Sonetti del Badalucco/ 1

Vita e pensieri dell'attore Attilio Vecchiatto, con testimonianze autentiche di Enrico De Vivo, che ha avuto l'onore di conoscerlo e ospitarlo, permettendogli un rinfrescante soggiorno napoletano. Prima parte.

Celati Vecchiatto

Umbrarum fluctu terras mergente…”.

Giordano Bruno, “De la causa. Principio et Uno”

Testimonianza autentica sull’attore Vecchiatto resa da Enrico De Vivo (ex professore nella scuola media)

Come ho conosciuto il grande attore Attilio Vecchiatto

Io abito ad Angri, in provincia di Salerno, a una trentina di chilometri da Napoli. Ricorderò sempre una sera d’inverno, quando udii bussare al portone del nostro cortile, con forti colpi, come di chi avesse un’estrema necessità d’aiuto o uno stato di nervosismo incontenibile. Mi affacciai tenendo il portone socchiuso, e prima che potessi vedere chi bussava, mi trovai tra le mani un opuscolo dattiloscritto, dove lessi a malapena queste parole: “SONETTI DEL BADALUCCO NELL’ITALIA ODIERNA”.

Poco dopo, i due personaggi che avevano bussato al nostro portone, seduti in cucina, divoravano tutto ciò che mia moglie si affrettava a mettere in tavola. Si capiva che non avevano mangiato da giorni. Io e mia moglie li avevamo sentiti mormorare con un filo di voce: “Siamo attori, veniamo da lontano. Non sappiamo più a chi rivolgerci. Scusateci. Potreste darci qualcosa da mangiare?”. Così diceva la delicata voce della signora Carlotta, moglie di Attilio Vecchiatto. E lui, anziano, emaciato, vacillante, con un cappello a larga tesa e un consunto mantello d’altri tempi, si fece avanti così: “Io sono l’attore Attilio Vecchiatto. Lei avrà sentito parlare di me, vero?”. Al che dovetti mentire in tutta fretta, dichiarandomi un suo appassionato ammiratore: “Chi non ha sentito parlare dell’attore Vecchiatto?”. Per fortuna non mi fece domande d’accertamento, dato che non sapevo chi fosse, né che avesse conquistato la sua fama nel Sud America, poi a New York e infine a Parigi – ma mai in Italia , dove di fatto era sconosciutissimo.

Ricordo con piacere quel nostro primo pranzo assieme, mentre mia moglie metteva in tavola piatti di maccheroni e salcicce, ceci fritti, castagne, pasticci di mele. I due ospiti ingurgitavano tutto, raccontandoci la loro vita, con le voci che si accavallavano, e scatti d’ira di Attilio quando Carlotta interferiva nei suoi discorsi. Mio nipote Amedeo, allora quindicenne, volle sapere il senso della frase latina nell’opuscolo dattiloscritto con cui Attilio s’era presentato: Umbrarum fluctu terras mergente… Al che Vecchiatto ci spiegò il concetto di questa filosofia, la filosofia di Giordano Bruno : “È l’idea di un’oscurità in cui gli uomini vivono, come un grande mare di ombre che sommergono tutti i continenti piombando le menti degli uomini in una cecità molto difficile da superare”. Ed era il tema di due tra i suoi più riusciti sonetti, La prima e La seconda lezione di tenebre.

Vecchiatto non mi ha mai spiegato perché, al culmine dei suoi successi francesi, un giorno abbia deciso di tornare in Italia in cerca di lavoro assieme alla moglie. Respinti da tutti i teatri italiani dove erano andati a proporre i loro spettacoli, i due vecchi attori avevano pensato di poter sostentarsi vendendo per strada i sonetti scritti da Attilio dopo il ritorno in patria. Ne aveva fatto fotocopiare un centinaio, col titolo Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna, composti da Attilio Vecchiato, attore vagante, dopo il suo ritorno in patria. Per lui quei sonetti erano l’avvertimento d’una sempre più densa caligine scesa sul mondo. Ed era una specie di nerofumo che poco a poco ho cominciato a vedere anch’io, intorno ad Angri, fino ai piedi del Vesuvio, e intorno alla villa di Torre del Greco dove era morto Leopardi. Per Vecchiatto quella caligine aveva assunto la forma d’un essere umano che crede di poter sempre dominare tutto con la ladroneria congenita del denaro, senza mai vergognarsi d’essere al mondo. Nella sua mente quella figura riassumeva tutto quanto aveva visto di deprimente e squallido nei nuovi costumi italiani, dopo il suo ritorno in patria. E aveva chiamato tale figura, non so perché, Badalucco.

