Per farla finita con l’umile Italia. Pro e contro Pasolini

di in: Inattualità
Pasolini

2 novembre 2000, venticinque anni dalla morte di Pasolini. All’Istituto Italiano di Cultura di New York un centinaio di persone assiste con attenzione infaticabile a una lunga celebrazione dell’anniversario. Al tavolo stanno il senatore Guido Calvi, avvocato della famiglia di Pasolini al processo contro Pino Pelosi, Enzo Siciliano che è stato suo biografo e P. Sitney Adams della Princeton University, co-fondatore dell’Anthology Film Archive che in questi stessi giorni sta presentando a New York una rassegna completa dei film di Pasolini. Il tono degli interventi del senatore e del biografo è commosso ed elegiaco, e con più di una giustificazione. Familiarità, conoscenza, amicizia con Pasolini e il ricordo che ne è rimasto sono più importanti, in questa sede, di una valutazione critica distaccata. Ma colpisce ugualmente il tentativo, da parte di entrambi, di far quadrare l’eredità di Pasolini con un’Italia che oggi lo onora, ma nella quale non sappiamo se Pasolini si sarebbe riconosciuto.

Calvi afferma che gli elementi lasciati irrisolti dal processo spingono ad affermare che Pasolini non è stato ucciso in un assassinio preparato a freddo, bensì in una sorta di congiura spontanea di forze eversive, che hanno deciso di far tacere una voce di cui non potevano tollerare l’esistenza. Pasolini è morto, sostiene Calvi, perché diceva le cose che diceva, e perché il 14 novembre del 1974 aveva pubblicato sul “Corriere della Sera” l’articolo che iniziava con le parole: “Io so”: io so chi sono i responsabili delle stragi e dei tentati colpi di stato; lo so perché sono un intellettuale e uno scrittore che cerca di seguire ciò che accade, di leggere ciò che viene scritto e di collegare i fatti e le informazioni. Pasolini è morto, conclude Calvi, perché era quello che Siciliano sta per descrivere, e dicendo questo gli passa la parola.

Il punto di partenza di Siciliano è la passione di Pasolini per l’”umile Italia”, un paese diviso e paralizzato come divisa e paralizzata era l’anima del suo poeta. L’Italia, certo, non è più umile. Il comunismo che Pasolini voleva e temeva, perché avrebbe costretto l’umile Italia a entrare nella storia, è un dio caduto e, come ha scritto Paolo Volponi in O di gente italiana, l’Italia non è più una povera puttana chiusa nella sua sottana, bensì un furioso travestito di basso rango che spia l’ombra infetta dei nuovi quartieri dal cemento delle tangenziali che circondano le città. Ma questa citazione, che suscita qualche riso imbarazzato da parte del professore di Princeton e di molti dei presenti, pone un problema di cui l’intervento di Siciliano non sembra farsi carico. Siamo stati chiamati a commemorare Pasolini, è vero; ma siamo anche stati chiamati a riconoscerci in questa immagine dell’Italia? Che cosa dobbiamo pensare del fatto che l’Italia sia un furioso travestito che aspetta i suoi clienti ai bordi delle tangenziali? Ne dobbiamo essere fieri o provarne orrore?

C’è di più: Siciliano continua dicendo che il Pasolini luterano e corsaro riuscì a evitare qualunque facile moralismo di parte e parlò francamente del crescente fascismo di sinistra e dei rischi di omologazione dello statalismo, comprendendo perfettamente che l’egualitarismo di principio non poteva che portare la società ad un vicolo cieco. Ne siamo sicuri? Cosa dobbiamo pensare allora di questa lode di Pasolini all’Unione Sovietica, pubblicata l’11 luglio 1974 in forma di intervista al “Mondo” e poi raccolta in uno di quegli scritti corsari che a Siciliano sembrano così libertari? “Ciò che più impressiona camminando per una città dell’Unione Sovietica è la l’uniformità della folla”, dice Pasolini all’intervistatore. “Non si nota mai alcuna differenza sostanziale tra i passanti, nel modo di vestire, nel modo di camminare, nel modo di essere seri, nel modo di sorridere, nel modo di gestire, insomma, nel modo di comportarsi.” E questo, aggiunge Pasolini, “è una cosa meravigliosa”, perché malgrado tutti gli errori, i delitti e i genocidi di Stalin, “il fatto che il popolo abbia vinto nel ’17, una volta per sempre, la lotta di classe e abbia raggiunto l’eguaglianza dei cittadini, è qualcosa che dà un profondo, esaltante sentimento di allegria e di fiducia negli uomini”. Anche in Occidente, anche in Italia, continua Pasolini, si è colpiti dall’uniformità della folla; anche qui non si nota nessuna differenza sostanziale di vestiario, di comportamento e di linguaggio corporeo, soprattutto tra i giovani. “Ma mentre in Russia ciò è un fenomeno positivo da riuscire esaltante, in Occidente esso è invece un fenomeno negativo da gettare in uno stato d’animo che rasenta il definitivo disgusto e la disperazione”.

