Gino/ 28

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Dai Ricci

Il signor Ricci, il padrone, non c’aveva mai avuto un problema.

A dire il vero nemmeno suo padre, che aveva avuto il magazzino dal suo, che l’aveva avuto dal suo. Nei mattoni rossi e il legno stagionato degli scaffali c’era già passato un secolo d’anni e tutti senza problemi. Siccome avevano investito soldi che già c’erano, per comprarlo. Commercianti da sempre, il bisnonno aveva cominciato poco più in là con un fondo più piccolo. E anche il padre di lui era nei cenci. Da che in famiglia c’era memoria della famiglia senza debiti, senza dubbi, senza guai. Nei secoli laboriosi e chiusi.

Il fratello anche, era nelle stoffe. Lui c’aveva avuto l’idea di fare le camicie già pronte e di venderle nel primo fondo, poco lontano, che era ancora loro. Era stato un successo, un sollievo per i clienti. Niente sarto, niente prove. Le camicie di tutte le grandezze e forme e colori impilate in bell’ordine su scaffali lucidi di mogano.

Non sapeva se ce n’era degli altri a aver avuto la stessa idea. Ma siccome lui era già da parecchi anni che faceva le camicie pronte, ci sta il caso fosse davvero il primo.

Veniva spesso nel magazzino. Perché pure se le camicie vendevano bene, c’era sempre dei giorni morti dove farsi passare le ore non era roba da nulla.

” Buongiorno”.

Anche lui sortiva la voce in modo pacato, si scusava del disturbo e se per caso c’era suo fratello…

Poi si mettevano in un angolo a parlare, a guardare le pezze, a dondolarsi sui tacchi.

Non che ci fosse poi tanto da chiacchierare.

E l’autunno si inoltrò nell’anno, quasi senza che Gino mettesse il naso fuori. Perché fra uscio e bottega non c’era che un pezzetto di strada e una rampa di scale. E dall’alba al tramonto lavorava e basta e poi, quando arrivava il buio, dopo poco dormiva. La domenica restava in casa a riposarsi e ascoltare la gioia della famiglia nelle stanze accanto.

Andava in giro solo per qualche consegna, col foglietto delle spiegazioni scritto preciso preciso da Marzio, e non si sbagliava mai. Destra, sinistra, dritto, attraversare la piazzetta e poi subito a destra…

Per le vie rosse e strette, dove faceva già freddino e pioggerellava quasi tutti i giorni. C’era poca gente, da quelle parti, fuori dalla strada delle botteghe. Case silenziose, su per ritto alte alte inerpicate sui mattoni per quattro o cinque antichissimi piani. Il cielo era una striscia grigia nel mezzo dove svolazzava qualche piccione grasso. Solo nei vicoli sul retro c’erano dei panni stesi, in dei pertugi così stretti che alle donne gli bastava allungare il braccio per ritirarli tutti.

Così nei giorni e le settimane per Gino c’era solo il via vai dei clienti e delle pezze su e giù dagli scaffali.

Però adesso la sera, mentre lui mangiava in cucina, in salotto c’era un certo trambusto.

Le ragazze parlottavano in continuazione e il padrone doveva zittirle, per sentire la radio.

Allora quelle si spostavano nella loro camera, da dove ancora si sentivano cianciare e ridacchiare.

Poi, ce n’era una che arrossiva sempre per qualcosa che le veniva in mente, e che cantava le canzoni fra sé e sé e le altre la prendevano in giro per questo.

La Tina disse a Gino che l’Adele era fidanzata e che a marzo si doveva sposare.

Un colpo di fulmine, un compagno di studi. E che quelli così era bene farli sposare presto, sennò facevano delle sciocchezze.

Parevano passeri in procinto di volare: le sorelle cinguettavano e saltellavano per casa. La più grande si sposava, stava per tuffarsi lontano. E le altre a seguire, ne erano sicure. Si capiva da come cantavano e alzavano la radio, quando il babbo non c’era.

Se poi c’era delle notizie serie, subito la spegnevano e a Gino gli rimaneva nell’orecchio la voce forte di Mussolini che abbaiava di coraggio e destino e di chissà che altro, perché non gli riusciva mai di finire un discorso.

Il bel tomo cominciò a bazzicare per casa, sempre più spesso. Alto, fusto, giocava a tennis e era tutto abbronzato, nonostante la pioggia. I capelli impomatati chissà di che colore erano, sotto i chili di brillantina Linetti.

