Gino/ 36-38

di in: Gino
Andreini FIne

36. Nella Wehrmacht

Arrivarono la mattina presto, nell’aria pizzichina di settembre, i soldati tedeschi. A camionate, ne scendeva; via giù un salto e poi di corsa. Gino li guardava dalla finestra moversi decisi per prendere la caserma. Nella luce tonda di settembre, veloci peggio delle cavallette, dentro e fuori gli uffici, gli alloggi ufficiali, mentre sul piazzale facevano le file e le squadre. Vai di ordini e di marce, scarichi, carichi. In poche ore c’era loro e le loro cose, dappertutto.

Entrarono anche nella sua camerata e a urli e gesti lo spedirono con gli altri in fureria a cambiar abiti. Fra pile e pile di panni ciancicati di morti. A lui non gli riusciva essere veloce e non si districava fra le stoffe e le cinghie, aquile e giacche, cinture e cuoi diversi. Poi però gli riuscì di trovare un bel paio di stivali lucenti. Glieli strappò quasi di mano uno e li provò a lungo ma niente, c’aveva il piede troppo grosso. Li ridette a malincuore a Gino e lui ci stava proprio bene.

Alla fine ci riuscì, Gino, a travestirsi, e a pezzi e trattative, scelte e scarti fu pronto, tutto rigido nella nuova divisa.

Uscì in cortile con l’angoscia che gli prudeva sulla lana dura e le mani nervose sui metalli cambiati. Adesso stava in una caserma tedesca. Fra soldati alti e biondi e urli e chissà che dovevano fare. Lui e il piccolo drappello di italiani vestiti da tedeschi. Quelli avanzati da prima e qualcuno nuovo raccattato mentre vagava qua e là e portato dentro a spintoni.

Era cambiato tutto: il tempo delle marce nelle gambe, il peso delle armi sulle mani, i rumori dentro l’elmetto. Gino si ritrovava allibito peggio d’un cane che ha perso le tracce. E i tedeschi urlavano e s’arrabbiavano peggio d’un padrone che ha perso il fagiano. Dopo mezz’ora di esercitazioni a Gino l’avevano bell’e messo in punizione con altri venti a fare le flessioni con le mani nella polvere. Avere almeno capito perché… allora arrivò un tedesco piccolo e minuto, di corsa. Parlò con l’ufficiale che urlava addosso a quelli in punizione e tradusse agli italiani che erano puniti perché erano troppo lenti. Poi corse via, a tradurre da un’altra parte. L’ufficiale intanto contava le ripetizioni; quaranta, ne dovevano fare, ma a Gino dopo la metà gli era di già cascata la faccia in terra. Allora, per punizione, dovette fare cinque giri di corsa. Al secondo era di già sfinito e allora lo misero in piedi sull’attenti, fermo immobile. Dopo un’ora c’aveva tutti i muscoli intirizziti come glieli strappassero dagli ossi. Era mezzogiorno, gli si avvicinò il piccoletto, il traduttore. Doveva dirgli qualcosa, era chiaro. Ma prima si accese un mozzicone di sigaretta e si mise a chiacchierare. A quell’ora faceva caldo, e il piccoletto con la mano libera si passava in continuazione la mano sulla fronte, sotto l’elmetto.

Era un bavarese che aveva studiato l’arte, da giovane, per questo sapeva l’italiano. Era l’unico, e allora c’aveva un bel daffare: corri di qui, corri di là a spiegare le cose agli italiani, non s’era fermato un momento, da quando era arrivato.

Per questo Gino rimase in punizione tre minuti di più, per far riposare Theo. Sentì che si chiamava così perché qualcuno si mise a gridare, da qualche parte del cortile, e lui dovette schiacciare la cicca col tacco, dire a Gino che era libero e correre via.

Fu sempre questo Theo, qualche giorno dopo, a informare gli italiani che li avevano messi all’artiglieria pesante. La contraerea. Una breve spiega in mezzo al cortile e poi via alle esercitazioni, un’ora di marcia fuori la caserma e poi di corsa in un campo di addestramento.

Tutti i giorni uscivano a correre e marciare, far ginnastica, studiare gli ottantotto.

E siccome c’era i partigiani che prendevano la caserma a bersaglio, la notte, e il giorno facevano saltare i ponti e i tralicci, gli toccava andare in giro a fare i rastrellamenti. Marciavano ore e ore e ore e ore e ore e a Gino gli si stava squagliando il cervello nei piedi, da quanto camminava. Sempre con la paura di trovarli, i partigiani.

Coi primi temporali e i primi umidi, le prime nebbie nella mattina, c’era modo di camminare senza vederli. E nelle case sospette, dentro e fuori le camere disfatte e le cucine odorose, giù per cantine buie e su per le soffitte polverose. A Gino, ogni volta, gli veniva dei brividi a mordergli i nervi su dal coccige nei fianchi e fin sotto le ascelle.

La notte c’aveva delle scie di marce e di paure come bave di ricordi incollati ai pensieri del sonno. Gino, gli veniva così a noia di rimestare sempre le stesse cose nel capo che a volte trovava sollievo a restare proprio sveglio. E si faceva tre piani di caserma e la passeggiata fino ai buchi nel cortile che erano i cessi, tanto per fare qualcosa che non fosse dormire. Una di queste volte che era andato al cesso arrivò i soliti colpi di mortaio dei partigiani, e le solite mitragliate contro le finestre. Quando tornò a letto, lo trovò pieno di schegge di infisso e di muro e rimase tutta la notte a ascoltare, se fossero tornati.

Passò l’autunno e arrivò l’inverno.

Mentre la notte oramai era tutta un tempo che incubava mocci e brutti sogni, il giorno bene o male passava. Sempre le esercitazioni, sempre i rastrellamenti. Gino s’era abituato al terrore.

Allora a casa gli riusciva di nascondere gli sgomenti e le privazioni e scrivere che stava bene, mangiava abbastanza, stava sempre a Bassano quindi non era tanto in pericolo.

A Firenze cominciarono a bombardare. Glielo scrisse la mamma. Bombardavano vicino alla ferrovia e allo zio Alcide, che era da degli amici, gli era cascata tutta la casa addosso; a lui e a quelli che giocavano con lui. Erano usciti bianchi come fantasmi di calce e di paura. Poi s’erano messi a ridere come matti.

“Non muoio più!” gli aveva detto, poi: “sorellina, se non son morto oggi è un segno. Non devo morire!”.

Però invece non stava bene, sempre con quella tosse… ma non voleva rattristarlo troppo. In casa stavano tutti bene, a parte gli spaventi dei bombardamenti che erano proprio una brutta cosa, comunque stavano bene ma erano preoccupati per lui. Che scrivesse spesso, per piacere, che desse sempre notizie.

Intanto l’inverno arrancava fra il ghiaccio e la neve, ogni giorno più al buio. L’aria incrostata d’acqua succhiava la luce del sole prima ancora che tramontasse e soffocava ogni bagliore di stelle nella notte. Anche il pomeriggio non ci si vedeva da qui a lì.

La sua pattuglia seguiva le torce in capo alla fila e camminava senza vedere i propri piedi, fidandosi dello scalpiccio davanti. Intrecciando i passi agli inciampi fra i sassi e gli scivoloni sul ghiaccio alle bestemmie. Gino camminava quasi a occhi chiusi, offrendosi già alla broscia insipida per cena e il letto freddo del riposo. Poi dal profondo del nero, vicini e invisibili, esplosero gli spari. La pattuglia si impietrì. Due urli in tedesco e i tedeschi indirizzarono le armi contro il buio oltre la strada, avvampandosi il viso col giallo delle mitragliate. Gli italiani intorno a Gino si accucciarono in terra mentre le fucilate sbottavano sempre più vicine. Gli acuti delle pallottole gli fischiavano accanto alla testa perdendosi nel buio.

