Per farla finita con le smanie dell’Ego/ 2

Keith Botsford tradotto da Francesca Lorandini. Seconda parte.

BOTSFORD 2

Il parallelo mi sembra efficace. Dall’inizio alla fine tutta l’impresa romanzesca di Saul oppone alla forza delle donne e del quotidiano ‘l’eterno studente’ della vita con le sue insoddisfazioni, l’uomo che si sente tradito da atomi invisibili e da azzardi genetici, colui che ha tentato di farsi strada fra Swedenborg, Nietzsche, Jung e il Doktor Heidegger.
James Wood ha notato, proprio come avrei potuto farlo io, come in Something to Remember Me By emerga l’eccellente constatazione («Io ho visto e ho visto e ho visto» è solo un esempio delle numerose formule rivelatrici di questo racconto alla prima persona) per cui nella vita esiste un dentro e un fuori: dentro, cioè in famiglia, in casa, nella donna stessa, vige un ordine arcaico che permette di armonizzare tutti gli elementi contrastanti, mentre fuori ci sono semplicemente i ‘fatti della vita’.
Il dentro, la casa, è l’ordine. Ma è solo apparente. Come il Nobile Selvaggio, anche la donna è un’Anima Primaria.
Sono la vitalità e la complessità delle donne a rendere così difficile la trascrizione delle loro ‘voci’. Esse non hanno propriamente una voce che possa alimentare l’immaginazione dell’autore. La dinamo di Adams emette solo un flebile ronzio e smuove appena l’aria intorno a sé. L’ordine resiste all’anarchia, la quale altro non è che eccesso di scelta.
Saul vede le donne come le vede Adams. Una forza da sottomettere. Le donne abitano un mondo materiale con abbondanza di merci. Sono come un gigantesco supermercato dove gli uomini fanno incetta dei beni di cui hanno bisogno. In cambio, le donne sanno essere riconoscenti. Il respiro di uno spirito, la linfa di un corpo: ecco il loro modo di pagare.
La lealtà è un’altra storia. Non vogliono essere possedute. Nei romanzi di Saul le donne sono tutte, in un modo o nell’altro, sposate con artisti o acrobati. Con uomini di questo tipo le donne riescono ad accorgersi che i loro compagni hanno svaligiato il negozio solo nel momento in cui già non restava più molto sugli scaffali. Allora li accusano di averle derubate del loro bene più prezioso e se ne vanno.
A Saul questo è chiaro. Egli in fondo è un essere altamente sensuale. Ma l’artista che è in lui gli impedisce di amare solo se stesso o quelli della sua specie. Da ogni donna amata succhia il miele, per poi andarlo a depositare altrove.
Le donne, per Casanova, per Da Ponte (e Mozart), per Benvenuto Cellini e per Saul, possono offrirti tutto l’oro del mondo. Ma hanno un loro universo personale, ben delimitato. Le servette dell’artista (pensate alle scene commoventi di Ravelstein) sono anche il suo castigo. L’artista è altrove – nel corpo o nello spirito. Il suo immaginario è popolato da tutte le trovate ingegnose dei secoli passati, da tutto quello che ha prodotto la lingua del mondo e da tutti i linguaggi possibili – musica, pittura, progetti arditi, conquiste. Ma anche da tutti i dettagli del mondo: barbieri che radono barbe di giorni, operai con sacchi di carbone sulla schiena, ragionieri che sommano cifre e cifre e, soprattutto, sognatori che innalzano vaste architetture al loro Ego – gli Alan Bloom, i Delmore gli Schwartz, i Chapman.
La Dinamo vi attrae, la Vergine vi attrae. E l’uomo, che deve fare?