Sorrideva e scattava in piedi, salutava con garbo e stava simpatico a tutti.

Poi, appena restava solo con la fidanzata allungava le mani dappertutto, la spingeva contro i mobili, le faceva il solletico coi labbri sul collo. Certo, meglio si sposassero subito.

La Tina, a guardia della coppietta, tossiva forte prima di entrare a separarli e “volete dei biscotti col tè? O un pezzettino di torta?”, vociava. Qualunque cosa per riempirgli le bocche, che smettessero un minuto di sbaciucchiarsi.

A dicembre vennero anche i genitori di lui, a fare l’entratura. E siccome era domenica Gino se la spiò tutta dalla cucina, la cerimonia tesa e trista delle due famiglie che si annusavano, valutavano, restavano per forza un po’ deluse l’una dall’altra.

“Per i figli non si ha mai abbastanza…”.

Diceva la signora Ricci, a chi le chiedeva se era contenta.

Alla fine era quasi una tortura stare in casa perché fra risa, svolazzi e cinguettii si entrò nei preparativi delle nozze e fra corredi e incontri amorosi in casa non c’era più pace.

Il padrone e Gino adesso ci facevano notte, a bottega, e nei giorni di festa vagavano spaesati per le vie dei dintorni, ognuno per conto suo. Qualche volta si incrociavano per caso, dietro un angolo, e si sorridevano impacciati. Se era brutto tempo trovavano delle scuse per continuare a lavorare.

A Natale fu il trionfo. I regali a fiotti; lui aveva esagerato e gli riempì la casa di vestiti, libri, fiori.

I signori Ricci un po’ in imbarazzo, gliene fecero restituire qualcuno alla fidanzata e cercarono di restare all’altezza. Al padrone gli toccò correre in giro, la vigilia, per cercare qualche cosa di più delle camicie che aveva preparato.

Gino scrisse a casa, dopo mesi e mesi, per dare notizie.

Stava bene, aveva un lavoro onesto, che gli dessero notizie di loro, ora che aveva un indirizzo fisso. E che gli facessero sapere se avevano bisogno di qualcosa. Mandò anche qualche metro di stoffa in regalo: per suo padre un cotone celeste per camicia e alla mamma un popelin stampato a fiorellini chiari, per un vestito estivo.

Il venticinque non c’aveva voglia di stare in casa. Già s’era intrufolato troppo nella famiglia Ricci, senza che loro lo sapessero. Ne ascoltava i discorsi, la musica, i sospiri. Dalla cucina al resto di casa in pochi metri di corridoio il suo orecchio arrivava dappertutto.

Però erano tanto riservati e garbati, e Gino non si rivelò mai. Mai dette a vedere di sapere qualcosa dei loro umori e dei loro interessi.

E Natale non avrebbe saputo come starci, lì dentro. Loro troppo gentili per non invitarlo, e troppo chiusi a nocciolo perché gli facesse davvero piacere averlo.

Allora Gino si tolse d’impaccio andando un po’ in giro.

Silenzio e strade vuote.

Fumo odoroso dai comignoli e voglia di neve nel cielo. Non faceva nemmeno freddo. L’aria secca e senza vento, col cielo bianco e basso basso, tranquillo a covare i fiocchi. Gino si tirò su il bavero e ascoltò il rimbombo dei suoi passi sul selciato. Nelle case tavole e gente, cibo, auguri dietro i vetri.

Gino si prese un paio di messe, tanto per far qualcosa, e poi finalmente fu l’ora di tornare.

Gli toccò anche degli avanzi, che li avevano messi via da parte apposta per lui.

E nella cucina calda, con intorno la casa al buio e vuota perché i Ricci erano usciti a trovar parenti, Gino si godette le lenticchie e il cotechino, i mandarini, le noci, il panforte. Il silenzio e la pace.

Dopo qualche giorno gli arrivò una lettera da casa. Notizie, dopo due anni e mezzo.

Non riuscì nemmeno a mangiare quella sera; dopo aver trovato la lettera sul tavolo di cucina, si rintanò nella cameretta al buio. Con la busta sdraiata sul lettino, davanti a lui, gonfia di fogli e di chissà cosa. Gli ci volle parecchio prima di trovare il coraggio. Poi l’aprì, strappandola malamente perché pareva l’avessero chiusa col mastice. E mentre apriva gli venne la paura e si pentì. Che gli era venuto in mente… dopo tutto quel tempo… meglio lasciar le cose come stavano, che c’era da andare a stanare i suoi… chissà che gli avrebbero detto…

Ancora mentre leggeva le prime righe non capiva nulla che c’era scritto, da com’era preoccupato e pentito.