“I partigiani!”.

Gino sentì qualcuno accanto a lui imbracciare e puntare e tirare a caso, nel buio. Lui si distese tutto lungo la terra ghiacciata e schiacciò la faccia sulle mani, la pancia sui sassi, le gambe e le ginocchia a pigiare come se potesse andare più giù.

I colpi dei partigiani finirono e cominciarono urli e richiami. In lontananza nel buio le grida tedesche di due ragazzi e dei nuovi colpi. Che non si capiva da dove venivano, che venivano dal loro gruppo… un botto al buio lasciò in terra un altro tedesco e poi qualcuno si allontanò, invisibile. Urla e richiami in italiano.

“Siamo con voi…”.

“Non sparate!”.

Il rientro in caserma fu tremendo. I tedeschi guardavano gli italiani con le armi puntate.

E i giorni dopo furono peggio. Tre tedeschi uccisi nell’agguato. Due soldati italiani fuggiti coi partigiani. Nella campagna altri soldati uccisi non si sa da chi. Contadini, partigiani…

Allora una mattina all’alba i tedeschi veri entrarono nella camerata di quelli italiani.

“Raus! Schnell!”.

Fuori dalle brande mezzi nudi e mezzi addormentati. Rivestiti fra urli e spintoni. A spintoni e urli giù dalle scale, nel cortile. E intanto qualcuno cominciava a stringere la faccia, perché aveva capito.

Gino si guardava in giro, cercava aiuto.

“Ma cosa…?”.

“E’ la conta!”

E il loro gruppo si ritrovò in fila, finti tedeschi fra i tedeschi veri. E tutti mezzi vestiti, mezzi svegliati, senza capire alcuni, altri con facce dure di comprensione.

Intorno i sussurri.

“Ogni tre…”

“Ogni dieci…”

“Ci mandano a farci ammazzare!”

Gino finì di abbottonarsi la giacca e di tirarla per stenderla.

“Ogni dieci.”

Dalla cima della lunga fila, dall’altra parte del cortile, partì un ufficiale tedesco con alle spalle un drappello.

“Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove dieci” contò Gino fra le labbra. E l’italiano numero dieci venne un passo avanti. Sull’attenti.

Aveva guardato troppo a lungo… aveva perso il conto. Chi era adesso… a quanto era… un altro fuori dalla fila, un passo avanti. E poi un altro più vicino, e un altro… si stava formando una nuova fila, un passo avanti, di italiani prescelti.

L’ufficiale era a pochi metri da Gino. Col braccio teso indicava e contava.

“Eins, zwei, drei…“.

Gino cercò di calcolare quanti ne mancava. Pochi, no ancora troppi… un altro ragazzo fuori dalla sua fila, un passo avanti.

L’ufficiale rialzò il braccio, indicò e contò.

Gino non volle guardare, sentiva i passi e la voce sempre più vicini. E la conta non riusciva più a seguirla. Sentiva i suoni e non sentiva il significato dei numeri.

Poi l’ufficiale si fermò davanti a lui. Gino batté i tacchi e avanzò di un passo.

Quelli rimasti tornarono alle camerate. A lavarsi e vestirsi. A obbedire agli urli. A marciare di pattuglia nei paesini e nelle campagne. Beati loro.

Ai prescelti, Theo gli spiegò che dovevano cercare i partigiani colpevoli dell’ultimo attacco. Dovevano arrivare fino al loro rifugio, questa volta; scoprire la loro base e stanarli.

Se ne andarono fra i monti, a camminare con le frecce di freddo su per il naso, a bivaccare fra le rocce, a prendersi gli insulti della neve e del vento, a rintuzzare le mani fra le cosce e a patire una fame che non se lo sarebbero mai immaginato. Nel rancio che gli avevano dato c’era i vermi e quindi mangiarono solo pane raffermo e fumarono delle cicche umide. Per fortuna qualcuno c’aveva una fiaschetta di grappa e la divise coi compagni, finché ce ne fu.

La notte decisero i turni di guardia e dormirono in un casottino vuoto col tetto sfondato. In terra c’era la neve.

Il giorno dopo iniziò con dei tonfi sulla terra. Prima di capire cos’era, svoltolarsi dalle coperte e prendere i fucili era già troppo tardi. Di fra le rocce sopra di loro, vicine come storni in volo, attraverso il tetto aperto, piovevano proiettili. Quello di guardia era bell’e caduto. Gino fece appena in tempo a buttarsi giù, colle mani sulla testa. E si sentì sfiorare da un brusio di colpi. Buttando l’occhio vide che avevano centrato qualcuno, vicino a lui.

Da quel qualcuno venivano urli di dolore e da altri urli di paura. Si accorse solo dopo un po’ che era la sua bocca spalancata a buttar fuori quei suoni. La fermò e si rialzò scuotendosi la neve di dosso, piegando le gambe e le braccia per accorgersi che non s’era fatto male.

Vicino a lui l’ufficiale italiano gridava veloce qualcosa. I commilitoni di Gino tastavano la neve cercando i fucili, preparando le munizioni.

In lontananza urli e ricariche rapide.

Sapevano dov’erano, li vedevano, li stavano per colpire!

Gino nemmeno ci pensò. Le gambe gli scattarono da sole, così come potevano nella neve scivolosa di ghiaccio. Prese la porta e si gettò fuori. Dietro di lui esplodeva il nuovo sciame di pallottole.

Gino corse via, corse a perdifiato. Si buttò per la scarpata ripida aggrappandosi ai sassi e alla paura. Scivolando, sbattendo la schiena, mentre dietro di lui, sempre più lontano, sentiva il triturare dei fucili che scheggiavano le pietre e le ossa.

Di nuovo gli urli degli ordini e di paura e di dolore. Ma non i suoi.

Lui correva zitto sulla neve e sui puntoni di roccia e corse per ore.

Finché si ritrovò sulla strada. E la prese a casaccio. In giù, perché di andare ancora più in vetta non gli pareva il caso. Ma chissà. Non sapeva dov’era il pericolo. Nemmeno sapeva dov’era, lui. E camminò trascinandosi dalla fame e stremato di paura. Camminò attraversando casupole deserte. Abbandonate e grigie come la fame. In un paio entrò a cercar da mangiare, ma non c’era nemmeno le briciole.

Verso metà giornata non ce la faceva più a camminare. Il cielo si era aperto e splendeva il sole. Bello, azzurro, rigoglioso e tondo stava il cielo vicino alle cime. Chissà perché, gli veniva voglia di mangiarlo. E Le onde beffarde delle montagne anche, bianche e grasse di neve, con quello scintillio di sole parevano commestibili. A Gino gli venne quasi l’acquolina in bocca.

Si sedette sul bordo della strada con la testa fra le mani. E ora?

Ma non dovette aspettare tanto, né decidere granché. Perché passò di lì una camionetta tedesca che lo individuò subito e lo caricò su.

La caserma gli spalancò la prigione.