Si stenta a crederlo, ma Pasolini sta proprio parlando della Russia di Breznev, del regime più asfissiante, noioso e “omologante” che mai mente di tiranno abbia potuto concepire. E continua affermando che in Italia ognuno sente l’ansia degradante di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice e nell’essere libero. Questo l’ordine inespresso che ha ricevuto, e al quale si adegua. Sappiamo che in questo c’era e c’è molto di vero, ma perché Pasolini si preoccupa degli effetti dell’omologazione solo quando minacciano di rendere un po’ meno poveri i suoi amatissimi poveri? Siciliano cita con ammirazione un passo dell’Appunto 59 di Petrolio: “…le mille lire di più che il benessere aveva infilato nelle saccocce dei giovani proletari, avevano reso quei giovani proletari sciocchi, presuntuosi, vanitosi, cattivi. È solo nella povertà che si manifesta sia pure illusoriamente la bontà dell’uomo”. È vero che poi Siciliano corregge il tiro e sostiene che la reale questione è come funziona il denaro, che cosa di porta di buono e quali sono i suoi limiti, ma a tale questione Pasolini aveva già risposto, e stando alla sua risposta ai proletari non avrebbero dovuto toccare nemmeno quelle mille lire in più (che peraltro si guadagnavano lavorando e facendo gli straordinari; il “benessere” non gliele regalava di certo).

Nel 1975 io ero uno di quei giovani proletari. Non lavoravo in fabbrica, studiavo e facevo supplenze o lavori precari, ma i miei genitori erano entrambi operai e avevo ancora amici con cui ero cresciuto e che dopo la terza media (quella media unificata che Pasolini odiava e che per alcuni di noi era stata l’unica porta verso l’istruzione superiore, la sua istruzione, quella di cui lui era fiero e dalla quale voleva “proteggere” il popolo per non “corromperlo”) erano andati a lavorare. Eravamo sciocchi, presuntuosi, vanitosi e cattivi né più né meno di quanto era concesso alla nostra natura umana e alla nostra condizione di classe. Certamente non andavamo in giro, come scrive Pasolini nel seguito di quell’Appunto, con impresso nel viso “un ghigno di autosufficienza”, né tantomeno a occhi bassi “come un’educanda, a manifestare dignità, riservatezza, moralità” (invece di procedere a testa alta e fischiettando, felici come un garzone di panetteria). Nel mondo di Pasolini, questo eterno maestrino elementare, l’unica cosa importante è che i poveri stiano buoni e che i buoni stiano poveri. Le mille lire in più fanno male solo a loro (ai borghesi e agli intellettuali evidentemente no; sono già abbastanza sciocchi, presuntuosi e cattivi e dunque, beati loro, non devono farsi tali problemi).

L’umile Italia, continua Siciliano, veniva lentamente degradata dalla perdita della memoria storica e da un’implosione au ralenti del suo tessuto filosofico e morale. Bisognava comprendere che cosa accadeva di questo paese nella sua condizione post-fascista, e Pasolini si è addossato questo compito. Commettendo degli errori, forse, ma sempre con passione, speranza e utopia. Vero, ma il compito dell’intellettuale di oggi consiste nel chiedersi in cosa consistessero quegli errori, non semplicemente nel commuoversi di fronte alla passione con cui Pasolini li esprimeva. Perché, se erano errori, allora è essenziale non ripeterli.

L’intervento di P. Adams Sitney è su un tono interamente diverso. Siamo vicini a capire che Pasolini è forse la più importante figura intellettuale del ventesimo secolo, afferma il professore di Princeton tra la stupefazione di alcuni e la quieta accettazione di molti. Mai ha fatto un film per un calcolo commerciale, mai ha realizzato nulla che non fosse vicino alla sua ispirazione. Quello che rattrista è che nessuno sembra avere raccolto la sua eredità, il modello di integrità intellettuale che voleva trasmettere.

