L’assenza di Marzio

di in: Gino
Gino 31

Quel tiro di Osvaldo Prandi fu un brutto colpo, per il signor Ricci. Girava torvo e curvo adesso, come Gino non si ricordava d’averlo mai visto e con lui conciato così tutto il magazzino stillava stanchezza.

Ma una mattina il signor Ricci si risvegliò di colpo. Quando furono le dieci e Marzio ancora non era arrivato.

La porta a Gino gli s’era conficcata negli occhi, a furia di fissarla; lui Marzio lo aspettava già da due ore. Il signor Ricci invece, tutto curvo e torvo com’era, c’aveva messo un po’ di tempo, prima di rendersi conto.

“Mai stato un motivo, nemmeno uno in dieci anni. Marzio è sempre venuto…”.

Al rintoccar delle dodici pareva che il magazzino si fosse riempito di spilli e lui ci camminasse sopra, avanti e indietro senza mai fermarsi.

“Altro che per i funerali di un parente, o qualche grave malattia, ma sempre premurandosi di avvertire prima…”.

Le parole del signor Ricci saettavano per la stanza e gli si infilzavano nello stomaco a Gino, ogni parola che diceva. E anche tutte le volte che guardava l’orologio senza commentare.

“Le una!”.

E sempre avanti e indietro.

Avrebbero avuto bisogno del garzone per mandarlo in giro a cercare, ma di lui non si sapeva più nulla.

Di restare da solo il signor Ricci non se la sentiva: se arrivava qualche brutta notizia…

Poi, a sera, a Gino gli formicolava la testa, di tutta quella attesa. E dopo aver detto “buonanotte” a vuoto, per abitudine, gli sembrava che gli colasse dagli orecchi, la testa, giù in due file scure e veloci di silenzio.

Il giorno dopo il signor Ricci attraversò il magazzino solo un paio di volte. Poi ci si fermò in mezzo, guardò l’orologio e decise di smettere di bruciare dalla preoccupazione.

Mandò un garzone di un altro negozio, un ragazzino rosso pieno di lentiggini, a cercare Marzio a casa, subito fuori le mura.

Il ragazzino tornò due ore dopo, con le lentiggini sepolte nel rosso della corsa.

“Non c’è nessuno, signor Ricci”.

“Hai provato per bene?”.

“Sì, signor Ricci, per bene. Ho bussato e ho aspettato ma non ha aperto nessuno”.

“Hai chiesto a qualcuno? Ai vicini?”.

“Sì, signore. Al piano di sopra e a quello di sotto non ci vive nessuno e al piano terra c’è una vecchia che ha detto di non sapere niente, che a lei di quelle cose non gliene interessa nulla”.

Il signor Ricci rimase per un po’ fermo. Così bianco e immobile che sembrava di dentro il corpo gli si stesse trasformando in sale.

“Posso andare?”.

Fu Gino a far volare una mancia nelle mani del ragazzino.

Il signor Ricci appoggiò i pugni al bancone e mormorò “s’è messo nei guai…”.

A Gino gli pareva una bestemmia, Marzio nei guai. Marzio che amava solo il lavoro. Non aveva mai parlato di politica, né di guerra. Non aveva mai parlato di niente, né di casa né di amici, né di storie passate o del futuro…

A Gino, nei lunghi giorni con pochi clienti un po’ di chiacchiere gli erano venute. E così, tanto per conversare, si domandava quanto sarebbe costata una casa, e se sarebbe stato troppo giovane per sposarsi, e chissà se è bello avere dei figli…

Marzio lo ascoltava e sorrideva ma non gli raccontava mai niente.

Un tipo riservato. Senza famiglia, senza vita. Fedele ai Ricci e al lavoro, puntuale, curato. Marzio nei guai…

Il giorno dopo, il signor Ricci non si teneva più dalla preoccupazione.

“Gino, è meglio che vai te”.

Con tutte le indicazioni precise fino a fuori porta e poi chiedesse, che non s’era mai capito perché Marzio abitasse a casa del diavolo…

Ci andò subito, Gino, di buon’ora. E appena lasciò quelle quattro vie in croce dove viveva da tanto tempo si sentì spaesato più di quand’era uscito dal convento.