Poco importa se molti grandi personaggi belloviani si rivelano degli impostori di prima categoria. Meglio così, dopotutto! Il mondo reale (il ‘fuori’, i ‘fatti della vita’) è sempre pronto a coglierli in fallo, a stroncarli, a tarpare loro le ali, a farne dei mariti, dei padri, dei buoni a nulla.
‘Gargantuesca’ si potrebbe definire l’immagine che questi personaggi propongono di loro stessi e la cura con cui tessono la loro tela di menzogne.Per Bellow i personaggi devono esistere così come essi si percepiscono, come s’incarnano nelle loro illusioni ostinate, nei loro idioletti.
È stupefacente vedere l’infinita libertà di cui godono. Dopo averli tratteggiati, immaginati, descritti, radicati in un luogo e in circostanze precise, Saul li consegna al loro destino, che loro stessi spingono verso la gloria o la catastrofe. Gli scrittori minori cesellano, adattano, circoscrivono, come se le debolezze dei loro personaggi – Philip Roth ne è l’esempio perfetto – dovessero essere per forza giustificate. A causa delle circostanze, della sfortuna, del background, dell’ostilità dell’ambiente, del clima dell’epoca, ecc.
A Porto Rico, Saul stava terminando l’ennesima versione di Herzog. Viveva nel seminterrato di casa mia, trascorrendo la maggior parte del tempo al telefono (senza badare alle mie obiezioni) con la futura Mrs Bellow numero tre. Un giorno gli chiesi quale fosse il suo segreto: come riusciva a trasformare quell’estenuante e permanente strazio, intendo dire quell’andirivieni incessante tra il nobile e il triviale, tra le idee e le donne, tra la società e il privato, in annotazioni fisiche traboccanti di vita? «Presumo tu stia parlando della realtà», mi rispose scrollando le spalle. «Ebbene, la maggior parte delle volte ce la ficco dentro a posteriori».
Detto altrimenti, all’inizio c’è il linguaggio, poi la voce, poi le circostanze, le storie, le vite.

Per Dio sa quale ragione le persone – ma persino l’Accademia o le nuove generazioni di intellettuali – credono che i romanzieri abbiano una sola e unica idea direttrice. La cosa li rassicura. Così Proust non è altro che un omosessuale malaticcio aggrappato alla sottana di sua madre e ai suoi ricordi. Punto! Se ne sta chiuso nella sua piccionaia. Tolstoj, invece, è un esperto di guerra, del senso della Storia e di un cristianesimo innocente – contadini e donzelle dagli occhi lucidi –; e ancora – quasi dimenticavo – di mogli che si annoiano e finiscono per gettarsi sotto un treno. Quanto a Kafka, lui non racconta storie, è uno stato d’animo. Molto ceco, molto ebreo. Joyce, invece, danza con il linguaggio e ha la fisima del cattolicesimo. Di questo passo Saul è l’intellettuale tipicamente ebreo, un chiacchierone inesauribile, e, come uomo, a detta di James Atlas – autore di una biografia di Bellow di cui non si nutriva la benché minima necessità – è anche (reo confesso d’altronde), un donnaiolo.
Certo, discorsi di questo genere non hanno gran senso. Gli scrittori, lungi dall’essere guidati da una sola e unica idea, sono in realtà dotati di antenne straordinarie. Senza dubbio hanno delle storie da raccontare, personali e non. Così La certosa di Parma parla, senza parlarne, di Napoleone e di un ragazzo dal nome Stendhal. Parla di Fabrizio del Dongo e del fiscale generale Rassi; parla di amore e di ambizione.
Il ricorrere di alcuni temi nel corso di una lunga vita di lavoro – e non si elogerà mai abbastanza la grandezza della sua vita così prodiga di creazioni dalla purezza adamantina, così inventiva e generosa, così ricca di ribelle genio verbale – spinge critici e biografi, gelosi del suo spirito virile, a voler castrare Bellow, a ridurre la sua opera a quattro semplici formule alla portata di menti mediocri quanto le loro.
Mi si perdoni l’ovvietà: la vera arte si pone sempre in relazione con la vita: brulicante, inesausta, irresistibile, una vita che non può essere compressa in una scatoletta con la presunzione di definirla.

