Altrove

Altrove, Edizioni QUODLIBET 2005, traduzione e cura di Gianni Celati e Jean Talon, pagine 258, euro 16,00

di in: Fantasticare sui popoli (0)
altrove

Altrove (Quodlibet, 2005) è una delle opere più felici di tutto questo secolo. Pubblicato nel 1948, in quasi sessant’anni ha preso sempre più sapore, ed è diventato un libro senza tempo, come a pochi succede. Descrive paesi immaginari, come quelli evocati da antichi cronisti, da antichi viaggiatori fantastici. Molti di questi paesi però sono quelli delle nostre fissazioni, dei nostri vaneggiamenti morali. Ogni paese serve a descrivere un temperamento. Si sente l’eco d’una vocazione etnografica, che l’autore ha seguito in gioventù. Ma anche quando parla di paesi che ha visitato davvero, in altri libri molto insoliti, Michaux lascia andare le frasi dove vogliono loro: non le frena con l’avarizia dell’intellettuale che vuol sempre confermare le sue idee. Allora ogni frase diventa una acrobazia immaginativa, una specie di volteggio sul trapezio delle virgole. E tutte queste acrobazie sono comiche, naturali – “naturali come le piante, gli insetti, naturali come la fame, le abitudini, l’età, gli usi, le consuetudini…”. In tutti i libri di Michaux la scrittura sembra qualcosa che viene fuori come una secrezione naturale, come la bava delle lumache, come la tela del ragno, come un porro sulla pelle, o come gli escrementi che ogni giorno evacuiamo. Si sente che non c’è mai il problema di dimostrare qualcosa, ma solo di lasciar fluire una secrezione che lascia tracce sulla pagina. Perciò a momenti è così rasserenante. Perché in lui non c’è niente dell'”artista creatore”, niente di queste pretese di serietà artificiale. Lui lascia andare avanti le frasi per vedere cosa si inventano. Ma mentre un mercato di professionisti ci scaraventa addosso mattoni con centinaia di pagine da leggere in fretta per arrivare alla fine inebetiti, Michaux spesso ci lascia lieti e sazi con poche righe.
G. C.
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da “Viaggio in Gran Garabagna”

Gli Emangloni

Il lavoro non è ben visto dagli Emangloni, e, se prolungato, presso di loro porta spesso dei malanni.

Dopo alcuni giorni di fatica sostenuta, succede che un Emanglone non riesca più a dormire.
Lo fanno coricare con la testa in basso, lo chiudono dentro un sacco, non c’è niente da fare.

Quell’uomo è esausto. Non ha neanche più la forza di dormire. Poiché dormire è una reazione. Bisogna anche essere capaci di questo sforzo, e ciò in piena fatica. Il povero Emanglone dunque deperisce. Come potrebbe non deperire, insonne, in mezzo a gente che dorme a più non posso? Qualcuno però, se abita in riva al lago, si riposa alla bell’e meglio contemplando le acque e i disegni senza motivo composti dalla luce della luna, e riesce a vivere qualche mese, per quanto mortalmente travolto dalla nostalgia d’un sonno profondo.

Gente così si riconosce facilmente dagli sguardi vaghi e insieme insistenti, sguardi che assorbono il giorno e la notte.

Imprudenti che hanno voluto lavorare! Ormai è troppo tardi.
*
Senza motivi apparenti, d’un tratto un Emanglone si mette a piangere, sia perché vede una foglia tremare o un po’ di polvere cadere, oppure perché una foglia cade nella sua memoria, sfiorando altri ricordi diversi, lontani, e sia perché il suo destino d’uomo rivelandosi lo fa soffrire.

Nessuno gli chiede spiegazioni. Tutti capiscono, e per simpatia si girano dall’altra parte perché sia a suo agio.

Ma, spesso colti da una specie di sfaldamento collettivo, se la cosa si svolge in un caffè, certi gruppi di Emangloni si mettono a piangere silenziosamente, le lacrime rendono confusi gli sguardi, e la sala e i tavoli spariscono dalla vista. Le conversazioni rimangono sospese, senza più nessuno che le porti a termine. Una specie di disgelo interiore, accompagnato da brividi, li occupa tutti. Ma in pace. Poiché ciò che sentono è uno sgretolamento generale del mondo senza più limiti, non tanto della loro semplice persona o del loro passato: uno sgretolamento contro cui proprio niente, niente si può fare.