Che era buia fredda e paurosa. Per questo ci mettevano chi scappava al fuoco. Mica era il primo, lui. Lo sapevano bene che i ragazzi scappano alle prime pallottole. E a quanto diceva il maresciallo tedesco gli italiani erano tutti cacasotto. L’insulto glielo traduceva Theo, tutto rosso e accaldato, appena arrivato di corsa dal piazzale, dove addestravano dei nuovi arrivati.

A Gino però non gli riusciva di vergognarsi, nemmeno sotto lo sguardo a sputo dell’ufficiale.

“Tu sei l’unico, a essere tornato… i corpi di quegli altri li hanno trovati nudi nella neve.”

Theo si fermò a riposare, dopo che l’ufficiale se ne fu andato, e rimase a cianciare dietro la porta chiusa della cella.

“Si sono presi tutte le armi, e perfino le camiciole… ma prima, ai feriti, i partigiani gli hanno sparato in testa. Così soffrivano meno.”

Gino se lo ripeté spesso, nei giorni dopo, che quella cantina fradicia e buia era sempre meglio che farsi sparare in testa. Però era difficile resistere, seduto sul duro freddo e umido della branda di legno, col buio a avvolgerglisi davanti in onde nauseabonde.

Il mangiare era anche peggio del solito. Marcio e poco.

Gino dopo un po’ non ne poteva più. Non c’era finestre, solo pareti grigie e verdi di muffe da toccare al buio. Lo stomaco gli si strizzava di fame e la testa gli rifilava ogni notte i suoni delle pallottole.

Allora chiamò la guardia, si cacciò un dito in gola e riuscì a vomitargli proprio sugli stivali, quando quella era venuta a vedere che c’era. Lo mandarono in infermeria. Letto bianco, muri bianchi e cibo. Tranquillo. A parte quando portarono dentro un tedesco grande e grosso mezzo svenuto per il dolore. C’aveva una tagliola da volpi, attaccata al piede.Doveva essersela beccata durante una pattuglia nel bosco. Il tedesco attaccato alla tagliola si lamentò solo mentre gli tiravano via le lame e mentre gli fasciavano stretto gli ossi rotti. Poi non disturbò più. Sicché Gino se ne poté stare in pace a mangiare e dormire e per due giorni se la godette proprio. Fu ancora peggio quando gli dissero che tornava in camerata.

Il rancio era sempre più strano. Una volta solo pane verde di muffa. Un’altra carne bianca di bachi. Un’altra solo cioccolata. Un’altra solo sigarette. Tre a testa.

Gino cercava di non pensarci, a come doveva essere ridotto. Ma vedeva i propri bracci puntuti sotto l’acqua della cannella. E sentiva le costole bucargli sotto le mani. Una fisarmonica di pelle e ossi.

Meno male che cominciò a stiepidire. La fame la sopportava meglio, senza il gelo.

Però quando cominciarono le pioggerelle fini e tiepide, la neve nella piana si squagliò in pantani. Allora gli toccava lavorare col fango che si ammarmellava intorno alle gambe, sulle ruote, le mani, dappertutto. Poi, al rientro, gli toccava strascicarsi nella corte piena di melma.

Con le piogge più grosse e i rivoli nelle campagne e nei fossi, Gino stava dentro alla divisa pesante d’acqua e il corpo gli piangeva di fastidio. Gli veniva voglia di strapparsi la pelle, dalla noia che gli dava quella pioggia, con le gocce che gli si accumulavano sulle spalle, giù dall’elmetto, mentre marciavano lungo i tralicci, a controllare i ponti, fra le strade.E la mattina dopo la divisa era ancora bagnata. La doveva rinfilare così, fredda e umida, sul corpo tiepido, insieme ai pidocchi che rosicchiavano la carne. E rimanerci dentro tutto il giorno.

Dalle nuvole continuava a cadere le catinelle di pioggia e col cielo inesauribile e i fossi colmi che nessuno svuotava, la caserma diventò sempre più un pantano di mota. E di merda. I cessi non funzionavano più e adesso gli toccava fare i bisogni in un angolo del cortile. Coi tedeschi che passavano ridendo. Loro, i cessi ce li avevano.

E poi sul primo mucchio di merda gli italiani ci misero delle assi su cui appollaiarsi mentre facevano il secondo. E così via fra biche di merda e trespoli di legno si alzò in pochi giorni un bel monumento contro il muro.

“Alla patria” qualcuno ci scrisse sotto. E a Gino gli venne da ridere, anche se non ce n’aveva voglia.

Se ne stava lì, col sedere all’aria a farsi pungere dalle ultime gocce di un temporale finito. Cercando di respirare piano perché il puzzo gli bruciava la gola. E in quel momento le vide. Contro il cielo sbiadito di celeste malato e sopra le nubi che si diradavano veloci. Alte oltre i rumori volavano. Le anatre lontane. Con le ali allungate a oscillare sui venti.

Gino restò ad ammirarle a lungo. Finché qualcuno scureggiò accanto a lui e gli venne in mente dov’era e che doveva sbrigarsi a andare via.

Scrisse a casa, il giorno dopo, e chiese soldi. Li avrebbe resi ma ora ce n’aveva proprio bisogno. Che non si preoccupassero, stava bene, ma per piacere se gli mandavano tutto quello che potevano.

Rispose il babbo che aveva mangiato la foglia.

Non si preoccupasse. I soldi l’avrebbe resi con calma. Non glieli poteva mandare subito perché non ne aveva, ma appena possibile, di sicuro. E che stesse attento.

Passò così la primavera, in attesa, mentre si preparavano i soldi e l’idea di Gino gli attecchiva e cresceva in testa.

La busta con i soldi arrivò nell’estate, insieme a un’altra lettera del babbo. Avevano fatto quel che potevano, speravano che bastasse. Si raccomandava che stesse sempre attento e che pregasse per loro, che adesso stavano fra due fuochi, poverini, e ci avevano il nemico alle porte. Gli alleati erano vicini, quei cani, e oramai era questione di giorni…

Gino capì e cercò di sbrigarsi. Anche perché avevano avuto la nuova destinazione, Vienna, dove c’era da partire da lì a poco, per difendere la città dai bombardamenti.

Gianni in ufficio e Joseph per i timbri. Li spese quasi tutti, i soldi. Gli rimase poche lire. Però c’aveva un permesso di due giorni, falso.

“Solo due giorni… non ce la faccio a arrivare…”

“Questo c’è. O così…”

Theo gli tradusse la frase, prese la sua parte e rimase a leggere un libro, mezzo sdraiato sulla seggiola, in fureria.

Gino intascò il permesso e uscì, sotto gli occhi attenti dell’ufficiale alla porta. Che lo fece sudare su ogni parola del foglio ma poi glielo rese. Gino batté i tacchi e se la svignò.

Si fece dare un passaggio da un camion che portava munizioni a Verona e si fece tutta la strada mezzo steso sui teloni, aggrappato alle corde, con lo spavento che gli vibrava in testa, ogni volta che un aereo alleato gli volava sopra, ogni volta che un’ombra sul ciglio della strada gli evocava i partigiani.

Scese subito fuori città e cominciò a camminare a piedi. Per fortuna l’aria era mite. E per fortuna Gino oramai ce l’aveva nel sangue, di imboscarsi. Ci stava quasi tutto il tempo, alla macchia. Solo doveva stare attento a non perdere la rotta e a non cascare in agguati.

Poi, purtroppo, c’aveva da mangiare. E tanto era il rischio di farsi beccare. C’era l’editto. Se lo prendevano lo fucilavano lì dove stava… l’idea di crepare così, per strada, gli tirava su le budella fino in gola.

