frenarla, gli si leggeva addosso. Nudo bruco a trasudare verità. Ma che andassero a cercarla, la roba! Che lo frugassero dappertutto, lui e la sua camera, e la facessero finita di stare lì a guardare.

Gino, con le gambe di gelatina, inghiottì due o tre volte e si decise a parlare. Gli uscì un filino di voce stitica, tremolante.

“Io… io posso andare ? Sono stanco…”.

Il rospo e quell’altro, fecero un po’ di mugugni, si schiarirono anche loro la voce ma non dissero niente. Solo, il rospo gli fece cenno di andare con la mano.

Gino si alzò e gli fece un mezzo inchino, tanto era confuso. Girò sui tacchi e andò verso la porta, accorgendosi che tutto il bar stava in silenzio, nessuno giocava e nessuno beveva. Tutti guardavano la scena, più o meno di sottecchi. A Gino gli si strinse lo stomaco dalla paura.

Ma in fondo, che potevano volere da lui? La storia era credibile, e prove non ce n’avevano.

Per la strada riuscì a convincersi e quando entrò in camera si sentiva quasi tranquillo. Gli prese un sonno improvviso, una stanchezza che non stava più con gli occhi aperti. Si buttò bocconi sul letto e s’addormentò.

Un sonno parecchio agitato, dove c’erano facce e facce a guardarlo, e il mondo in una brocca di silenzio. Lui e tutti gli altri muti pesci disperati di qualcosa ma nessuno sapeva cosa. Però gli saliva l’angoscia, perché a un certo punto gli si stringeva tutto addosso e lui gli pareva di non respirare più.

Si svegliò di soprassalto, madido di sudore. Il cuore e lo stomaco strinti peggio d’un fazzoletto a asciugare. Si alzò, aprì l’acqua del lavandino e si lavò la faccia e il collo. Eppure quell’incubo non

Passava. Gli pareva di stare sempre pescemuto, in qualcosa che forse era acqua e lo soffocava. Spalancò la finestra, cercò di respirare aria fresca. Ma era una notte calda, con la luna sbiadita dietro un pulviscolo bianco.

Poi bussarono. E il suono per Gino rimase come impigliato nel legno della porta. Piccolo e secco, un noccare senza rimbombo, quasi timido nel silenzio della notte.

Il respiro, il sudore, la vista, il tatto e tutte le impressioni dentro al corpo. Tutto gli si ridusse strinto come un nocciolo di pesca. Duro, chiuso, l’animo ridotto a un nocciolo gli andava di traverso all’imbocco dello stomaco.

” Apri, ci manda l’amico del Rospo . ”

I battiti attutiti continuarono sulla porta ma di aprire a Gino non gli passò nemmeno per l’anticamera del cervello.

Dopo qualche attimo ci fu uno sferragliare lieve dentro la serratura e subito dopo la porta scivolò aperta, frusciando lenta nella penombra.

Entrarono, cauti, due uomini che Gino non aveva mai visto e che gli sarebbe piaciuto di non vedere mai. Uno secco e alto e uno basso e grasso, parevano Sussi e Biribissi ma non facevano ridere per nulla. Silenziosi e seri, si muovevano lenti come i preti all’eucarestia. E guardavano Gino senza muovere i muscoli della faccia.

“Dacci i soldi, ragazzo”. Il basso parlò leggero come un sussurro di vento primaverile.

Gino stava ancora tutto raggomitolato in quel nocciolo sullo stomaco e non gli arrivava nemmeno il senso delle parole.

“Non tirarla per le lunghe. È meglio che ce li dài subito, così ti facciamo meno male”.

Difficile, per un nocciolo, dargli qualcosa. O rispondere.

Quello alto si avvicinò a Gino e gli dette uno schiaffo. Il nocciolo si aperse un po’ e a Gino la voce gli tornò piano piano su verso il cervello, e anche qualche idea vaga.

“Io non ce l’ho…”.

Il secondo schiaffo del lungo fu così forte che lo mandò in terra. Un attimo solo, perché il secco poi gli si mise dietro e lo tirò su, coi bracci piegati sulla schiena.

Sempre più lento d’un prete all’altare, il grasso gli si avvicinò e tirò fuori la lama di un coltello dal serramanico.

“Allora lo vuoi proprio, un bell’occhiello…”.

Gli tirò fuori la camicia dai pantaloni mentre l’altro gli chiudeva la bocca con una mano.

E il coltello gli si appoggiò sulla pancia, solo un pochino. Non bucò subito, cominciò a fare male solo dopo qualche secondo, quando il grasso si mise a girarlo e rigirarlo, come volesse mettere il pepe in un arrosto. Poi smise e il lungo lasciò andare la bocca di Gino. Che avrebbe voluto parlare subito, per carità, ma c’aveva paura che poi lo ammazzavano come un cane.

Si guardò la pancia e vide un buco nero di sangue che colava giù per i pantaloni.

Il lungo gli ritappò la bocca e il grasso gli rifece lo stesso lavoro, da quell’altra parte.

Adesso la pancia gli bruciava come un forno e c’aveva sangue dappertutto.

Quando il lungo gli riaprì la bocca non pensò nemmeno.

“Sulla grondaia, sotto il tetto, nel cortile di dietro…”.

Il grasso fece cenno al magro e poi scaraventò Gino per terra. Che si raggomitolò come un verme con le mani sui buchi. Non erano fondi. Larghi appena due diti. Servivano solo a fargli male e paura. Due tasselli tondi tondi di ciccia in meno. Però sanguinavano ancora.

Il grasso mise via il coltello e si accese una cicca.

A Gino gli si liberò la vescica.

Il lungo rientrò col pacco sotto la giacca e la faccia rilassata.