Le strade diventarono sconosciute di colpo. Avevano un altro odore e altri suoni. Un’altra luce, anche, e a Gino gli pareva che a assaggiarle avrebbero saputo di qualcosa di diverso.

Ma più che le strade, si accorse poi, era lui che era stava cambiando. Si rarefaceva a ogni passo. Più leggero e inconsistente via via che avanzava nel territorio che non conosceva. Dove non c’aveva a che fare con nessuno e dove nessuno si aspettava niente da lui.

Si domandava e non si capacitava perché non si fosse preso una stanza vicino al lavoro, Marzio. A che abitare lì fra quelle strade più larghe e più vuote, fra meno gente e meno rumori …

Gino camminò sempre più piano via via che si avvicinava alla casa. L’aveva bell’e vista di lontano, chiatta e brunita, sbucciata sugli angoli, colle finestre buie e profonde.

Salì ancora più lento mentre si diceva che non c’era più motivo di rimandare. Avrebbe bussato, non avrebbe risposto nessuno, sarebbe tornato dispiaciuto al signor Ricci dispiaciuto. E ci avrebbero messo una pietra sopra.

Mentre bussava pensava a questo; che almeno, da quel giorno avrebbero potuto piangerlo senza aspettarlo, Marzio.

Nessuno rispose.

Tanto per essere sicuro provò a gridare “Marzio, sono Gino!” e a bussare ancora più forte. Senza speranza, tanto per fare. E bussò di nuovo e più forte.

La porta gli si spalancò sotto le nocche e per poco cacciò un urlo di paura. Dentro era buio pesto e la voce di Marzio pareva partire da una caverna.

“Entra”.

Gino si voltò per chiudere la porta e desiderò di restare fuori, insieme alla luce.

Poi si voltò interrogando a tentoni l’oscurità.

“Marzio…?”.

Gino sentì scalpicciare verso la finestra. Poi un battente cigolò un po’ di lato e la sagoma lunga di Marzio comparve di spalle. Dopo un respiro profondo la sagoma si girò.

E non era Marzio. Era una faccia gonfia e gialla e blu. E gli occhi si erano rifugiati dentro bolle di pelle acquosa. Da una tempia mancava i capelli e al loro posto c’erauna crosta di sangue.

“Marzio… ma…”.

Marzio avanzò zoppicando e si sedette su un letto. Poi fece a Gino di sedersi su una seggiola di fronte. Un braccio gli penzolava inerte lungo un fianco. La mano sottile girata verso il soffitto.

“Marzio, che t’è successo?”.

Marzio dondolava la testa su e giù come un piccione ferito.

Gino si rialzò e spalancò gli scuri, guardò un attimo Marzio strizzare gli occhi alla luce e gli si avvicinò di nuovo, lo sfiorò dove era stato ferito. Marzio ritraendosi sussultò a labbra strette le parole.

“Mi hanno picchiato”.

Gino gli osservò la testa, gli scostò i vestiti cercando di capire i danni.

“Marzio… ma perché…?”.

Marzio lo allontanò arcuando il braccio, senza forze.

“Non lo so come l’hanno saputo…”.

Gino si rimise seduto davanti a lui.

“Siamo sempre stati attenti… nascosti in una cascina a Pienza, per non dare nell’occhio…”.

Marzio c’aveva ancora la voce di Marzio che usciva fra le labbra spaccate e a Gino non gli riusciva di capacitarsi come potesse essere vero.

“Ma ormai hanno le spie dappertutto”.

Gino non capiva né avrebbe potuto capire. E a Marzio gli toccò spiegare.

“Renato… suo padre è ufficiale della gioventù del littorio”.

Gino cercava di mettere in fila le parole, che gli saltellavano intorno al capo senza ordinarsi in fila.

Marzio scoppiò a piangere e poi urlò dal dolore di piangere, si trattenne, gemette lacrime.

“Io e Renato ci amiamo. Da sei mesi”.

Con la voce di Marzio, asciutta fra le lacrime, finalmente a Gino gli arrivò il senso delle frasi.

“E suo padre mi ha fatto avvertire… mi ha mandato le camice nere, di notte.”

Marzio chiuse gli occhi per non vedere i ricordi.

“Mi hanno anche dato un foglietto. Me l’hanno cacciato in bocca quando… hanno finito.”