Poi c’era quella divisa da tedesco che gli bruciava addosso. Quando si avventurava nei centri abitati, per cercare cibo, la gente lo guardava storto e non gli si voleva avvicinare.

“Sono italiano… italiano.”

E si levava il berretto, sorrideva, apriva le mani sporche e la giacca sgualcita per far vedere che era disarmato. Tirava fuori le tre lire che gli era rimasto per fare vedere che avrebbe pagato.

Ma la gente lo guardava di sghimbescio e lo teneva alla larga. Soldato o disertore che fosse era un tedesco e faceva più paura del lupo mannaro.

Una volta gli venne utile, però. Che non mangiava dal giorno prima, nei pressi di Mantova. E allora entrò in una casa di contadini e disse le due parole di tedesco che conosceva. Quelli bianchi di terrore gli dettero del pane e del salame, del vino e una coperta di lana. La donna se la tenne stretta fra le braccia come un bambino e gliela dette come un’offerta.

“E’ l’ultima…”

Gino se la buttò in spalla. La notte faceva un freddo cane.

Comunque c’era poco da essere evitato, perché era lui che stava alla larga da tutto e da tutti. E camminava vicino alle strade ma nascosto, qualche metro dentro le frasche e invisibile.

Solo si avvicinava la sera alle fattorie. Gino accoccolato, strisciando, a quattro zampe, si infilava nei cortili e andava a rubare le uova e i pomodori.

Quando gli sembrava che fosse innocuo, chiedeva un passaggio. Ci fu uno che lo lasciò salire su un camion aperto, carico di gomme di camion, ma che si fermò pochi chilometri dopo.

Ci fu un signore in auto, elegante, gentile, che si offrì di portarlo fino a Firenze. E sorrideva e parlava affabile. Gino, non gli pareva vero. Dopo tutta quella strada a piedi, un passaggio fino a casa… si rilassò e si addormentò.

Lo scosse gentile, quel signore, e gli disse di scendere, svelto, che era arrivato.

Gino ringraziando aprì la porta e si chinò fuori dall’auto, ancora girandosi a ringraziare il signore gentile, che intanto aveva ingranato la prima e ripartiva veloce.

Mentre pensava che s’era dimenticato la coperta in macchina, Gino si voltò e si ritrovò davanti alle SS. Due armadi neri che facevano la guardia all’entrata di un palazzo.

Gino sbatté gli occhi. Si guardò intorno. Non era a Firenze. Dov’era?

Una SS gli si rivolse parlando in tedesco.

Gino batté i tacchi e salutò.

La SS gli si avvicinò e allungò una mano.

“Papiere, bitte.”

Gino, confuso, frugò nelle tasche impicciandosi nella stoffa, poi, cacciò fuori il foglio e si rimise sull’attenti.

La SS si portò il foglio vicino al naso, per leggere nella bruma serale. Lo scorse su e giù e poi domandò qualcosa a Gino, che rimase zitto. La SS si portò di nuovo il documento ormai scaduto al viso e allora Gino rinculò di qualche passo, poi si voltò e cominciò a scappare. Sentì urlargli dietro e un paio di mitragliate. Ma lui era già svoltato fra le strade strette e pietrose. Scivolose di pioggia fina che rimbombavano dei suoi passi soltanto, nell’ora del coprifuoco. Sentì un gran trambusto e il rumore di motori avviati, di passi di corsa, di tacchi metallici sul pavimento.

Gino svoltò nel vicolo più piccolo che poté trovare poi si arrampicò sulla grondaia e più in alto che poté mise un piede da un lato e uno sull’altro di quel pertugio fra due palazzi. Le mani aggrappate sul bagnato e scivolose di agitazione, gli stivali fra le fessure strette delle pietre, non sapeva quanto avrebbe resistito.

Per qualche minuto non ci fu rumore. Poi li sentì avvicinarsi, li sentì gridare ordini e correre qua e là, sfondare una porta. Li sentì avvicinarsi ancora di più e poi arrivare lì dove s’era rifugiato, proprio sotto di lui.

Sotto ai suoi piedi.

Le SS ci stettero poco in quel vicolo piccolo e piscioso. Sputarono di disgusto e uscirono veloci.

Quando furono andati Gino si calò lentamente giù e cadde sfinito in terra. Massaggiò le mai, si tirò su. Poi rifece i suoi passi, rivide il palazzaccio, lo superò. E prese di corsa nell’altra direzione.

37. Gino alla fine

Da Bologna ci mise poco; conosceva i posti, tagliò per i boschi. Qualche giorno soltanto e rivide Firenze.

Asserragliata, con gli alleati oramai vicini, già nel Valdarno, e i tedeschi artigliati alla città.

“E a te non ti devono vedere né quelli né questi.”

Il babbo non gli lasciò nemmeno il tempo di riaversi.

“Ti devi cambiare, non restare più così.”

I vestiti del fratello. Grandi, gli stavano, che Gino era secco come un uscio.

Il babbo prese la divisa di Gino e la seppellì in giardino.

Gino, come un serpente sgusciato. Si sentiva nuovo e pulito.

Il primo piatto mangiato seduto, condito dallo sguardo della mamma che lo fissava addolorata.

“Mamma mia… coi vestiti così larghi sembri uno spaventapasseri… tagliati la barba, almeno!”

Si fece la barba, che era anche brutta, rada e rossiccia, ma poi non volle restare oltre, gli pareva troppo pericoloso. Ci voleva una casa un po’ fuori mano, dove nessuno notava se qualcuno andava o veniva. Gino decise di andare dallo zio.

“Però sta tanto male… non gli stare vicino…”

Alcide stava così male che non si alzava più.

Lo salutò dal letto e si commosse.

“Gino… meno male, ti rivedo…”

Gino si dimenticò e gli si buttò al collo ma lo zio cominciò a tossire e lo allontanò di colpo con tutt’e due le mani.

Gino aprì le finestre per cambiare l’aria vizza, raggrumata di malattia. Lavò la biancheria sporca, spazzò i pavimenti. I fazzoletti usati li mise tutti insieme in un pentolone da minestra e li lasciò sul fuoco per ore, bruciando tutti i legni che trovò in giro. Poi rasò e vestì lo zio e lo portò fuori, in giardino, a prendere un po’ di sole. Si teneva a malapena in bilico, Alcide, con le mani scarne afferrate alla sedia e il viso bianco, scavato, rifranto di male nascosto.

Intorno a loro tutte le case erano cadute e adesso il giardino stava fra i ruderi delle vite degli altri. In una stanza aperta a metà c’era un tavolo ancora apparecchiato. In un’altra un letto sfondato. Di un’altra era rimasto che una parete con un quadro appeso.

“I vicini sono morti o son scappati… è rimasta solo la Ninchi, della casa accanto.”

Anche la casa di Alcide l’avevano centrata in pieno ma i primi due piani avevano retto. Però il giardino era pieno di calcinacci bianchi. Gino ci passava le ore, in giardino, ad aspettare la mamma che veniva a portargli da mangiare.

Così aveva esplorato per bene le rovine e aveva trovato uno squarcio nel muro del giardino. Portava nella casa vicina, in una camera piena di stracci triti ai calcinacci. Pesticciando quella mescita Gino si sentì arrampicare dentro ricordi non suoi, gesti e pensieri di altri, storie, morti. Tornò in giardino coi peli dei bracci ritti e, dopo, cercò di stare lontano da quella stanza di fantasmi tristi.