Prima di sbarcare ad Angri e stabilirsi per qualche mese a casa nostra, Attilio e Carlotta avevano attraversato un periodo durissimo a Roma, senza aiuti, mangiando alla mensa dei poveri, dormendo in un sottoscala. Al mattino si piazzavano all’ingresso del Colosseo, dove riuscivano a smerciare qualche copia dei sonetti di Vecchiatto. Ma un giorno sono stati fermati da due guardie di finanza perché non avevano la licenza di venditori ambulanti. Per giunta Attilio aveva opposto un’attiva resistenza ai loro tentativi di sequestrargli il pacco di sonetti, finendo in una cella affollata da detenuti d’ogni razza. Ma è qui soprattutto che ha scritto e ripulito gran parte dei propri sonetti, avendo deciso di portare a termine il ritratto del Badalucco, fino a farne una figura esemplare dell’italicismo – l’italicismo che non si vergogna più di niente perché ha abolito il senso della vergogna. Così pensava Vecchiatto, ed è rimasto volentieri in galera per finire i suoi sonetti, ad esempio cacciando un dito in un occhio a un secondino, affinché lo denunciasse e così allungasse il suo periodo di detenzione. Ma infine sia lui che Carlotta dovettero essere scarcerati, consegnati alla polizia francese e rimandati a Parigi. Dunque è successo che una mattina alla Stazione Termini, mentre due poliziotti poco svegli aspettavano l’arrivo d’un treno diretto a Parigi su cui caricare Carlotta e Attilio, i nostri due eroi (alla loro età!) sono saltati al volo su un altro treno che già s’era messo in moto, e viaggiava trionfalmente verso Napoli: “Nuova vita, Carlotta! Viva Napoli!”, diceva Attilio, tenendo stretti in tasca i cento sonetti sull’italicismo furbastro del Badalucco.

Con la bella stagione ci è capitato spesso di fare lunghe passeggiate, su per i prati ai piedi del Vesuvio. Attilio era già vecchio, zoppicava vistosamente, appoggiandosi ad uno strano bastone fatto di nervi di bue. Una volta mise il bastone in fallo e cadde lungo un sentiero, poi dandosi a bestemmiare con veemenza, maledicendo tutti i politici e tutti i preti, come se fossero responsabili della sua vecchiaia. Era sera, c’era un sole sospeso all’orizzonte, dietro il Vesuvio. Ed è qui che, per distrarlo, gli proposi di partecipare a un ciclo di incontri sulla sceneggiata napoletana che si tenevano a Portici. Subito i suoi occhi brillarono: era felice di mescolarsi a teatranti e spiegare certe sue idee sul teatro.

Gli incontri sulla sceneggiata napoletana, organizzati dall’associazione “Le Quinte”, a Portici, si aprirono con una straordinaria prolusione di Attilio Vecchiatto. Nessuno lo conosceva, ma subito conquistò la platea inanellando citazioni in italiano e napoletano, da Imbriani a Croce, da Giambattista Vico a Giambattista Basile, e aggiungendovi spesso tirate di Giordano Bruno contro i pedanti. Tutto il sugo del grande estro napoletano era qui spiegato a scatti, con un balbettio ritmato, senza evitare qualche fraseggio in schietto napoletanese. Concluse il suo discorso, collegando la sceneggiata napoletana all’arte di Shakespeare, e ricordando i marinai Trinculo e Stefano della Tempesta, come due figure decisamente uscite dal limbo della comicità partenopea. Applausi, applausi.