Tra tutti i ‘temi’ che si dice Saul abbia più o meno trattato, me ne vengono in mente almeno un centinaio: dalla bomba atomica alla Shoah. Chi tra gli artisti, gli scrittori, i pittori o i musicisti, ha messo al centro delle proprie preoccupazioni così tanti argomenti? Alcuni grandi artisti, è vero, hanno saputo scavare nel materiale di un fatto decisivo come la Soluzione finale. Nei libri di Aaron Appelfeld, le persone prendono il treno per un paese da cui non torneranno più. La grandezza straordinaria di Max Sebald deriva dal fatto che nessuno dei suoi personaggi muore né ad Auschwitz né altrove; i suoi personaggi sono gli emigranti, i sopravvissuti, e l’essenziale è ciò che manca: sono coloro che dovrebbero esserci ancora. Primo Levi riesce a restituire un’immagine autentica dell’orrore trattandolo come una prova da affrontare per coloro che, come lui, erano stati marchiati a morte. Gli altri, tutti gli altri, per i quali la Shoah supera l’umana misura, verranno dimenticati in fretta.
La cultura americana è molto avida di ‘testimonianze’. Per questo abbiamo sport estremi e reality show. Anche un superstite di Auschwitz è un ‘testimone’, ma solo in un senso: non essendo stato testimone della propria morte, ne ha potuto conoscere solo le premesse. Così lo scrittore, così il kapò indifferente o l’uomo che picchia il prigioniero con un badile. Tutte le ‘testimonianze’ si equivalgono? Esistono gradi diversi di realtà?
Mi ricordo di aver letto con Saul un racconto sulla Shoah scritto in un pessimo stile. Pessimo, perché redatto in un brutto inglese (si trattava di un manoscritto consegnato a Saul dopo una conferenza ad Amsterdam). Nel libro di Karel Logher – che abbiamo in parte pubblicato – ci sono tre o quattro scene assolutamente strazianti, tra le quali una in cui il protagonista si rade allo specchio vedendovi riflessa, invece che la propria, l’immagine del padre. Sebbene si tratti forse del frutto dell’immaginazione del figlio, il padre afferma cose non per questo meno reali, cose che non potrebbe pronunciare se fosse ancora intento a estrarre dalle viscere degli ebrei morti alcune pietre preziose. Benché questo libro di Logher sia totalmente privo di arte, gli va riconosciuto tuttavia il merito di aver afferrato una verità essenziale: l’arte non è la stessa cosa della realtà. L’arte è la realtà, ma colta da una certa distanza.
Si potrebbe dire altrettanto della bomba atomica, dell’amore o di qualsiasi altra cosa. Se il romanzesco ha una voce propria, cioè una sua realtà, lo scrittore può esser certo di avere il lettore dalla sua. Inutile, per riuscirci, ricorrere a dettagli più crudi. Il sesso troppo esplicito lascia indifferenti. La cosa vera e propria è di gran lunga migliore – o peggiore – della sua rappresentazione. Di fatto, il lettore ci mette molto del suo, esperienza, sensibilità. Per far sì che si realizzi l’alchimia della finzione e che il fango si tramuti in oro basta semplicemente che lo scrittore condivida con il lettore la condizione umana. Ascoltiamo la voce di Saul attraverso le parole di Charlie Citrine:

«La colpa è mia. Parlo troppo fra me e me. Insomma. Gli esseri umani sono eccessivamente immersi nella falsa e vana commedia della storia: avvenimenti, sviluppi, politica. La crisi che viviamo al quotidiano ci è più che sufficiente. Leggi i giornali: tutte queste sozzure, questi delitti, criminalità, perversioni, orrori. A non finire. E diciamo che è umano, che avviene su scala umana».
«Ma che altro c’è?» [chiede Kathleen]
«C’è una diversa scala, una diversa misura. Lo so che Walt Whitman giudicava gli animali migliori di noi, perché non si lamentano della loro sorte. Capisco che vuol dire. Mi è sempre piaciuto osservare i passeri. Li adoro. Passo ore, al parco, a guardarli svolazzare, saltellare, zampettare fra la polvere. Ma so che hanno meno cervello delle scimmie. Gli orangutan sono simpaticissimi. Dividere la casa con un orango mio amico sarebbe una grande gioia, per me. Ma so che capirebbe meno di quanto mi capiva Humboldt. Ecco il punto: perché pensare che la serie finisca con noi? Io sospetto che noialtri occupiamo un certo posto in una vasta gerarchia che va ben oltre noi esseri umani. Il pensiero dominante lo nega. Ci sentiamo soffocare e non sappiamo perché. L’esistenza dell’anima non può essere provata, in base al pensiero dominante, eppure la gente bada a comportarsi come se avesse un’anima, nonostante tutto. Si comporta come se provenisse da un altro luogo, da un’altra vita, ha impulsi e desideri che nulla, a questo mondo, nessuna delle nostre teorie correnti, varrebbe a spiegare. In base alle idee dominanti, il destino del genere umano è qualcosa come una gara sportiva. Ingegnosa. Affascinante. Finché non viene a noia. Lo spettro della noia infesta questa concezione sportiva della storia».