La mamma attraversava mezza città, per portargli da mangiare e ogni volta pareva meno convinta.

“Non uscire, Gino. Hanno pigliato un ragazzo, ieri, che era scappato da Modena…l’hanno fucilato al Campo di Marte.”

E Gino non usciva. Ascoltava. Di giorno e di notte i tedeschi tampinare coi cannoni i campi della pianura. Di giorno e di notte gli alleati rispondere sulle case di Firenze. Poi c’erano le trombe d’aria dietro gli aerei e i crescendi acuti delle sirene, i sibili avvitati e gli schianti delle bombe. Via via che gli alleati si facevano più vicini i suoni gli piovevano a gragnola nella testa a tutte le ore.

“N’è venuta giù un’altra.”

Diceva Alcide fra la tosse. A stare sempre a letto, gli si era aguzzato l’udito e sentiva le case sgretolarsi anche nei quartieri lontani.

Per questo, una notte svegliò Gino.

“Esci Gino, scappa… sono qui fuori!”

E Gino fece appena in tempo a nascondere le coperte e rimettere il materasso sotto il letto dello zio. Mentre usciva nel giardino sentì i colpi alla porta.

Sentiva le voci dei tedeschi urlare domande e lo zio tossire risposte.

Si infilò veloce nel passaggio e si ritrovò nel ventre scempiato della casa accanto. Fra i fantasmi che scivolavano sui muri e pareva lo aspettassero.

Sentì i tedeschi entrare in giardino, li sentì vicini. E trattenne il respiro. Trattenne i pensieri e il cuore. Tutto fermo mentre i soldati frugavano con le canne fra i cespugli incolti.Aspettò lì zitto e immobile delle ore, anche dopo che furono andati via, e il freddo che gli scivolò dentro quella notte non l’aveva sentito nemmeno in montagna nella neve.

Quando rientrò in casa lo zio era più pallido del solito. Freddo e fermo, a Gino gli prese uno spavento. Ma era stato solo lo strapazzo. Alcide stava come sempre e Gino poté accucciarsi ai piedi del letto, a riprendere fiato, fra la polvere di calcinacci che gli cascava dai vestiti.

E passarono altri giorni. Rintanati in casa, a aspettare il cibo della mamma, ad ascoltare la solita litania stridente dei rumori di guerra.

Intanto gli alleati si facevano strada. Vincevano un chilometro per volta, avanzavano, si disputavano un altro chilometro e poi marciavano e c’erano quasi, era davvero questione di ore ormai.

“E loro c’hanno una medicina, Alcide. Dove sono arrivati la gente guarisce, capisci? Guarisce, la tisi.C’hanno la penicillina per guarirla…”

Ma Alcide la guardava con gli occhi rossi e spenti e la mamma se ne andò via piangendo.

Quella notte ci fu un boato strano, che stonava con la litania e fece tremare i muri e il terreno. Gino pensò al terremoto, nel sonno, e si chiese se la casa avrebbe retto anche quello. Poi sentì qualcuno passare e scostò la finestra, ascoltò per strada. Un uomo veniva a portare notizie alla gente col naso fra gli scuri.

“I ponti… fanno saltare i ponti!”

Tutta la notte, i boati e i tremori. Tutta la notte brillò di squarci e salti e all’alba Gino si vestì.

“Gino, non andare… è pericoloso…”

“Mi affaccio solo…”

Per la strada vide la Ninchi. Una ragazzina bassa e olivastra vestita con un grembiule della mamma che gli arrivava quasi ai piedi. Da sotto una pezza gli usciva i capelli neri e spettinati e due occhi grandi che si stupivano in giro. Si guardarono, Gino e la Ninchi, e si fecero un cenno di saluto. Poi la Ninchi incontrò uno che conosceva venire dal centro, a testa bassa, con le mani in tasca, “si sa qualcosa?” gli chiese e lui mormorò “il Ponte Vecchio c’è ancora; i tedeschi non se la sono sentita…” piano, come fossero in chiesa. Poi se la filò veloce.

Gino e la Ninchi, insieme, si incamminarono verso i crolli e in pochi minuti furono sul Lungarno.

Il Ponte di ferro non c’era più. C’era i monconi storti che pareva non ci credessero, d’essere stati scempiati a quel modo. Il Ponte alle Grazie aveva reso al fiume l’anima di polvere e sassi. Nell’acqua sudicia i detriti ingorgavano di storia e di pietre la corrente. La Ninchi si fece il segno della croce.

Il Ponte Vecchio c’era ancora, era vero. Però così solo sul fiume e nudo, coi quartieri intorno rasi al suolo, sembrava si fosse incanaglito per rimanere intero.

Dalla spalletta, là vicino, partirono dei colpi e gli risposero le fucilate dalle case oltre l’acqua. Gino e la Ninchi si abbassarono d’istinto, anche se erano lontani. Proseguirono ancora fino al Lungarno vuoto, fra le case cieche.

“Ma… sono tutti morti?”

La Ninchi rise.

“Macché morti! I tedeschi hanno sgombrato i palazzi; sono accampati a Boboli.”

In quel momento, un camion tedesco passò veloce sull’altra riva vibrando insensato sulle sconnessure. Sbatté leggero una spalletta che sputò qualche scintilla in aria.Sbandò e si riprese, raschiò contro una bicicletta che passava e lasciò in terra un uomo.

La Ninchi gridò e si fece il segno della croce, Gino la prese per mano e la tirò via. Dalle due spallette si tiravano di nuovo addosso coi fucili. Gino e la Ninchi corsero fino a casa senza guardarsi indietro. Si salutarono con un cenno del capo e ognuno entrò nel suo portone.

Con le due parti della città allontanate pareva di vivere in due mondi diversi. La mamma non venne per un giorno, non venne per due. Il terzo si affacciò, affranta.

“Sono passata sulla pescaia, l’Arno è in secca. Però ci vuole un sacco di tempo… non so se domani ce la fo, a venire. C’è anche i cecchini fascisti che sparano a quelli che passano… non esce più nessuno, di casa. Qui da voi invece è sicuro oramai; i tedeschi si sono ritirati tutti dalla nostra parte.”

Non aveva finito di parlare che un proiettile di mortaio cascò lì vicino, per la strada.

Gino la accompagnò fino al fiume e gli si raccomandò che non rischiasse, che se la sarebbero cavata anche da soli.

“No, no… se ce la fo vengo, di sicuro. Con Alcide in quello stato…”

Non ce la fece nemmeno il giorno dopo e quello dopo ancora. Alcide peggiorò.

Col cibo, già poco, che diminuiva e poi mancava. Con la polvere che volteggiava a giorni interi. Con gli spaventi della terra che tremava sotto i crolli. I tonfi e i colpi, gli urli lontani.La faccia gli si asciugava sugli ossi e gli occhi erano finiti dietro una tenda di pudore.

Gino passava quasi tutto il giorno a aspettare contando le ore, seduto sul ciglio del letto, a sentire gli spari e le cannonate dalle colline. Gli spari e i motori dall’altra parte del fiume.

Solamente usciva tutte le mattine qualche ora per cercar da mangiare; non che fosse facile senza soldi. Una volta trovò un contadino che non c’aveva più il carretto per portare la roba; se l’era centrato una bomba con tutto il fienile una settimana prima, e allora gli alberi carichi gli marcivano nel calore.