Ad apertura di dibattito, l’unica domanda riguarda proprio questa differenza di impostazione negli inteventi. Malinconica ed elegiaca quella degli italiani, entusiasta quella dell’americano. Che questo dica qualcosa della differenza caratteriale dei due popoli, o magari dei loro intellettuali? Sitney ammette di aver incontrato Pasolini una volta sola e brevemente. Non può provare le stesse emozioni di chi l’ha conosciuto. Calvi e Siciliano, dal canto loro, si affrettano ad affermare di non essere affatto pessimisti e di non voler dare questa impressione. Innanzitutto l’Italia è un grande paese proprio perché produce talenti come Pasolini. Inoltre, l’Italia è cambiata. Non è più
il piccolo paese provinciale che aveva condannato Pasolini a un anno di carcere per vilipendio alla religione ne La ricotta. Ma su quante cose Pasolini aveva ragione e che allora non si sapevano! Aveva detto che i giovani di sinistra erano diventati indistinguibili dai giovani fascisti, e questo era vero, sottolinea Calvi con enfasi. Anche Siciliano si affretta a dire che l’Italia è cambiata e che Pasolini l’ha aiutata a cambiare. “Era un uomo di antica cultura”, dice Siciliano, “che non sopportava la cultura antidemocratica dell’Italia di allora”.

Ma io ho il forte sospetto che non sopportasse nemmeno quella democratica, e che oggi come oggi l’avrebbe sopportata ancora meno. Non metto in discussione l’onestà personale di Pasolini. Ha sofferto quello che ha sofferto e ha fatto soffrire quello che ha fatto soffrire. Ma nella sua antica cultura non c’era molto posto per la democrazia. Pasolini è antifascista, certo, ma è anche fondamentalmente pre-democratico. Viene da un mondo in cui la distinzione tra la borghesia intellettuale e il popolo non intellettuale (tutt’al più culturalmente “spontaneo”) non viene mai messa in discussione. Anzi, Pasolini è proprio il primo a ribellarsi al fatto che l’instaurazione della democrazia richieda proprio l’annullamento di tale distinzione. In una democrazia stabile e funzionante l’intellettuale continua a cercare di seguire la realtà, a leggere quello che viene scritto e a connettere i fatti e le informazioni, ma questo è il suo mestiere, non è un privilegio né una missione. Gli intellettuali marxisti predicavano la “scomparsa dell’intellettuale”, la sua dissoluzione nelle masse come un fine auspicabile e come soluzione alle loro angosce, ma non si aspettavano che sarebbe stata la democrazia a ridimensionare brutalmente il loro ruolo, come poi è avvenuto.

Pasolini si commuoveva troppo della sua condizione di intellettuale per essere pronto a pagare un tale prezzo. Non posso ipotizzare che pur di non pagarlo sarebbe stato pronto a una svolta reazionaria, perché non faccio il processo alle intenzioni, ma mi baso sulla sua feroce insistenza, negli ultimi anni, sull’equivalenza di “vecchi fascisti” e “nuovi antifascisti” che sarebbero ormai gli unici “veri fascisti” (cito da La nuova gioventù e da altri testi dell’epoca). Ora, erano stati gli stalinisti, negli anni Trenta, a dichiarare che non c’era nessuna differenza tra fascismo e democrazia borghese, e così facendo avevano impedito qualunque alleanza tra gli antifascisti di sinistra e gli antifascisti liberali. Chiunque ripeta, quarant’anni dopo, che non c’è differenza tra fascismo e democrazia porta acqua al mulino del fascismo, non a quello della democrazia. La democrazia non è un paradiso e ha i suoi aspetti omologanti e perfino totalitari. Ma dire che non c’è nessuna differenza tra fascisti e antifascisti significa assolvere i fascisti, esonerarli dalle loro specifiche responsabilità, e contemporaneamente significa esonerare anche gli antifascisti dall’esigenza di impedire che la loro democrazia ceda alla demagogia. È l’equivalente di una bestemmia politica. Pasolini ha perfino intitolato Bestemmia la raccolta completa delle sue poesie. Sta bene. Di Pasolini si può ripetere quello che Whitman diceva di se stesso: sono vasto, contengo moltitudini. Non credo che sia la più importante figura intellettuale del ventesimo secolo, ma resta un poeta, uno scrittore e un regista che ha pochi paragoni. Non perché abbia sempre scritto belle poesie o fatto bei film (tutt’altro), ma perché le sue poesie e i suoi film non sono
mai mediocri. Non abbiamo bisogno di essere d’accordo con qualunque cosa abbia farneticato (e ha farneticato molto) per ammirare la sua grandezza.

Ma allora perché ripetere le sue provocazioni senza rendersi conto che dette da una bocca che non sia la sua, senza la sua tensione linguistica e poetica, si riducono a pugni nell’aria? Calvi affermava con forza che nel 1975 Pasolini aveva ragione a dire che i giovani di sinistra e i giovani fascisti erano ormai la stessa cosa. Davvero? E me lo viene a dire un esponente dei DS? L’Italia è cambiata, ripetevano Calvi e Siciliano con orgoglio. Ma non avevano appena detto che è cambiata perché invece di essere una povera puttana è diventata un furioso travestito? Che dobbiamo dire di un simile cambiamento? Dobbiamo esserne orgogliosi o fuggire dalla disperazione? E cosa c’è da vantarsi a proposito dell’Italia di oggi? È più ricca e più democratica, certo, ma è anche più capitalista, più omologata e più povera di tradizioni. E questo era proprio ciò che Pasolini a qualunque costo non voleva, basta leggere il suo Pilade per convincersene.