Prendiamo il lettore per mano. In questo testo ci sono, diciamo così, idee che volano alto: l’anima, il pensiero dominante, la concezione sportiva della storia, ecc. Ma fate attenzione all’orchestrazione dell’insieme e alle idee poste al servizio del personaggio. Una crisi, avete detto? Che genere di crisi? Una crisi passeggera. Voi ed io. Noi, cioè voi ed io, sbagliamo quando diciamo che tutto ciò ‘è umano’. Siamo così perversi che nessun orrore ci appaga. Forse è vero che gli uccelli ci sono superiori: osservate i passeri (spero abbiate notato il riferimento evangelico). Possiamo fare riferimento ai passeri, ma anche a Whitman, poeta di una nazione. Ma salite con me un altro scalino della scala della creazione. I passeri pensano meno delle scimmie. E tuttavia sono le scimmie i compagni ideali, o perlomeno, loro protesterebbero contro il loro ‘essere scimmia’. Il lettore, che ha seguito Bellow fino a questo punto, è invitato a chiedersi se l’umanità, che effettivamente protesta ma non si stanca mai della propria condizione, non sia l’ultima maglia della rete. Lettore, ragiona con me… non credi forse di avere un’anima? E avanti di questo passo, fino a giungere alla riflessione più profonda: se tutta l’attività umana non è che un gioco, allora la noia è inevitabile.

Con una riserva implicita: questo gioco non potrebbe annoiare un ordine superiore impegnato ad osservarci. Infatti:

Noi siamo per gli dei quello che sono le mosche per i ragazzi crudeli.
Ammazzarci è il loro passatempo preferito.

Giusto! La concezione sportiva della storia, pensa il lettore dotato di buone antenne. Al livello più alto della finzione – là dove contano le ‘idee’ – Saul è il più autentico scrittore democratico del suo tempo. James Joyce, per quanto egli sia (con mio grande rammarico, del resto), sul terreno del linguaggio, il solo vero rivale di Saul, non avrebbe potuto scrivere il brano citato… Joyce, che aveva deciso di sconvolgere il meraviglioso inglese d’Irlanda… Il suo genio superava di gran lunga gli imperativi della finzione e, in effetti, se la maggior parte dei lettori può seguirlo nei racconti e nel Ritratto dell’artista da giovane, molti vacillano sull’Ulisse, e solo un esiguo numero di eletti – e comunque sempre guidati da qualche sherpa letterario – affrontano Finnegans Wake.
Neanche Proust avrebbe potuto scrivere questo brano: il suo orecchio, per quanto sommamente sensibile e raffinato, non era in sintonia con il ‘demotico’, con quella zona del linguaggio accessibile a tutti.
Lo stesso vale per Conrad che, rispetto a Saul, è incapace di esaltare con fierezza i valori della cultura ordinaria di una città come Chicago. Conrad non è per nulla affermativo. È dubitativo. Pensa al congiuntivo: quel modo meraviglioso a cui si fa ricorso per evocare qualcosa di incerto: sentimenti, credenze, dubbi.
Ma dire che questi scrittori ‘non avrebbero potuto’ scrivere quel che Bellow ha scritto evidenzia un altro aspetto della singolarità di Saul: il suo desiderio di condividere i pensieri, la vita, i personaggi, il linguaggio con il mondo intero, con tutti i suoi lettori, quali essi siano. Questo elemento, contemporaneamente, esalta la singolarità di scrittori come Joyce, Proust e Conrad.
Sono del parere che il desiderio di Saul, il suo bisogno urgente di comunicare, di aiutare la gente comune a comprendere i propri problemi – innumerevoli lettere testimoniano il potere taumaturgico del ‘buon senso’ americano – abbia radici profonde a Chicago.
Quando ‘la città ventosa’ celebrò con un grande battage il suo sessantacinquesimo compleanno, a tavola con Saul sedevano politicanti e scribacchini – il fior fiore dei politicanti e degli scribacchini. Era stato lui a richiedere quella compagnia.Persone reali, non intellettuali – quelli li poteva incontrare tutti i giorni, e poi, lo avrebbero letteralmente assediato!
Ma perché proprio quel genere di persone?
Per il loro radicamento nella realtà, credo. I politici devono sapersi districare con tutti, e i giornalisti (come un Royko o un Terkel) devono saper raccontare storie vere. A un certo momento, durante la sua agitata giovinezza a Chicago, Saul avrà dovuto scontrarsi con i ‘fatti’ così come si sbarca sulle coste selvagge della vita (o della vita dello spirito) leggendo Marx e Nietzsche, Spinoza e Schopenhauer.
La sua ‘formazione’, attenzione, è quella dell’antropologo che scruta la società dal lato sbagliato del telescopio – di qui la sua propensione a condensare biografie e memorie, il suo gusto per le scorciatoie della vita in tutte le sue forme e in tutte le sue relazioni. Si veda Saul trattare del cane di Ralph Ellison. Il breve ‘reportage’ ha esattamente la lunghezza e la densità di una ‘colonna’ di giornale.
Ralph, con cui condividevo il ruolo di redattore del Noble Savage, ora è morto, ma entrambi, lui e Saul, erano allora due dandy: esigenti e meticolosi tanto sul piano intellettuale quanto nella scelta del sarto. Il cane di Ralph era di una razza d’alto bordo, un cane-dandy, ma lasciava la sua sporcizia ovunque, e Saul protestava con veemenza. Discutevano, litigavano, John Cheever interveniva.
L’aneddoto, divertente e rivelatore del personaggio, nelle mani di Saul diventa un piccolo capolavoro:

La causa principale delle nostre incomprensioni era il cane. Ralph era convinto che ce l’avessi con lui.

Alla mia veneranda età comincio a capire fin dove può arrivare la stramberia umana. Siamo talmente fieri della nostra autonomia che raramente ci rendiamo conto (se ci rendiamo conto) dell’immensa indulgenza che abbiamo per noi stessi e della piccineria con cui ci occupiamo degli altri. La così alta considerazione che abbiamo di noi stessi è una delle trappole che la libertà – assediata da tutti i lati dalla solitudine – tende ai cretini; e sono consapevole del fatto che io, al banchetto della vita, mi sono guadagnato la parte del leone.

Ecco chiarita la storia del cane grazie a una profonda intelligenza della situazione. E Saul – vero e proprio reporter, nonché grande osservatore – conclude così:

Mi piace ricordarlo [Ralph]. Con la sua djellaba addosso e ai piedi le babbucce in cuoio dalla punta ricurva. Ogni tanto, mentre con una mano versa l’acqua dalla brocca, con l’altra si sfrega il naso, così forte che si sente scrocchiare la cartilagine.

Insolito. Fugace. Quasi triviale. Ma quel che rimpiangerò di più, se dovessi sopravvivere a lungo a Saul, credo sarà l’uomo piena di energia e di buon senso che racconta storie su come pensano gli altri; l’antropologo-reporter che per tutta la vita ha saputo far fronte alla mancanza di senso.

Credo, tuttavia, che il suo valore sarebbe misconosciuto se non ci si rendesse conto del terribile prezzo che si deve pagare per essere degli artisti così in un tempo in cui la vera arte viene osteggiata da ogni parte e in cui il pubblico non sa quasi più leggere. Spero che i romanzi di Saul verranno letti in un futuro lontano. Ma quel che credo rimarrà allo stato puro è il suo profondo disagio per il lento riflusso dei valori a cui si è sempre votato. Ciò in lui ha preso diverse sfumature e gli ha procurato molti rimproveri.
Vorrei concludere con il Saul polemico – il cronista che sapeva far piazza pulita delle nostre guerre fredde culturali – e con il suono della sua voce, grazie a un testo che è il manifesto della rivista Anon, la seconda delle nostre imprese. Al di là del suo contenuto, esso mi sembra rifletta bene la nostra simbiosi: una conversazione senza soluzione di continuità. Agli eruditi il piacere di indovinare chi ha detto cosa!