“Piglia quel che ti pare, tanto lo mangiano gli uccelli…”

Gino si arrampicò e mangiò e staccò e raccolse. Se ne andò ringraziando e ancora mangiando albicocche e pesche a decine. La sera c’aveva la diarrea.

A Alcide non gli era riuscito mangiare nemmeno uno spicchio, non aveva voglia.

Solo il giorno dopo il tuorlo di un uovo sbattuto, gli riuscì di infilargli fra le labbra bianche, a Gino, a cucchiaiate così piccine che nemmeno un uccellino. E solo perché gli spiegò che il contadino non l’aveva impallinato per un pelo: aveva rischiato la pelle, per rubare due uova.

Dopo non uscì quasi più; Gino cercava di stare sempre vicino allo zio. Di restare immobile per non disturbarlo, attento ai rumori, a ogni cambiamento. Se gli alleati vincevano…

Andò dalla Ninchi, una sera, a chiedere se c’era novità.

“Dice si sono sollevati, dall’altra parte… dice la gente esce di casa e va a pigliare i tedeschi e i fascisti sui tetti. Gli alleati sono arrivati, sono al Galluzzo già da un bel po’ ma non entrano, aspettano…”

Cibo però non ce n’aveva, a parte una piadina di soia. Gino la prese e corse da Alcide. Che però era così debole che non la sapeva mangiare, nemmeno a spezzettarla con l’acqua e cacciargliela in bocca con le mani. Gli colava giù dal mento e gli andava di traverso.

Gino la sbatacchiò in terra, con la ciotola e tutto e poi gli toccò andar carponi a cercare i pezzettini sul pavimento per mangiarli lui.

Nelle ore dopo sentì i colpi farsi sempre più rari. Sentì le ultime mitragliate e poi lunghi spazi di calma.

Ma quando guardava lo zio, gli vedeva la faccia rigida e lontana.

Il mattino dopo, Gino uscì. Nella via vuota c’era silenzio e pace. Lontano, voci di gente per strada. Gino camminò verso quelle voci, camminò finché vide la colonna degli alleati che entrava in città. Le camionette che rotolavano la vittoria per le strade scempiate. E i suoni erano canzoni e cinguettii di donne, richiami gioiosi e richieste, battute, risate.

Gino continuò a camminare fra gli urli di festa. Voleva uscire, adesso, voleva andare, farsi vedere, vivere e respirare come tutti.

E tutti stavano a salutare e abbracciare, baciarsi e baciare i soldati. Nella strada era una sagra strana, con le divise mescolate ai sorrisi e pane bianco e morbido che pioveva giù dai camion.

Gino si avventò su un pane, scansando le mani intorno. E si allontanò mordendo la pagnotta, salandola di lacrime.

Alcide se n’era andato.

In quel giorno di gioia e libertà.

Gino era rimasto sveglio tutta la notte, apposta, eppure non si era accorto…

Gli inglesi passavano sulle camionette, cantando. Gli indiani sfilavano coi turbanti e la gente non osava avvicinarsi, ammirata.

A Gino gli dava uggia, quella festa.

Allora tornò indietro a chiamare la Ninchi; che lo aiutasse, se poteva, a preparare Alcide.

“I partigiani glielo dicono, agli alleati: o venite, si son mandati via tutti! Ma quelli c’hanno paura. I tedeschi vengan giù da Fiesole, sui sidecar, e sparano all’impazzata, poi scappano. Allora con due SS li tengano tutti a bada; gli alleati entrano piano piano… alza più su la gamba, gli infilo i pantaloni.”

La Ninchi lavava e spostava, tirava e vestiva Alcide e intanto parlava. C’aveva l’esperienza, lei. Aveva dovuto preparare tutta la sua famiglia, un po’ alla volta, nell’anno passato. In un’ora ebbero finito.

“Vedo di trovare il prete , se può venire.”

La Ninchi s’era rimessa il fazzoletto in testa e lisciato le pieghe del grembiale, poi era uscita salterellando per la strada.

Non l’aveva più vista, la Ninchi. A casa, non c’era più tornata.

Il prete chissà dov’era.

Gino aveva rimesso l’orologio al polso di Alcide, poi l’aveva nascosto sotto la coperta e s’era messo a aspettare la mamma. Aveva cercato di farlo bello, pettinato e pulito e col vestito più elegante, apposta per lei. Ma passò lì vicino dei neozelandesi e qualcuno gli disse che c’era un morto. Quelli entrarono, fecero scansare Gino, misero Alcide in un sacco e lo portarono via.

Poi Gino dovette andare a portare la notizia.

Se lo aspettavano, che dire. E poi c’era la gioia della fine della guerra. Adesso c’era il pane bianco e le medicine, le sigarette, i sonni tranquilli.

Gino e la sua mamma se ne stavano zitti coi loro turbamenti. Piccati di non riuscire a gioire come quegli altri e di dover anche rintuzzare il pianto perché pareva strano sentire dolore in un momento così bello.

Comunque, Gino rimase a vivere dai suoi.

Il babbo era un po’ in imbarazzo, c’aveva ancora la divisa addosso. Ma quei ragazzoni alti, grossi e lindi degli alleati gli stavano simpatici, lo chiamavano “col’nel” e gli facevano il saluto. Lui sorrideva imbarazzato e toccava il cappello. Un canadese coi baffi una volta scese da una jeep e si fece fotografare accanto a lui, tutti e due abbracciati come se si conoscessero da una vita.

La piccola Angiola, rosa nel lettino, ignara, sorrideva storto ai sogni. E pareva avesse protetto tutti lei, fino a quella gioia della fine. Il sollievo di poter ricominciare a vivere normalmente, a vivere. Quasi un miracolo, altro che una vergogna. La mamma se la portava in braccio dappertutto e l’avrebbe issata come una bandiera sul tetto di casa, la bimba dei miracoli.

“Questa creatura è venuta per la mia consolazione!”

E non c’era più bisogno del figliolo del Nencioni. C’andava lei a far la spesa, con la bimba cavalcioni su un fianco. Le gambine nude, ciondoloni, fiduciose, sulla sottana.

Il bambino del Nencioni, del resto, c’aveva altro da pensare. Che una notte erano venuti i partigiani e avevano sfondato la porta. E il babbo l’avevano trascinato per strada e processato lì, davanti agli urli dei figlioli.

“Lo riconosci? E’ lui?”

Il delatore aveva annuito.

Una pallottola in mezzo alla testa e il Nencioni era rimasto lì a tremare le gambe all’aria. Ancora in camicia da notte e con una pozza di piscio intorno. Che brutta morte.

“Ma davvero il Nencioni…”

“Macché. Lui la politica non sapeva dove stava di casa. Però aveva prestato dei soldi, all’inizio della guerra. Parecchi. Si sa anche a chi…”

Gino non riuscì più a guardare la casa del Nencioni. E il ragazzino coi capelli di capra che adesso non usciva quasi più. Fino al giorno che dovettero partire. Lì dovettero uscire per forza, tutti in fila dietro un barroccio di roba: la loro casa era confiscata per una vedova di guerra.

La vedova Nencioni aveva perso anche lei il marito in guerra ma non lo poteva piangere. Perché ora tutti credevano che fosse un fascista bastardo. E gli toccava tenersi dentro gli urli e i dispiaceri e seguire il barroccio come un feretro, mentre l’altra famiglia entrava nella sua casa. Tre bambini mogi e esitanti dietro una mamma a mani vuote entravano nella sua casa. I suoi tre, di bambini, la tenevano per la gonna e non la lasciavano spingere il carretto.