“Bene”, disse il grasso ridendo. Poi fece scattare di nuovo la lama fuori dal coltello e si mosse verso Gino. Che in un balzo fu in piedi, sul davanzale, sul cornicione fuori di finestra a urlare a squarciagola nella notte “aiuto…. mi ammazzano!!!”.

E rimase lì in bilico finché non sentì delle voci per la strada, degli scalpiccii nella pensione e Sussi e Biribissi che si mormoravano “finiamo un’altra volta ” e filavano via.

La strada era buia, la gente affacciata alle finestre guardava su e giù ma non vide Gino attaccato al muro come una lucertola.

Dopo qualche istante tutti riaccostarono sbuffando gli stipiti. Dentro alla Gegia si richiusero gli usci.

Gino scivolò piano piano dentro la camera e sul letto, dove perse il lume.

Senza pensieri, senza sogni. Nel nero nero nero a galleggiare senza paura né dolore. Buio amico, morte breve. Finché il peggio è passato, il corpo e la testa si sono riavuti, il sangue raggrumato e il piscio asciugato, una mano scuote e una voce chiama.

“Gino, Gino!”, con una paura e una tenerezza che il buio lascia passare un filino d’anima.

Come lo spisciolo di un vaso di terracotta, piano piano i pensieri e i ricordi, il male e gli occhi tornarono a Gino, che guardò e vide Franz, in lacrime su di lui.

“Gino…”.

Si affacciò anche la Sara, con gli occhi asciutti ma il viso in fiamme.

“Che paura…”.

Poi entrò anche la Gegia e per poco cacciò un urlo.

Gino riscivolò via, ma non nella morte. In un sonno pesante e spesso, dove però ogni tanto gli arrivava qualche frase e le mani che lo toccavano, lo lavavano, lo fasciavano.

Il giorno dopo c’aveva la febbre.

“Ma non è l’infezione”, disse la Gegia.

“È la paura, lo strapazzo, è tutta la vita disgraziata che ha fatto negli ultimi due mesi…”, e se li prese da parte, Sara e Franz, per spiegargli un po’.

Gino a occhi chiusi si vergognava. Il parlottio basso della Gegia, i mugugni di chi ascoltava. Tutto gli riportava le scene delle settimane passate fra il bar, il bordello e gli appuntamenti balordi.

E li vide, ora. Come un paesaggio da in fondo una strada, di colpo a Gino gli comparve il quadro della sua ultima vita. Lui pischello, lì a offrire da bere e da trombare. Tutti i debiti, tutti i soldi che gli erano passati fra le mani…

E di colpo vide il buio e il fumo, il verde del biliardo e delle facce, rancorose di vite al chiuso a bruciare come le sigarette.

Falsi amici, tutti quanti. Nessuno s’era mosso a compassione. Nessuno l’aveva scacciato, il primo giorno. Via, via di qui, cittino, avrebbero dovuto dirgli. E invece avevano scroccato e bevuto e giocato a spese sue e l’avevano mandato a rischiare la pelle e gli avevano fatto due buchi in pancia che ora frizzavano e gli sembrava d’avere due padelle roventi sotto il bellico.

“Senti, Gino, dobbiamo portarti via subito”.

Sara con occhi arrabbiati e decisi.

“Quelli tornano e ti fanno la pelle, sennò”.

Franz sospirò.

“Peccato per le piazze…”.

“Ne troveremo delle altre. Ma lontane”.

Intanto avevano già cominciato a fare bagagli, in fretta, anche per Gino.

Che si sentiva beato a galleggiare in una nuvola di sollievo. Finché però gli venne in mente la Camilla.

“No, io non posso venire!”.

Franz e la Sara nemmeno lo ascoltavano, si tuffavano in giro a raccattare, sistemare, chiudere.

“Io non voglio lasciare la Camilla…”.

Gino si mise a piangere e la stava già lasciando. Pianse disperato e singhiozzò, rivide gli occhi e i capelli lunghi, i seni turgidi, le mani strette sul suo viso.

Le chiusure dei bauli scattarono e la Sara e Franz vestirono Gino, piano piano come avessero paura di rompere un cesto d’ova. Lui piangeva e belava peggio d’un agnello al macello.

“Camilla…” diceva e giù lacrime.

“Lasciala perdere quella, guarda in che guai t’ha messo!”.

“E poi domani ti ha già dimenticato…”.

“Quelle mica si innamorano…”.

“Magari era d’accordo anche lei …”.

“Solo i soldi, per loro”.

“Pensi che ci veniva, se non pagavi?”.

E Gino sempre più perso nei capelli e nelle cosce, a ricordare ogni centimetro tanto prezioso, che non avrebbe rivisto più.

Franz e la Sara scesero a regolare i conti con la Gegia. Ma non c’era quasi nulla, perché ultimamente Gino pagava per tutti. Loro non lo sapevano e tornarono su un po’ contenti, un po’ imbarazzati.

“Su, sbrighiamoci!”.

Franz cominciò a trascinare i bagagli, insieme alla Gegia e un garzone.

La Sara prese Gino in collo come un bimbetto e tutti insieme scesero traballando le scale salutandosi nel frattempo e a presto, chissà quando, peccato perché c’erano buone piazze qui in giro, sempre se ne trova, tutto l’anno, tornate per la vendemmia…

Incespicarono in qualche gradino e in qualche e mozione e poi lasciarono la locanda.

“Vi ho fatto arrivare il carro, è già qui…”.

In strada di colpo tutti i discorsi si ammutolirono. Perché c’erano Sussi e Biribissi, nella luce dell’alba, a aspettare a gambe larghe e mani incrociate sul petto.

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