Ma infine, cosa voleva Pasolini? Difendere, sognare, commemorare e piangere l’umile Italia. Ma l’umile Italia, tra le mani di Dante, che aveva ripreso il termine da Virgilio, era stata un altissimo ideale etico e religioso. L’umile Italia “per cui morì la vergine Cammilla ” corrisponde allo stile realistico che Dante usa nella Commedia e che nella lettera a Cangrande della Scala descrive come “remissus et humilis”. È una humilitas che ha la sua fonte nella lingua bassa e popolare del Vangelo, adatta ad esprimere le verità più sublimi in modo che le possano comprendere anche le mulierculae, le donne del popolo. Come si legge negli Studi su Dante di Auerbach, il fatto che il Vangelo si fosse servito di uno stile semplice per trasmettere le verità della rivelazione e della salvezza aveva dato una nuova dignità a coloro che ascoltavano le sue parole, a qualunque ceto appartenessero. Pasolini non lo ignorava. Ma quanto rimaneva in lui del rètore e dell’esteta per ammettere che anche l’intellettuale che predica l’umiltà deve essere umile, non solo il suo popolo? Pasolini non era umile. Né lo era Dante. Ma l’umiltà in Dante è un ideale eroico, non è il ghetto dove chiudere i contadini del Friuli e i muratori delle borgate romane per difenderli dalla corruzione della modernità.

La serata all’Istituto di Cultura si è conclusa con una proiezione dell’ultima intervista televisiva rilasciata da Pasolini, pochi giorni prima della sua morte. Scandalizzare è un diritto ed essere scandalizzati è un piacere, esordisce Pasolini, e il moralista è colui che rifiuta a se stesso il piacere di essere scandalizzato. Uno strano rovesciamento delle cose, perché in realtà è vero il contrario. Scandalizzare è un piacere (per chi scandalizza) ed essere scandalizzati (o non essere scandalizzati) è un diritto. Altrimenti si vivrebbe sotto la dittatura di chi, facendosi forza del suo “diritto a scandalizzare”, imporrebbe a tutti, in modo squisitamente sadico, il tipo di piacere che devono provare. All’intervistatore francese che gli chiede se le comparse scelte per le scene di tortura di Salò siano dei masochisti, Pasolini risponde con un sorriso felino che, se li ha scelti lui, un po’ masochisti lo devono essere. Il rimpianto del sadico è che non ci sono abbastanza masochisti in giro per sperimentare tutte le forme del piacere. Perché è questo il Pasolini che emerge da quell’ultima intervista: un simpatico, scellerato e irresistibile sadico, vero continuatore del De Sade che ha utilizzato per Salò. Un teorico del piacere estremo, dittatoriale e totalitario, che corteggia la libido mortis e che ha bisogni di umili soggetti, di un’intera umile Italia per scatenare il suo terrore. È su questo aspetto della natura umana che Pasolini, come De Sade, Genet e Foucault, ha molto da dirci.

Sul coté patologico dell’ultimo Pasolini ha insistito più volte Sanguineti, affermando anche recentemente che Pasolini fu un “corruttore”. Vero o non vero che sia, non sono questi i motivi per espellerlo dalle ragioni della critica. Sono anzi quelli veri e più profondi per cui la sua opera ci deve interessare, altrimenti la letteratura e l’arte sarebbero fatte solo dai bravi ragazzi che si siedono al primo banco. Pasolini non era un bravo ragazzo; era una figura così mercuriale ed esplosiva che si stenta a crederlo prodotto dalle patrie lettere. Non so se fosse un corruttore o se corrompesse chi era già disposto a farsi corrompere, ma certo era e rimane un seduttore. Di lui si può ripetere quello che ha osservato Derrida a proposito di Sartre: che è incredibile come si possa rimanere così influenzati da qualcuno che aveva così torto su tutto. Pasolini seduce gli intelletti con il suo stile e con la sua mancanza di stile, con il suo candore e con la sua brutalità. Ipnotizza, incanta, fa credere che si possa ricavare qualche punto fermo dai suoi frenetici sermoni su comunismo e religione, su fascismo e democrazia, su progresso e regresso, sulla povertà e sulla ricchezza. E chiunque abbocchi all’amo finisce per trovarsi in coda insieme alle aspiranti comparse di Salò. Un po’ masochista lo deve essere.

tratto da Poesia, anno XIII, n. 145