Sull’idea di viaggio

di in: Paesologia
Caille

Nella sua opera di ricognizione dell’antica sapienza italica, Giambattista Vico scriveva che conoscere significa mettere insieme tutti gli elementi di una cosa, dai quali si possa ricavare così la sua “idea perfectissima”. Da questo punto di vista, la metafisica – “donna con le tempie alate” e con lo sguardo rivolto al cielo e i piedi sulla terra, come viene presentata nella dipintura di apertura della Scienza nuova – sembra indicare piuttosto l’approdo ultimo di un metodo di ricerca, di studio e di osservazione dell’universo naturale e civile, che una sua spiegazione inesorabile attraverso principi astratti e predeterminati.

Ma il nostro mondo risulta ormai aspramente avverso a ogni metafisica non rivelata, a ogni ipotesi sull’origine che non sia una tesi già riconosciuta e indiscutibile. Chi si addentra nei problemi metafisici senza avere alle spalle una chiesa o un già detto, viene facilmente preso per pazzo. E parlando di problemi metafisici, non mi riferisco affatto alle “grandi domande”, ma soprattutto alle questioni della vita quotidiana, o “civile” come ancora avrebbe detto Vico. Anche le cose più semplici, infatti, i comportamenti sociali più ordinari hanno un’implicazione metafisica, un legame significativo con il pensiero anonimo e comune che li ha generati, con la conoscenza umana. L’idea del viaggiare, ad esempio, da dove proviene? Attraverso quale immagine o divinità è stata portata agli uomini la grande illusione del viaggio? Qual è il senso comune del viaggiare?

Probabilmente, il viaggio ha a che fare da sempre con la fuga, con l’istinto di fuga e di sopravvivenza, ma nessun viaggiatore moderno si sognerebbe mai di affermare che viaggia perché è in fuga. La riduzione del viaggio a questione materiale e commerciale, quantitativa e spirituale, rende sempre più oscura e incomprensibile tutta la metafisica che aleggia intorno alla nostalgia che sostanzia qualsiasi partenza umana, anche la più banale. Conta “quanti” viaggi si fanno, ad esempio, “quanto” tempo si viaggia, “quanto” lontano ci si reca, “quante” esperienze nuove e scioccanti si fanno. Un buon turista attuale sa tutto di ogni luogo, ma forse ha dimenticato perché si è messo in viaggio, perché è arrivato proprio lì e non altrove. La logica dell’economia e dello sfruttamento produttivo del tempo ha pervaso a tal punto la sua memoria e la sua vita, che l’illusorietà del viaggio, la sua sostanza fantastica risulta ormai inafferrabile. Insomma, non si capisce più perché gli uomini amano fuggire.

Gli uomini amano fuggire perché sognano e fantasticano. Senza sogni e senza fantasticherie si diventa saggi come Pascal, perché si resta chiusi, felici e contenti, tra le quattro mura della propria stanza. Ma gli uomini amano le tenebre che stanno fuori, si dice, forse appunto perché sono visitati dai sogni che li spingono in posti impensati; e sognano e fantasticano soprattutto di luoghi, spessissimo di luoghi da cui immaginano di provenire o a cui sono destinati. Una metafisica del viaggio dovrebbe partire dalla considerazione attenta delle visioni dei luoghi che si hanno in sogno. Le visioni dei luoghi sognati devono avere un forte legame con l’istinto che tende a spingerci fuori dalla civiltà, dall’umanità e dall’urbanità.

Il viaggio richiama fortemente anche l’idea di lontananza non solo nello spazio ma anche nel tempo. Ma allontanarsi da cosa, e per quanto tempo, per quale distanza? Quando esco di casa al mattino per andare al lavoro, è un viaggio? (Non credo, perché non percepisco dei grandi cambiamenti). Quando esco di sera in macchina a fare un giro per le campagne, è un viaggio? (Forse sì, perché in questo caso, quando la notte è calata e le strade sono deserte, la luce dei lampioni fioca, la nebbia, i campi come mari neri, si ha una leggera sensazione di esser perduti per sempre in un posto ignoto, quindi si ha voglia di tornare come da un viaggio). Ma anche quando mi reco qui fuori sulla strada, di fronte alla chiesa, a guardare le macchine che passano, ho fatto un viaggio? (Non so, perché a volte mi sembra di scorrere insieme alle macchine; altre volte invece tutti i movimenti sembrano illusori perché la coscienza dello star fermo mi fa capire che tutto avviene sempre nello stesso punto).

Questo per dire che è difficile affermare se abbiamo veramente mai viaggiato, oppure in che cosa consista effettivamente un viaggio nel nostro  mondo. La fuga e la lontananza sono due idee troppo singolari per essere sottoposte a controllo, nonostante i continui tentativi di inglobarle in turismi di massa o responsabili. Il fatto è che siamo arrivati a un punto in cui nessuno può dire quando e dove si sta veramente lontani, e mentre secondo alcuni questo sentirsi sempre a casa è una conquista della nostra civiltà, secondo me è piuttosto un chiaro segno dell’espulsione della metafisica dalla nostra vita. Perciò per ricominciare a sognare di viaggi e fughe, forse è proprio dalla nostra vita che dovremmo cominciare ad allontanarci.

Ma a chi è mai concesso di fuggire con qualche successo dalla propria vita? Gli animali possono fuggire, ma l’uomo no, perché il suo senso dello “stare qui” è più forte dell’istinto di andare altrove. Andare altrove è un istinto, restare qui è un pensiero riconosciuto, un’idea prestabilita. Al di là di ogni idea prestabilita o pensiero riconosciuto, viene forse il viaggio: istinto puro senz’altro fine che l’assecondamento di un conato, oltre ogni cultura, illusorio e improbabile ritorno alla natura – così come illusorio e improbabile è stabilire con precisione la distanza da percorrere o il tempo da impiegare affinché si possa dire che siamo in viaggio.

È anzi del tutto impossibile; come è impossibile, per gli stessi motivi spazio-temporali, stabilire ad esempio quale sia lo spessore esatto o la consistenza precisa di un “punto”. Quando in geometria parliamo di un “punto”, infatti, ne parliamo sempre in riferimento a un “punto metafisico”, e questo significa non tanto e non solo che la verità metafisica è irraggiungibile, quanto che nella realtà dei fatti quotidiani ognuno ha un punto di vista dal quale osserva il mondo. La Terra vista dalla Luna, ad esempio, è un punto come questo qua.

Allo stesso modo quando parliamo di viaggio, probabilmente parliamo ognuno di noi presupponendo o tendendo verso una sua propria metafisica, ossia un suo proprio punto di vista generale e illusorio, che tuttavia ci restituisce grazie alle parole una “certa idea” comune. A pensarci bene, tutte le parole di un linguaggio funzionano così, sono cioè aggiustamenti momentanei (perché i punti di vista cambiano sempre), piccole rappresentazioni visive e sonore per orientarsi e avvicinarsi all’idea comune, alla sua diafana consistenza metafisica. Un “vero” punto come sarà mai? E un “vero” viaggio? Possiamo solo continuare a parlarne per capirlo.

Ma la cosa più stupefacente della lingua è che essa ci offre tante metafisiche, tutte altrettanto “vere” quanti sono gli uomini che parlano, perché ogni uomo che parla, con la sua propria parola, cerca di avvicinarsi in qualche modo all’”idea” di quello che dice. Per questo, forse, si usa domandare: “ho reso l’idea?”.