Gino corse in strada e le si mise al fianco.

“La posso aiutare?”

L’accompagnò, spingendo le stanghe con tutte le sue forze striminzite, fino alla corriera. Andavano da dei parenti a Perugia, i Nencioni. Gino l’aiutò a caricare la roba e poi passò la mano fra i riccetti irsuti del piccolo.

La mamma si arrabbiò.

“Ci mancava altro che di farti vedere con quelli!”

“Ma mamma, te lo sai che non c’entrano nulla…”

“Di già dicono che sei scappato dalle SS, che eri della Gestapo…”

“Io… la Gestapo…?! Ma chi…”

“Non lo so, chi. A me me l’ha detto l’Ada, la fornaia. Dice : ma che è vero che il suo figliolo stava colle SS?”

Qualcuno l’aveva visto in divisa. Qualcuno lo ricordava con Alcide quando giocava a carte.

“L’amico del gerarca. Chiamavano così anche Alcide… ma lui oramai non lo possono più ammazzare. Ma te. Stai attento…”

Gino ritornò a casa dello zio. Guardò le rovine e la loro rovina. Guardò il letto dell’agonia. I mobili che non sapevano più di malato. In un sussulto gli venne in mente la mattonella. Certo , gliene avrebbe parlato prima, colla fame che c’avevano… ma lo zio era il tipo da far sorprese, chissà.

In ginocchioni con la mano sul terreno freddo Gino si sentì un po’ coglione. E quando rimise la mattonella al suo posto pensò. Devo darmi una mossa.

Si rialzò, si scosse i vestiti da spaventapasseri che si trascinava in giro da quando era tornato e si immise sulla strada con l’intento di rimettersi al lavoro. Di tornare alle faccende serie.

Solo che uscendo di casa gli venne un’uggia cattiva. Non se la sentiva di ricominciare a aprire e chiudere bandoni, o qualunque altra cosa.

Il cielo azzurro, il tempo caldo e la gente ancora svagata. L’aria di canzoni nuove e di nuove lingue che scintillava leggera sopra il macello. Le camionette dei vincitori, la caccia alle streghe.

Gli venne un groppo alla pancia e sentì di dover andare, camminare, sciogliere colle gambe i nodi dentro la testa.

Passò da casa dei suoi, prima. Abbracciò la mamma e lei gli strinse le gote irsute fra le mani fino a fargli male. Il babbo non c’era, era andato a vedere se si poteva impiegare di nuovo… glielo avrebbe detto lei.

Gino sollevò un momento fra le braccia la fragranza nuova e pulita di Angiola che rideva, sotto gli occhi celesti e contenti, e gli tirava i capelli. Cercava di mordergli il naso e la sua bocca sbavava gigli. Succhiò quegli odori beati e la rimise giù.

I fratelli erano in giro. Chissà se si sarebbero accorti. Gino intascò due pagnotte soffici e se ne andò.

Questa volta, con tutta la roba che c’aveva da lavare, prese verso il mare.

Nella piana bruciata dalle esplosioni ci camminò tre giorni. Passando in mezzo a un lavorio di campi che tornavano sotto gli attrezzi e uno sgusciare veloce di camion e armi sulle strade ormai sicure. Meno male che c’era già quell’opera. I semi dentro i ventri di terra e i grani a succhiare acqua nei bozzi. I contadini scuri e chini al solito lavoro. Gino gli veniva voglia di essere una lattuga, per farsi piantare e annaffiare e accudire. Pensò anche di fermarsi a dare una mano, chissà. Ma poi ripensò al mare che non ricordava e volle proseguire.

Poi non è che si sentisse tanto laborioso ma, piuttosto, vuoto come una zucca. Nei vestiti grandi del fratello c’avrebbe potuto trovar lavoro come spaventapasseri, tutt’al più. Si propose, per scherzo, di farglielo a un contadino e a quello gli venne così il ridere che gli regalò un bicchiere di vino. Con la stessa battuta, al casolare dopo, gli dettero un bicchiere di latte. Al terzo una pedata nel culo e un “và a lavorare, vagabondo!”. Gino sospirò di sollievo di come tutto stesse tornando normale e continuò. Chiedendo e supplicando, facendo ridere, aiutando, anche, qualche volta, per avere un morso di pane.

Il quarto giorno arrivò in vista del mare. Era il crepuscolo e il capo gli girava forte per la fame. Stava su delle colline basse e gialle di erbacce, con dei fazzoletti di righe marroni che si allungavano sotto gli aratri. Gino si strusciò le palpebre e appuntò gli occhi, ma il mare era una striscia grigia che si perdeva nella foschia e non si capiva nemmeno dove diventasse cielo.

Gino camminò per avvicinarsi ancora, e per fortuna che era in discesa, perché sennò le gambe non ce l’avrebbero più portato. Invece, col pendio, poté trascinarsi fino a una pineta che lo avvolse del suo cicaleccio resinoso e secco, poi per una macchia spinosa e fragrante e infine sulla sabbia, in una caletta raccolta fra le rocce.

Però oramai era buio; una sera senza stelle. L’acqua, più che vederla, Gino la annusava e la intuiva sciabordare ai suoi piedi, così calma da non fare quasi rumore.

Non che gliene importasse davvero, a quel punto. In testa c’aveva le pigne che sciaguattavano e frinivano, c’aveva risate e aratri e nebbia. C’aveva la confusione di uno che cammina e non mangia quasi niente da quattro giorni e che non c’ha quasi più vita nel corpo. Si strinse nella giacca e si addormentò lì dove stava.

Svenne in un sonno mai fatto, dopo anni che non gli riusciva più di dormire la notte. Il sonno più pesante della sua vita lo avvolse, lo strinse e gli spremette dalla testa il sogno più nitido che Gino avesse mai sognato.

Stava parlando col suo amico livornese, camminando per la strada. La guerra era finita e loro erano felici di poter camminare tranquilli per strada. Parlavano di chissà che e stavano in una via bella, luminosissima, che finiva con un muretto. “Adesso ti devo lasciare”, gli disse il livornese e saltò di là da quel muretto per sparire.

Gino cominciava a essere abbagliato di tutta quella luce e si copriva la faccia coi bracci. Poi, di colpo, c’era una donna bella, alta e sorridente davanti a lui. E subito erano distesi, subito, senza nemmeno parlarsi, erano nudi e abbracciati.

Gino disteso e circondato dalla carne bella e luminosa di quella donna con un sorriso grande e seni tondi come soli. Le coppe delle mani sui fianchi e le labbra a spremere la bocca profumata della donna. E il sorriso ancora lo sentiva, anche se non lo vedeva. Lo sentiva liscio sulla pelle morbida e sulle gambe che si offrivano aperte e sincere.

Gino entrò in quel sorriso e colse l’offerta, dentro la donna bella si muoveva come in un campo colorato e odoroso di erbe. Si muoveva con grazia e con calma, godendo come mai nella vita. Si muoveva e godeva e sorrideva con tutto il corpo dentro il corpo sorridente della donna.

Finché il freddo umido e la sabbia bagnata sotto di lui lo svegliarono di colpo. E lui s’era inzaccherato i pantaloni, col sogno più bello della sua vita. Poi risvenne subito, era troppo stanco.

La mattina dopo, all’alba, se ne stava disteso sulla sabbia, e cercava e non riusciva di uscire dal sonno, di alzarsi. Un refolo d’aria salata gli ricordò dov’era il mare e che era venuto fin lì apposta e che, fosse stata l’ultima cosa che faceva, almeno doveva guardare…

Si tirò sui gomiti, con la forza che gli restava e finalmente gli riuscì di vederlo, il mare.