Attilio Vecchiatto rimase a Napoli tra la fine del 1986 e il maggio del 1987, ospite dei fratelli Scannapieco, a Capua. Qui iniziò a scrivere una sceneggiata ispirata all’Amleto, col titolo ’O fuorilegge ‘nnammurato, che aveva intenzione di allestire con una compagnia di giovani attori locali. In quel periodo ci incontrammo varie volte; io lo andavo a prendere dagli Scannapieco e lo portavo in giro in macchina per un’oretta. Lui guardava fuori dal finestrino, parlandomi della sua vita, delle sue donne, di sua figlia Ofelia che studiava a Parigi, e dei teatri grandi e piccoli dove s’era esibito, tra Europa e America (compresa la tenda d’un capo winnebago, nell’Ontario). Gli piaceva molto commentare le facciate maestose e fatiscenti dei palazzi d’epoca, le alte mura di antichissime ville, le case di tufo, la gente affaccendata per le strade, i cani randagi…. Una volta, con tono molto serio, mi spiegò il motivo per cui era tornato in Italia – era tornato perché da noi, soprattutto nel sud, si vedevano ancora per le strade dei cani randagi (“Ma ahimé, minacciati più che mai dal Badalucco – sospirava – perché i cani randagi non rendono soldi alle banche…”).

Carlotta leggeva le carte, con un mazzo di tarocchi. Di sera, quando sedevamo nel nostro cortile per chiacchierare del più e del meno, lei faceva le carte a tutti, tranne ad Attilio, che non voleva saperne di quello che gli sarebbe accaduto. Poi ad un tratto, senza dire niente a nessuno, verso la fine del maggio 1987, nei giorni in cui il Napoli di Maradona vinceva il suo primo scudetto e per le strade delle città campane infuriavano rumorosi festeggiamenti, Attilio e Carlotta scomparvero dalla circolazione.

Durante il soggiorno napoletano Attilio finì di limare i Sonetti del Badalucco, e mi lasciò come ricordo una raccolta di foglietti dattiloscritti, gli stessi che qui vengono ristampati, assieme alla vita dell’autore. Anni dopo, quando parlai di Vecchiatto a Gianni Celati , gli passai anche quei sonetti, che Celati poi incluse nel libro sull’ultima recita di Vecchiatto (Recita dell’attore Vecchiatto nel Teatro di Rio Saliceto, Feltrinelli, 1996).

Quanto ai sonetti, so che Celati va in giro a leggerli nelle più varie situazioni, su strade di montagne, nei supermercati, nelle università, e recentemente nel ristorante zurighese che accoglieva i transfughi anarchici o antifascisti, e dove dal 1887 si stampa L’avvenire dei lavoratori. Una simile recita è annunciata dall’Accademia Pistoiese del Ceppo, per il prossimo marzo 2010, in memoria del nostro Attilio Vecchiatto e di sua moglie Carlotta.

Sono lieto e onorato di presentare qui sotto i sonetti di Vecchiatto, seguiti dalla prima parte di una biografia che Gianni Celati completerà, accompagnandola ad altri sonetti inediti, nelle prossime puntate di questa rubrica.

 

Angri, Maggio 2009

SONETTI DEL BADALUCCO NELL’ITALIA ODIERNA

1. Il viaggiatore torna in patria. Scritto in un caffé di Roma, tre mesi dopo il ritorno in Italia

Torna da vecchio in patria il viaggiatore
e guarda il suo paese ritrovato,
ora inospite, triviale, deturpato,
in mano a furbi senza alcun pudore:

fogna di massa, paese d’orrore
e di vergogne da togliere il fiato,
con quei somari del televisore
che fan del più fetente il più quotato.

Con chi scambiare idee in tal squallore,
dove impera il maramaldo unto e beato?
Cosa fare in balia d’un truffatore
che aizza tutto il popolo intronato?

Che dire? È in fogne, fango e brulicame
che fa carriera il Badalucco infame.

2. Nella piana di Aversa, a 15 km da Napoli, dopo una visita al sindaco minacciato nel suo ufficio da squadre di mafiosi in pieno giorno

Ecco la piana di Aversa, che ora consta
di scheletri in cemento e case orrende,
create per il lucro di una cosca
che fa, disfa, massacra, e tutto svende.

Peggior danno non c’è che si conosca:
inferno, galera, ricatto che tende
a chiudervi la bocca, nella losca
congrega di assassini che rivende

l’anima vostra, urlando: “Zitto e mosca!”.
Così arricchirete in orride faccende,
homo homini lupus, grinta fosca,
finché uno sparo in testa non vi stende.

Questo è l’ordine sociale, cosiddetto:
io sto coi cani randagi e i senza tetto.