Si entra così, fa bene certe volte entrare così nella Grande Corrente, nella Corrente vasta e desolante.

Tali sono gli Emangloni, senza antenne, ma commoventi al fondo.

Poi, quando è passato, riprendono le loro conversazioni anche se fiaccamente, e senza mai alludere all’invasamento avuto.
*
A teatro si rivela il loro gusto del lontano. La sala è lunga, il palcoscenico è profondo.

Le immagini, le forme dei personaggi, vi appaiono grazie a un gioco di specchi (gli attori recitano in un’altra sala), e vi appaiono più reali che se fossero presenti, più concentrati, più purificati, più definitivi, sbarazzati di quell’alone che produce sempre la presenza reale faccia a faccia.

Parole, discese dal soffitto, sono pronunciate a nome loro.

L’impressione di fatalità, senz’ombra di pathos, è straordinaria.

 

***

 

da “Nel paese della Magia”

A circondare il paese della Magia, dei minuscoli isolotti: sono delle boe. In ogni boa un morto. Questa cintura di boe protegge il paese della Magia, serve da ascolto agli abitanti del paese, segnala loro l’avvicinarsi degli stranieri.

Poi non resta che disorientarli e ricacciarli lontano.
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Su una grande strada, non è raro vedere un’onda, un’onda sola, un’onda separata dall’oceano.

Non ha nessuna utilità, non costituisce un gioco.

È un caso di spontaneità magica.

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Camminare sulle due rive di un fiume è invece un esercizio, peraltro faticoso.

Abbastanza spesso si vede quindi un uomo (studente di magia) risalire un fiume, camminando ad un tempo sull’una e l’altra riva: molto preoccupato, lui non si vede neanche.

Perché quel che sta eseguendo è delicato e non tollera nessuna distrazione. Si ritroverebbe molto presto, da solo, su una riva, e che vergogna allora!

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Il bambino, il bambino del capo, il bambino del malato, il bambino del bracciante, il bambino dello stupido, il bambino del Mago, il bambino nasce con ventidue pieghe. Si tratta di dispiegarle. Allora la vita dell’uomo è completa, sotto questa forma muore. Non gli resta nessun piega da disfare.

È raro che un uomo muoia senza avere ancora qualche piega da disfare. Ma è accaduto. Parallelamente a questa operazione l’uomo forma un nocciolo. Le razze inferiori, come la razza bianca, vedono più il nocciolo che la spigatura. Il mago vede piuttosto la spiegatura.

Solo la spiegatura è importante. Il resto è solo epifenomeno.

 

***

da “Qui Poddema”

A Huina, ai primi segni di vecchiaia, le persone anziane sono rieducate, in quanto divenute inadatte a sentire il Presente.

Se le si lasciasse andare, senza metodo, in breve tempo sarebbero totalmente irrieducabili.

I vecchi tentano, come si può ben immaginare, per orgoglio, di marinare la scuola.

Peggio per loro. E anche se qualcuno esibisce un diploma di rieducato, ottenuto per pietà o per favore, questa protezione non lo coprirà impunemente. Provi soltanto a lasciarsi sfuggire qualche dimostrazione di vecchiaia, ad esempio dichiarando che gli si manca di rispetto, oppure che i giovani sono più superficiali che ai suoi tempi, e subito lo si chiuderà nella camera dell’oblio. Lì finisce ogni discussione.

Molti di loro, di fronte a questa minaccia, diventano alquanto prudenti e, tenendo più alla vita che al rispetto, acconsentono a tutto, ripassando fino a tre volte gli “esami di sensibilità”. Quando sono bocciati è per zelo, per il loro eccesso di volontà, di cui danno prova maldestramente (questa volontà ossuta dei vecchi, fonte di durezza).

E quando il risultato è favorevole? Ebbè, questo ti fa dei vecchi proprio simpatici, accidenti! all’occasione anche soccorrevoli, perché forse si sorvegliano un po’ troppo.

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