Era in un angolo buio della stanza e del mondo. Gino non sapeva come arrivarci.

“Leggilo… sta lì in terra”.

Gino lo raccolse, “la prossima volta ti ammazziamo”, diceva.

“Vattene, Gino. Digli ai Ricci che non mi hai trovato. Digli che sono partito, che hai trovato una lettera… quello che vuoi”.

“Marzio, ma che farai?”.

Il silenzio di Marzio batté tre respiri.

“Non lo so…”.

Marzio chiuse gli occhi e Gino lo aiutò a distendersi, poi corse via, al magazzino. Ci mise un soffio, così gli parve, perché mentre correva le case e le strade non le vedeva, vedeva solo la casa buia e le ferite e le parole che continuavano a ballargli davanti anche dopo averle capite.

Il signor Ricci, lo trovò che si faceva entrare la porta negli occhi. Il tempo di richiudere l’uscio e quello stava già andandogli incontro, pronto a sentire di un’altra disgrazia. E a Gino che gliela doveva raccontare, gli tremolava la voce.

“Signor Ricci… Marzio… gli è successa una cosa brutta…”.

Sussurrando, chissà poi perché.

Un cugino della signora Ricci aveva un’automobile e fu con quella che portarono via Marzio, la sera stessa a buio. Gino e questo cugino, lo portarono via tenendolo per il braccio buono e per la vita; veloci quanto potevano lo misero in auto e partirono a tutto gas. Ci mancava altro che li vedesse qualcuno…

Dal dottore, Marzio perse tutte le forze, di colpo. E il coraggio anche gli andò dietro a scappar pei corridoi. Gridò e si lamentò e mentre il dottore gli rimetteva l’osso della spalla dentro l’osso della spalla si divincolava peggio d’un matto. Gino e il cugino gli si buttarono addosso con tutto il peso e ancora non riuscivano a tenerlo fermo. Eppure era dei giorni che non mangiava. Chissà da dove la prendeva tutta quella forza.

Ma quando fu finito tutto, con la testa bendata e uno zigomo ricucito, Marzio si rilassò di colpo. Con la mano buona si accarezzò la testa e la faccia. Con amore, le dita scorsero sui bozzi e sui lividi, sui punti e le slabbrature. Marzio parve soddisfatto, si voltò verso Gino, sospirò grazie e si addormentò. Solo un istante ebbe Gino per vedergli gli occhi sorridere; un attimo il sereno nocciola fra le ciglia e poi arrivò il sonno a portargli via i saluti.

Lo lasciarono lì a dormire, ci avrebbe pensato il dottore a rimandarlo a casa. E al signor Ricci gli poterono dire che era tutto finito.

Nei giorni dopo, Gino si mise a aspettare. Pensava che, una volta guarito, Marzio sarebbe tornato al magazzino. Avrebbero cominciato la giornata facendosi i segni sui clienti: quello non paga, quello è buono… avrebbero chiuso il bandone insieme, la sera.

Invece gli arrivò solo un biglietto. Grazie di tutto, quanto erano stati gentili con lui. Gli avrebbe tanto fatto piacere ringraziarli di persona ma forse era meglio così. Lui doveva partire, al più presto. Che di vivere lì, con quello scandalo, non se la sentiva. E poi correva troppi pericoli.

Forse era meglio così, forse. Ma a Gino non gli si levava da davanti l’occhio di Marzio mentre si nasconde, sparisce e non lo guarda più. Per sempre.

Almeno avergli detto addio. Almeno essersi abbracciati…

A Gino gli venne in mente quando si era salutato con Franz. Quando si erano stretti senza respirare per parecchi minuti e era stato un bene, l’unico modo per riuscire a staccarsi, tenersi così stretti.

Anche al signor Ricci; gli aveva fatto male anche a lui la partenza di Marzio. Finché c’era Marzio poteva sembrare che il magazzino fosse ancora importante. Che i clienti sarebbero tornati, che le pezze sarebbero ancora volate sui banchi coi loro colori, coi profumi di lino e di lana, la seta, i fruscii. Sarebbero risuonate le voci e gli affari. Sarebbe corso nell’aria l’odore eccitato del baratto.