Poi, piano piano, i giri e i punti di inchiostro gli presero la forma di lettere e parole e gli arrivarono anche i significati.

Caro Gino, come era bello sentire sue notizie dopo tanto tempo. E potergli riscrivere. Dopo tanti patimenti e preoccupazioni che gli aveva fatto passare. Si erano chiesti tante volte perché fosse scappato e come stesse, dove fosse, se fosse vivo o morto…

E ogni tanto arrivavano cartoline, e perché non gli aveva mai detto come campava? E i soldi mandati ogni tanto, come li aveva guadagnati? E che faceva esattamente ora? E davvero non correva pericoli e stava bene in salute?

Loro tutti stavano bene, a parte il babbo che da quando era andato via lui era peggiorato con lo stomaco e oramai non riusciva a mangiare quasi più niente.

Stava sempre alla Previdenza ma non riusciva più a fare il lavoro a cottimo e i soldi non bastavano. Con i fratelli ancora agli studi, se potesse mandargli anche qualche cosa, ora che aveva un lavoro…

Il babbo non gli voleva scrivere perché era ancora arrabbiato con lui e un giorno di un paio d’anni fa aveva detto anche che per lui era come fosse morto. Però di sicuro invece era contento di avere notizie e se d’ora in poi Gino si comportava bene magari un giorno gli sarebbe anche riuscito di rivedersi e di parlarsi …

I fratelli lo salutavano e speravano che sarebbe tornato, prima o poi. Lo avevano aspettato tanto. Mesi e mesi. E piangevano tutti insieme, la sera, quando arrivava il buio e lui ancora non era rientrato.

Ora erano cresciuti, due ragazzoni. E tanto bravi, studiosi. Anche in quel momento, erano sui libri, a preparare un’interrogazione.

Speravano tutti che prima o poi si sarebbero rivisti. Un giorno, a Dio piacendo, e intanto che si sentissero ancora, e anche grazie della stoffa, che appena ci sarebbe stato tempo si sarebbe messa a cucire.

Gino avrebbe voluto leggere ancora e ancora e gli venne un tuffo di vuoto quando la lettera finì. Allora la rilesse e la rilesse. Poi si distese e se la mise accanto.

Che doveva farne, ora, di quella lettera?

Lui voleva solo farli stare tranquilli, non voleva tornarci nel mezzo…

Si addormentò così e si svegliò varie volte nella notte diaccio e agitato.

Per fortuna dopo pochi giorni le feste finirono e anche l’atmosfera un po’ instupidita dalla neve e gli insaccati.

Ora pioveva acqua grossa e fredda e le strade rivolavano giù l’inverno da tutte le parti.

Poi, appena il brutto tempo dava tregua, c’era parecchio daffare. Il lavoro era lì, a pretendere e instradare. Gino era contento di avere quelle giornate così piene e calde. Fra i muri tiepidi del magazzino, le stoffe volavano e atterravano, si arrotolavano, scioglievano compere e chiacchiere, stringevano mani e affari.

Lui e il padrone non si stancavano mai, tornavano a casa sempre per ultimi.

Perché a casa l’aria s’era fatta davvero pesa.

Ancora i preparativi, sì, ma senza più leggerezza e risatine. Era diventato un lavoro a cottimo e venivano anche delle ricamatrici a lavorare in casa, per guadagnar tempo.

Poi, non era solo questo. Era che non si sentiva più un certo trillo, i passetti veloci, le battute soffocate.

Adesso c’era che mugugni e scontenti, reprimende per il lavoro com’era venuto male, per i capelli tagliati troppo, per il tempo uggioso, gli studi, le sorelle. Alla fidanzata, tutto le faceva ombra.

Dopo cena non c’era più le canzoni e il chiacchiericcio. Gino si mangiava le sue minestre piano piano, in punta di cucchiaio, attento a non fare rumore.

Dalla radio, il notiziario con la guerra in Abissinia.

Poi si alzava, cauto, sollevando la sedia e adagiando la scodella nell’acquaio come fosse cristallo di Boemia.