Sconfinato e tranquillo, scintillante sotto il sorgere del sole. Si sdraiava indaco, soddisfatto, dalla sabbia fino all’orizzonte curvo.

Gino sentì gli occhi correre da soli, correre più veloci di quanto potesse immaginare e subito, in un colpo, si sentì risucchiare il cervello lontano, verso niente eppure verso qualcosa… tutto ciò che poteva esserci e che non si vedeva. Che si vedeva e forse non esisteva… e il mare ci arrivava…

Cadde all’indietro mentre la testa tornava al buio.

Rimase lì disteso, e l’ultima cosa che sentì era il mare che si spingeva avanti sul bagnasciuga risalendo i granelli, coprendoli, travolgendoli e poi ritirandosi e trascinandoli, all’infinito.

38. La nave

“Presto, presto, c’è uno si sente male!”.

Arrivò dei pescatori di corsa a sollevarlo e schiaffeggiarlo, a cacciargli in bocca pane e vino. Gino vomitò e svenne di nuovo.

Stette nella caletta due giorni interi, a farsi curare nella baracca dei pescatori. Fra i loro bracci scuri e le facce riarse. Le loro voci che gli andavano e venivano insieme alle risacche.

Finché riprese la forza nelle gambe.

“Ma davvero ti devi rimettere in cammino? Con quest’aria disgraziata… o resta qui, che fretta c’hai?”

“Grazie… devo trovare una donna…”

Quelli si strizzarono l’occhio e risero fra gli spazi dei denti persi; dovettero pensare che Gino con la guerra s’era bruciato il cervello.

Che magari non era proprio sbagliato, perché Gino, fra uno svenimento e l’altro, nell’odore salmastro della branda, s’era convinto d’aver visto la donna della sua vita. Pensava che l’amico morto gli avesse suggerito il destino, come si fa con i numeri della lotteria. E siccome i suggerimenti dei morti vanno interpretati, a Gino gli pareva di capire che la donna fosse una nave.

Per trovare la nave doveva camminare fino a Livorno.

Di chiedere un passaggio non gli passò neppure per il capo, perché ora che finalmente era arrivato al mare gli pareva un peccato, di staccarsene subito. Così, fra risacche e profumi di sale camminò e camminò ancora.

Non si allontanava mai dall’acqua e andava su e giù fra gli scogli aguzzi e le calette gialle, coi piedi a mollo nella schiuma, con la faccia bruciata di sole, ciucciando le aringhe dei pescatori e bevendo il sudore sopra i labbri. I capelli gli s’erano allungati parecchio e gli stavano ispidi a attorcigliarsi in testa. Due centimetri di barba rossa e le rughe inferte dal sale. Si specchiava sulle pozze lasciate dalla marea fra gli scogli e si fissava; strambo ai suoi stessi occhi. Con una faccia selvaggia e sorridente, mezza pazza.

Allora si accarezzava la testa e il collo, si massaggiava le idee. Mica era il momento di dimenticare tutto, quello.

È che si stordiva perché lo guardava in continuazione, il mare. Non gli riusciva di staccare gli occhi da quella distesa, che da lui se ne andava verso la curva del mondo.

Se non avesse staccato lo sguardo, lo sapeva, si sarebbe fatto chiamare fino a caderci dentro e avvitare nel risucchio delle correnti. A conoscere quel che era dentro… miliardi di gocce e correnti, pesci, alghe, bave di bolle… tutto sotto e coperto dalla pelle immensa del pelo dell’acqua.

Allora strappava gli occhi dal mare per fare attenzione alle lame trite delle rocce e le borraccine scivolose, alle crepature improvvise e profonde con l’acqua che ghignava sul fondo.

A sera, mentre addentava l’ultimo tozzo di pane, si fermò ancora un’ultima volta a guardare con agio. La terra cullava l’acqua nel suo grembo e l’oscillava su e giù, su e giù a sciabordare contro le rive. Gino si godette quella ninna nanna finché poté, finché ci fu luce. Era l’ultima sera, poi sarebbe arrivato in città. Dormì leggero e agitato e all’alba era di nuovo in piedi.

Camminò spedito e a furia di botte di sole sulla testa calda e impacchi di mare sugli occhi arrivò subito a Livorno. A uno che frugava a torso nudo, coi calzoni arrotolati come fosse nell’acqua fra le rovine di una casa per recuperare i mattoni ancora buoni, Gino gli chiese informazioni e quello gli spiegò la strada fino al porto.

Dove Gino ci arrivò, che non c’aveva più liquido dentro al corpo e i labbri gli si incollavano prima di ogni respiro.

Farfugliò richieste vaghe di una nave che partisse e lui ci potesse salire… no, non era un marinaio… non sapeva niente, di navi… no, non era un contrabbandiere… non sapeva nemmeno nuotare, il mare l’aveva visto solo a sei anni… che ci faceva…lì…?

Seduto su un molo fra decine di banchine e di navi enormi, pescherecci, traghetti e barcarole, a Gino gli venne lo sgomento. Guardava l’acqua verde, ferma e puzzolente sciabordare sotto le chiglie muschiose e cominciò anche a pensare che forse, per il sogno, era meglio vedere la smorfia. Una volta lo zio del Nencioni aveva vinto a giocare la nonna morta che inciampava sul marciapiede…

Gino se ne stava lì a pensare alla strada e la luce e il morto che parla quando lo avvicinò un tipo alto e logoro. Un egiziano forse… un arabo. La faccia scavata e ombrata di barba, gli occhi infossati fra le occhiaie e le sopracciglia scure.

“Sei te che vuoi imbarcarti?”

“Io… sì, mi voglio imbarcare…”

“Adesso parte un mercantile, cerchiamo gente.”

“Sì, sì, adesso… va bene.”

“Ce l’hai i documenti?”

“No.”

“Non importa. Mi dai i primi tre mesi di stipendio.”

Così Gino trovò la nave e si imbarcò. Arrugginita, rattoppata e dipinta qua e là di colori diversi non era davvero una nave da sogno. Ma era la sua, lo sentiva.

In fila in una lunga fila di gente di tutti i colori che saliva lentamente sulla scaletta stretta, Gino stava fra un cinese piccolo piccolo davanti e un mulatto più alto di lui di una spanna, dietro.

Tutti a strascicare i piedi in quel percorso lento fino al ponte ingombro di casse e di funi, fino a un momento in cui si raccoglievano gli stracci e le idee, i bagagli, sacchi e scatole e anche mani vuote come le sue. Tipi di mare, tutti sapevano dove andare e che fare e Gino rimase solo a non far nulla.

Salparono quasi subito e furono presto fuori dal porto, nel mare aperto.

Sotto la luna spaccata che s’era piantata in mezzo al cielo ancora chiaro a Gino gli s’allargò le linee intorno.

Sempre più lungo e libero l’orizzonte di sopra e di sotto.

Nell’aria grassa del mare volavano gli spruzzi e i giri ampi dei gabbiani, e nelle onde molli si muoveva il muco nobile del mondo.

Gino respirò e sorrise, voltò la testa al vento e si mosse per andare a cercare l’egiziano o chi per lui; che gli spiegasse dove si doveva mettere, che doveva fare, quando si mangiava e, già che c’era, gli dicesse dov’è che andava, quella nave.

(Fine)