Le lotte sociali hanno ormai preso il posto dell’arte. Le persone vogliono riflettere sulle questioni sociali, pensando sia un modo di riflettere su se stesse.
Chiunque può abborracciare un testo sui problemi sociali. Tradizionalmente, la funzione dell’arte era quella di assorbire. Queste persone non hanno la minima intenzione di fare dell’arte. Piuttosto, si compiacciono di essere degli artisti. Per loro l’arte consiste nel gettare un incantesimo sull’orrore che ci circonda. È un metodo terribilmente facile per intrufolarsi nella casta degli artisti.
Né gli uomini d’affari né i dittatori sono i legittimi eredi dell’aristocrazia, ma gli artisti. Il XIX secolo questo l’aveva capito bene, elevando l’artista a vero e proprio aristocratico della società. Ai giorni nostri la noblesse è rappresentata dai bambini. Ma gli artisti non hanno ancora capito il lavoro che comporta un simile riconoscimento; non adempiono in alcun modo al compito assegnato. Se il XIX secolo manifestava un magnifico interesse per le domande, oggi ci si appassiona a un’altra arte: imbrogliare le carte. Gertrude Stein sul letto di morte avrebbe sussurrato: «Qual è la risposta? Qual è la risposta?». Ma poco prima di morire avrebbe chiesto: «Qual è la domanda?». Forse quest’ultimo atto di intelligenza ha salvato la sua anima.

Menti raffinate predicano che la letteratura è morta, che l’arte è morta, che il romanzo è morto. Io brontolando rispondo: la causa del male è l’assenza di modelli accettati e riconosciuti – è l’autorità che sta svanendo. La letteratura ha bisogno di voci incontestabili – dove sono finite? Ecco il compito che potremmo attenderci da una rivista: esigere dei criteri. Naturalmente il pubblico pensa che esistano delle voci indiscusse, ma la maggior parte degli scrittori in vista lo sono per motivi sbagliati: perché hanno pugnalato la moglie, rimediato un posto nella pubblica amministrazione, manifestato al Pentagono, o perché si sono tinti i capelli di blu o perché sono andati ad assistere alla morte di un condannato sulla sedia elettrica. L’arte ormai è stata rimpiazzata dai suoi sottoprodotti.
Dicono che la finzione è noiosa, ed effettivamente gran parte dei testi di finzione lo sono. Tolstoj ha ammesso e riconosciuto che anche il racconto più popolare diventa noioso se non è reso fertile da un interesse primario. È la morte spirituale che genera la noia. In questo modo i miti greci diventano noiosi; Cristo in croce diventa noioso; Marx è noioso; Lenin comincia ad annoiare; e prima o poi verrà a noia anche Mao. I lettori esigono argomenti, e va a finire che la vita di un uomo si trasforma in un lusso a cui nessuno può dedicarsi.
Tuttavia, le vere opere di finzionenon perdono mai il loro valore. Passano semplicemente inosservate. Ai nostri giorni, la vittoria va ai ‘fatti’, soprattutto se di ordine sociale. Ma quel che la gente intende per ‘fatti’ non è altro che un’occhiata allo specchio. Viviamo nella società democratica dell’autocontemplazione. Ciascuno è convinto che non ci sia niente di più interessante di se stesso; la nostra coscienza è diventata il fatto più importante, il solo e unico fatto che conti. Naturalmente dicendo questo non intendo i ‘fatti’ veri e propri.
La radice di questo mutamento è profondamente romantica. I romantici dicevano che l’arte non si occupa della verità; ma quel che conta di più è la verità. Al di là dell’arte, esiste una realtà più vasta che con l’arte può essere colta. Marx – il principe dei romantici – diceva che il proletariato avrebbe fatto la rivoluzione per salvare il genere umano dall’irrealtà. Come molti altri oggi, viveva un’utopia populista.
Come pretendere dagli scrittori che si muovano controcorrente? Stanno per commettere il vecchio errore di sempre: fare la cosa sbagliata al momento sbagliato. Esigono un posto particolare nella società. Aspirano alla rivolta. Vogliono stare sulla cresta dell’onda. Ma vogliono anche essere saggi. Non possiedono il senso della comunità. Nessuno di loro si preoccupa minimamente delle difficoltà degli altri. Quando diventano ricchi, diventano molto ricchi. Fanno parte del jet set; hanno delle grane con il fisco; diventano attori televisivi. Hanno idee terribilmente conservatrici. Un uomo di classe direbbe che c’è troppa gentaglia nella Repubblica delle Lettere.

Amen. Così parla un autentico scrittore democratico. Il nostro scrittore democratico.

 

[II – fine]