Con la Tina, meglio non provarci nemmeno a scambiare parola, perché era sorda e per rispondere si metteva a vociare.

Allora, giusto per non andare subito a letto con lo stomaco che sciabordava, Gino restava seduto con le mani appoggiate al tavolo. E ascoltava il vento scivolare fra i muri della strada. Il silenzio della sera. I movimenti bruschi dentro casa dove pareva si aggirassero dei furetti in gabbia.

Così per giorni e giorni.

Giorni in cui del fidanzato non si vide neanche l’ombra. Niente più regali, lettere lette di nascosto, niente baci rubati in salotto e richiami dalla strada.

Niente.

Con quel niente la casa ci si stava ricoprendo, ogni giorno un pochino. Non per nulla Gino c’ebbe un incubo, una notte, d’un velo da sposa nero che gli s’impigliava nei piedi.

E in magazzino, anche lì piano piano cominciarono a velarsi. Prima il padrone, poi il nonno, poi Marzio e tutti i commessi. Era uno sforzo sorridere e titillare i clienti, che a tutti gli pesava lo stomaco e gli faceva fatica anche parlare. Se li mangiava quel niente, quell’attesa e quei preparativi sempre più stizziti e inutili. Arrivavano dappertutto, si allungavano giù come l’ombra alla sera. Dalla casa al magazzino, in strada, fino alla bottega dello zio, che smise di far visita. I preparativi e gli scontenti li ricoprirono tutti.

Poi cominciarono i pianti.

Dapprima una notte, di nascosto nella camera delle sorelle.

Poi anche di giorno fra le braccia della mamma, distesa sul divano, affacciata alla finestra.

Smisero i lavori per il corredo e le lavoranti non vennero più.

La fidanzata cominciò a sparire sempre più spesso in camera e dopo poco tempo non ci fu più verso di farla uscire. La Tina gli bussava alla porta e vociava nel corridoio: “signorina, cerchi di mangiare almeno oggi!”.

Urlando tanto forte che accorreva la mamma a far “shhh” e prendere lei in mano il piatto. La Tina tornava ciabattando in cucina e la mamma restava davanti alla porta chiusa a sussurrare di aprire, che così si faceva male.

Il signor Ricci cominciava a deperire. Ogni giorno più magro, ogni giorno più fiacco.

Nemmeno in magazzino serviva più a nulla, e se non fosse stato per Marzio e per Gino avrebbero potuto chiudere il bandone e buttare via la chiave .

Gli altri commessi avevano smesso di lavorare. Si aggiravano sfaccendati, stavano più tempo al bar in angolo che in negozio.

E il padrone non diceva nulla, manco li vedeva.

Poi, a sera, gli veniva la malinconia nera e gli si inumidivano gli occhi. “Povera Adele…”, diceva ai muri. Questo quando tutti se n’erano andati.

Quando anche il nonno aveva spostato i pisoli al piano di sopra e Marzio aveva lasciato la postazione. Voltandosi un’ultima volta verso il magazzino, con un piede già fuori, nel vento strapazzone. “Davvero non serve più niente?”.

Il padrone aveva alzato una mano per dire “davvero grazie” e il buio s’era inghiottito Marzio tutto quanto.

Quello era il momento che il padrone parlava coi muri e gli veniva da piangere.

La fidanzata, invece, non piangeva più.

Usciva di camera solo per i bisogni. Gonfia, pallida, spettinata.

La sera, dopo cena, nessuno parlava in salotto e nessuno ascoltava la radio. Si sedevano a bisbigliare due o tre parole in poltrona e subito dopo si ritiravano.

Adele non si sentiva. Era sparita persino dai discorsi.

Coi giorni che diventarono settimane Gino ci fece poco a poco l’abitudine e finì per non pensarci più.

Pensava al lavoro, a vestirsi meglio che poteva e radersi tutti i giorni. Nel quadratino di specchio che c’aveva su una mensola, non era facile. E stava lì mezz’ora a far affacciare un po’ per volta mezzo mento, tre peli sullo zigomo, la basetta sull’orecchio.

Chissà com’era diventato.

Per vedere un pezzetto un po’ più grosso che il naso doveva mettersi così lontano che non capiva gran che. Però si vedeva un colore un po’ anemico, doveva essere per tutto il tempo passato chiuso a lavorare, mangiare senza far rumore e dormire presto per recuperare le forze.

(Continua)

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