3. Di cosa è marcia questa patria trista? Scritto ad Angri, in casa di Enrico De Vivo, dopo una discussione sul marcio dell’Italia odierna

È marcia per mancanza di vergogna.
Qui è sempre in cattedra l’imbroglio fino,
qui vince sempre il cavalier furbino,
e il perdente si gratta la sua rogna.

Qui una faccia di bronzo apre il cammino
guidando il branco al suon d’una menzogna:
scroscia l’applauso in piazza ed è una gogna
che azzittisce il modesto cittadino.

Ah, se ancora di notte lui si sogna
la fratellanza umana il poverino,
dovrà aprire gli occhi sulla sua scalogna,
muto tra furbi, tra usurai tapino.

Che patria è questa, che vita in quintessenza?
Mi sembra il Terzo Reich dell’insolenza.

4. Freddo è questo mondo che passa

Freddo, freddo, è questo mondo che passa,
voi non sentite com’è congelato?
E noi attori dovremmo col fiato
riscaldare la sua vecchia carcassa?

Da ricchezze e comfort ottenebrato,
una freddezza taccagna lo squassa;
e il pubblico con sguardo che ti glassa
scruta in scena l’attore assiderato.

Che pazzia voler sciogliere la massa
del gelo cosmico con un belato!
Ma anche ambire a un comfort assicurato
pagando al becerume la sua tassa!

Freddo polare, brrr! com’è ridicolo
smerciar da artista ardente il proprio articolo!

5. Vita terrestre

Dove sei, vita terrestre, ignota parte?
Sta l’uomo saggio ad ascoltar le rane
con cui discute dei suoi sogni d’arte;
pur la poesia sarebbe cosa inane

se i grilli non l’udissero in disparte;
e la filosofia (che è come il pane )
sarebbe un mucchio d’insensate carte
senza poterne ragionar col cane.

Della vita terrestre hanno più l’arte
cani, gatti, fringuelli, pesci e iguane;
l’uomo contro il creato in guerra parte
come un marziano a sterminar le rane.

Pazza tiranna scimmia anti-terrestre,
tu apri a un pianeta alieno le finestre!

6. Prima lezione di tenebre

Solo di tenebre posso dar lezione,
la chiarezza la lascio a chi è più matto;
non l’ebbi da mio padre in dotazione,
che assai poco mi lasciò di fatto.

Il padre affetto da un male al polmone,
cosa lasciò in eredità a Vecchiatto?
La pioggia che lo bagna e decompone,
il freddo che lo gela e rende sfatto,

le ceneri d’una vaga ambizione
di trovare chissà dove un riscatto
dalla mortale umana condizione,
mentre è nella greve gora attratto.

Ma gli lasciò poi anche la tendenza
a viver come tutti d’incoscienza.

7. Seconda lezione di tenebre

Di tenebre si tace e chi ne parla
è dal consorzio civile isolato,
perché ogni tizio un po’ civilizzato
deve sempre mostrar con la sua ciarla

che sa dov’è la luce. E trascinato
dai discorsi degli altri (che poi a farla,
la luce, ci pensan poco) può darla
come un dato di fatto assicurato.

Dopo di che, ogni furbo che straparla,
con nuovi lumi oscuri come il fato,
succhierà soldi al tizio costernato
dal timore del buio che lo tarla.

Vecchiatto non vuol certo aver ragione,
ma rende omaggio al nostro tenebrone.

8. Esse est percipi – Dedicato agli italiani, dopo varie constatazioni su come l’opulenza e l’insolenza si sposano perfettamente nell’italicismo attuale

Non siamo altro che parvenza vivente,
materia d’ombre senza fissa luce,
vestito a collo stretto e dentro niente,
sostanza tutta fuori che ci induce

anche alla mascherata più impudente.
Guardate quello là come seduce
bischeri e becere, il papa e il potente!
Ah, bindolo da tivù che traduce

le sfarfallate d’un parlar demente
nel grugno e birignao dell’attor truce:
bamboccio a cui non manca proprio niente,
col petto in fuori sempre a far da duce.

Ma il poco o il niente, questo sì, qui manca,
nell’opulenza dove tutto stanca.

