La bellezza dei luoghi brutti

Recensione a "Divagazioni stanziali" di Enrico De Vivo tratta da "L'Indice".

ACCORRONI Omino

Da otto anni, esiste sul web una rivista di letteratura ‘militante’ chiamata, con esplicito omaggio a Leopardi, Zibaldoni e altre meraviglie; essa, oltre a poter vantare insieme alla Settimana enigmistica un consistente numero di imitazioni, ha ospitato sin dall’inizio contributi molto interessanti ed eterogenei non solo per mano di intellettuali e scrittori di chiara fama, ma anche da parte di ‘outsider’ che meritano senz’altro un’attenzione più meditata, rispetto a quella effimera e superficiale che spesso si riserva al Web. Nume tutelare di questa intrapresa è Enrico De Vivo, il cui esordio letterario risale ad una decina di anni fa, a quei “Racconti impensati” di ambientazione scolastica usciti per Feltrinelli con prefazione di Gianni Celati; poi, nel 2004, lo stesso De Vivo ha curato un’antologia che radunava i ‘pezzi’ migliori della rivista online. Oggi De Vivo si mette alla prova nelle vesti per lui inedite di direttore di una nuova collana, Questo è quel mondo (Leopardi avant tout les choses! Ma il grande recanatese è il vero e proprio deus non absconditus alla base di questo progetto editoriale) per la veronese casa editrice QuiEdit. Il primo volume di questa collana ha un titolo programmatico quanto felicemente ossimorico: Divagazioni stanziali, opera dello stesso De Vivo. Un “delirio d’immobilità”, più o meno come accadeva nell’Arsenio montaliano, ma soprattutto l’ostentazione di una esplicita indifferenza ed estraneità mostrata verso le Sirene bolse del ‘romanzesco’ a tutti i costi. Piuttosto la rivendicazione di un percorso narrativo originale e curioso, che si guarda bene dal lasciarsi contaminare dallo sterile scimmiottamento di tendenze letterarie in auge. Infatti, l’intuizione da cui De Vivo parte, tutt’altro che balzana, è che si possa fare esperienza del mondo rimanendo sempre nello stesso posto, aderendo con “concentrazione percettiva e collegamento affettivo” a luoghi conosciuti e perlustrati mille volte: “attento alle minime apparenze del mondo esterno, perfino il modo in cui erano disposte le file di alberi lungo una strada mi suscitava pensieri”. Più o meno come accade alle timide, acrobatiche esplorazioni tentate da quegli omini arrampicati su scale traballanti, tanto sagacemente stilizzati nella bella copertina di Mili Romano e tanto figurativamente ‘empatici’ alle divagazioni originali ed errabonde di questo flâneur di provincia, sensibile e delicato, tollerante e affabile. De Vivo è un cultore della perdita del tempo, dell’“operosità inoperosa” e dell’otium assurti quali ineludibili imperativi categorici. Giustamente chiosa Celati nella prefazione di questo libro “scritto per le delizie del divagare, del riscrivere storie e tentare strade senza obbligo, in uno stato di atarassia napoletana, o dei paraggi”.Divagazioni divise in tre ante (“in osservazione del mondo”, “in ascolto del mondo”, “in pensiero sul mondo”) e tutte comunque innervate da quel “manens moveor”, motto ripreso dal Giordano Bruno degli “Eroici furori”, che qui non funge da semplice epigrafe, ma si tramuta in una sorta di insegna araldica che compendia efficacemente lo spirito di queste narrazioni di De Vivo. Quel mondo quindi di cui De Vivo parla, con una lingua garbata e pulita, è quello che lui conosce meglio: la provincia napoletana, esperita e circostanziata attraverso una serie di luoghi (la scuola, il bar, il supermercato) che quotidianamente l’autore attraversa, sempre riservando ad essi uno sguardo mai banale, né sterile, ma traendone invece sempre l’occasione per nuovi spunti ed ipotesi, in una giostra di riflessioni, storie e fantasie che catturano il lettore. I ‘non luoghi’, di cui l’autore parla, per esempio il Parco Imperiale di Gragnano, non vanno interpretati ricorrendo alla formula – quasi sempre citata a sproposito di Augè –, ma nel senso più immanente e letterale di non-esistenti: “periferico, sganciato, ma soprattutto senza un orientamento urbanistico,[…] come in un labirinto senza uscita”. Eppure anche questi pezzi di paesaggio hanno un loro fascino sottile, sottotraccia, segreto e misterioso, ma reale, tangibile. Come per Proust secondo il quale non esistevano donne brutte, ma piuttosto solo uomini privi di fantasia, così è anche per il nostro autore convinto che “bisogna imparare ad apprezzare la bellezza dei luoghi brutti”. Del resto, De Vivo, in queste scorciatoie e raccontini di poche pagine, in queste riflessioni schive e pensose, evita alla grande ciò che rende insopportabilmente vacua tanta scrittura dei giorni nostri, cioè “le ipocrisie del narratore oggettivo e le lamentele del grande moralista”. Al loro posto, una forma diversa ed altra di attenzione e di comprensione verso l’esistente, verso ciò che è a noi più vicino e prossimo. Sarebbe una buona cosa avercelo come Cicerone per viaggi da fermo, il nostro De Vivo: parafrasando il VII del Purgatorio, potremmo dirgli, come fa Virgilio a Sordello: “menane… dunque là ‘ve dici/ ch’aver si può diletto dimorando”.

Pubblicato su L’Indice del mese di dicembre 2009 in una versione leggermente diversa.