Ma senza Marzio e il suo gioco delicato non c’era più speranza. Ora che mancava lui, l’evidenza s’era seduta sul bancone, a gambe larghe, e gli ghignava in faccia.

Non si batteva una lira, non c’erano clienti.

I fornitori venivano ricacciati indietro: a che comprare il nuovo? C’era ancora invendute tutte le pile dell’anno prima. E non fu che questione di tempo.

Fino a una sera che Gino, rientrando, li trovò che lo aspettavano, i signori Ricci. Lo aspettavano da soli. La sguattera a casa e le sorelle in camera loro.

Silenzio dappertutto; solo un vento teso spazzava la notte. La notte di un dicembre freddo.

I Ricci spensero la radio, lo fecero sedere, si accomodarono la faccia e stirarono le pieghe. Poi gli dissero: sai, ci dispiace tanto. Non avremmo mai creduto di dover arrivare a questo. Ti immagini cosa vuol dire per noi il magazzino…

E tante altre parole che Gino non ascoltava perché già le sapeva. Se l’era immaginato. I Ricci erano ricchi. Gli affari andavano male e in città si viveva sempre peggio.Con le tessere non ci compravi più nulla, c’era da patire la fame e la sete.

Loro c’avevano case in campagna. Piccoli poderi qua e là. Ecco, stavano andando in una di quelle case. Gli studi delle ragazze magari in autunno, o forse chissà.

E quello che avevano potuto fare, una specie di liquidazione, il signor Ricci glielo stava riponendo in una mano. Più un ricordo di famiglia, una cipolla vecchia e grossa come un pugno.

S’era commosso, nel dargliela, e gli era toccato voltarsi in fretta e uscire dalla stanza per non farsi vedere stravolto.

Gino si sentì come un altro pezzetto di vita che gli si staccava di dosso, al signor Ricci, e che si allontanava per sempre. Solo che questa volta, fosse stato per lui, non ci avrebbe pensato proprio, a staccarsi.

La signora Ricci lo guardava e gli capiva i pensieri. Gli strinse un braccio e “coraggio”, gli disse. Coi lucciconi agli occhi.

Nei giorni che seguirono, a Gino gli toccò chiudere il magazzino.

Spazzolò e lavò e lisciò tutto. Stillando attenzione e cura su ogni centimetro di stoffa, su ogni scaffale, sul legno dei banchi. Intessendoci insieme tutti i suoi sogni e le sue idee, ricamandoci tutti i gesti e i sospiri sui fili di due anni.

Poi tagliò delle pezze di cotonaccio grezzo da poco. E con quei grandi teli coprì le pezze e i banchi. E palle di canfora dappertutto, a sacchettate, che quando uscì gli bruciava gli occhi e la gola. Si dava tanto da fare che non si accorgeva nemmeno che la giornata passava. Tornava a malapena la sera a casa a buttar giù qualcosa e dormire un poco. Di giorno, niente: non mangiò e non si riposò finché non ebbe messo il magazzino al riparo.

Tutto impacchettato e chiuso, fermo e lasciato lì.

L’ultima volta che fece scattare il grosso lucchetto e guardò il bandone. Di colpo la strada e le case, i tetti, la striscia di cielo sopra. Di colpo gli fu tutto lontano e estraneo. Via, via di qui, pareva gli dicessero.

Il bandone era chiuso per sempre, per lui. E Gino ci tirò una pedata che rimbombò metallica sui muri e sulla faccia attonita del signor Ricci.

Ma Gino non si fermò a spiegare e invece corse su per le scale alla sua stanzetta.

In fretta i quattro panni che c’aveva in camera giù in un sacco. Via un calendario dal muro e il pezzo di specchio per farsi la barba. Le cartine per le sigarette, il pettine, la cipolla del signor Ricci. Poi, piano piano, fuori dal materasso il sacchetto coi risparmi. Pochini davvero.

Della casa non volle vedere nessuno, non se la sentì.

Dunque in fretta e quattr’otto si ritrovò per la strada. Nella rossa Siena di mattoni, vuota per l’ora e per il freddo, la mattina presto di un gennaio freddo.

Col sacco che gli ballonzolava sulle spalle, troppo leggero per averci dentro tutta la sua vita degli ultimi due anni, si incamminò marciando veloce.

(Continua)