9. Consuma, consuma e andrai in paradiso

Consuma, consuma e andrai in paradiso,
con tutti gli attori e la bella gente
che qui in terra hanno messo su il sorriso
di chi ha la fama dell’uomo vincente.

Continua a consumare e fai buon viso
a fregature, debiti e al demente
obbligo di star sempre sull’avviso,
perché del nuovo non ti sfugga niente.

Fai (come Badalucco) del tuo riso
uno stampo cosmetico lucente;
poi altre operazioni e un nuovo viso,
ti faranno un manichino appariscente.

Ma cadrai presto, sgonfio da far pietà,
nel baratro dell’umana nullità.

10. Badalucco parla al popolo

“Siate liberi – dice Badalucco –
io do la libertà, voi mi date i voti;
la libertà è il profitto per chi ha doti,
e senza doti niente, questo è il succo.

Qui siamo in democrazia e non c’è trucco:
basta coi moralismi da beoti,
se sei furbo coi quattrini tu ti quoti,
poi cacci via quei vecchi come il cucco.

Io ho l’arte degli affari e del pilucco,
e per farvi piluccar profitti ignoti,
vi do la libertà, voi mi date i voti,
che i fessi ci resteranno di stucco.

E quelli d’umore poco gaio
li metto a spalar merda nel mio merdaio!”.

Vita di Attilio Vecchiatto (1910 – 1935)

Attilio Vecchiatto, nato nell’anno 1910, fu attore veneziano, figlio di un’attrice nota per la sua bellezza, Vittorina Brusatin e d’un ambulante con cui ebbe pochi rapporti. Attilio fu ragazzo di prontissimo istinto, capace di gesticolare da pagliaccio o recitare tragedie in pose amletiche di grande pathos, con la stessa facilità. Da vecchio ebbe a dire che un attore veneziano gli aveva insegnato il segreto d’essere sempre un altro da quello che si è, al fine di non tirare mai in ballo se stessi come cosa importuna. Poiché, diceva, l’attore è sempre un altro da se stesso, un altro in assoluto, e quando egli voglia recitare se stesso diviene solo l’agente pubblicitario delle proprie intime falsità e asinerie.

Nel 1932, mentre è a Genova con la compagnia teatrale di Cesco Baseggio, accade ad Attilio di scontrarsi con una squadra fascista. Giovanilmente impetuoso, reagisce a una provocazione con l’arte della boxe, in cui era esperto. I fanatici in camicia nera trovano subito la scusa per sparare all’impazzata. Fuggendo per vicoli senza sapere dove sta andando, Attilio si salva su un mercantile inglese in partenza per l’Argentina. Grazie a un marinaio scozzese è accolto a bordo, dove sarà addetto alle pulizie.

L’episodio cambia per sempre la sua vita, portandolo verso avventure impensate, in un continente per lui sconosciuto. A Buenos Aires, dopo pochi mesi, entra a far parte di una compagnia teatrale che gira intorno dall’attrice Maria Delgado. Ed essendo diventato l’amante di Maria Delgado, può intraprendere a gonfie vele la carriera dell’attor giovane, recitando Goldoni in italiano. Per sei anni Attilio andrà da un teatro all’altro nelle maggiori città del Sud America, e in seguito comincerà a girare nei luoghi più dispersi, in Venezuela, Colombia, Uraguay, su un camion che sarà la sua casa e il suo teatro.

Pur sempre preso dalla sua arte teatrale, Attilio non mancò di istruirsi, sotto la guida d’un umanista di nome Paulo Blanco, amico del celebre scrittore Borges di Buenos Aires. Con Paulo Blanco apprese le lingue, il latino, la storia, la filosofia, lesse la poesia italiana e divenne studioso di Dante. Presto si diede a comporre versi, dedicati ai suoi amori giovanili – molti ispirati dalla sua passione per l’attrice Maria Delgado, altri rivolti alle prostitute del quartiere della Boca, a Buenos Aires; poi lunghe elegie amorose rivolte a sua madre, di cui fu innamoratissimo da sempre. E infime delicati versi sciolti di vita coniugale, rivolti alla moglie Carlotta, che sposerà nell’anno 1942.

Una cinquantina di sonetti furono scritti da Attilio dopo il suo ritorno in Italia, nel 1984, e riscritti e limati fino all’ultimo giorno della sua vita, nel novembre 1993.

 

[I – continua]