Viaggiare. Tre frammenti

Dopo giorni, alla fine della valle, scendiamo per una stretta gola nella piana, il viaggio è finito. Una sosta nel piccolo palmeto che sorge intorno a un pozzo. C’è un orto coltivato a menta, la scacchiera dell’orto in quel paesaggio di un’unica gamma di colori appare di un verde smagliante. La bellezza del luogo è data dalla uniformità: sabbia chiara, rocce, acacie dalle chiome piatte e spinose, e le tende ogivali di stuoie che hanno lo stesso colore e la stessa materia del paesaggio. Prendiamo la menta fresca e profumata da aggiungere al tè per la festa che accoglierà il ritorno della carovana. Al tramonto vengono portati legni e rami, il falò nello spazio al centro delle tende deve essere molto grande, la festa durerà infatti tutta la notte.

di in: Timbuctù (0)
Foto di Barbara Fiore

Foto di Barbara Fiore

Frammento n. 1

Niger, 1977. Con una piccola carovana di nomadi tuareg percorro una valle ai bordi del deserto del Teneré, l’immensa  regione di dune. Dobbiamo arrivare a Iferouane, nell’Air, ci vorranno alcuni giorni. È il mese di dicembre.

Cinque tuareg, una decina di cammelli. Al mercato di Agadez abbiamo comprato quanto serviva, e lungo il cammino, in un accampamento, i piccoli formaggi di latte di capra tenuti a seccare su grate fatte di rami.

Di giorno il clima fa pensare alla tarda primavera ma di notte la temperatura cala vertiginosamente sotto lo zero. Il risveglio è prima dell’alba. I colori, col sole che sorge, passano dal grigio e dal viola a tutta la gamma dei rosa e dei rossi, infine dell’oro. Nell’aria profumo di legna che brucia e di caramello, i tuareg hanno già messo sulle braci il bricco del tè, un tè verde che deve cuocere a lungo, che si mescola a zucchero e si serve poi circolarmente. L’operazione si ripete tre volte e il contenuto dei piccoli bicchieri è sufficiente a poter affrontare il cammino fino al prossimo tè nella tarda mattina.

Si viaggia a piedi o a cammello e sul cammello posso anche tirare fuori il taccuino e scrivere oppure, nelle ore di sole più caldo, assopirmi al lento, regolare andare.

La valle è pietrosa con grandi massi su cui si possono scoprire graffiti e piccole scene di chissà quando con uomini e animali appena abbozzati. A volte, sulla sabbia, un messaggio in caratteri tifinagh: “Sono passato di qui, sto andando verso Zagado”, “Ci vediamo fra tre giorni al pozzo di Eghazer”.

È un lento andare lungo la valle. Il silenzio è sottolineato dal canto degli uccelli. In alto sulle rocce appare un muflone, o c’è un passaggio di gazzelle. Grosse lucertole saettano qua e là, poi, nello sfondo, già sulle dune, un’improvvisa visione che sembra di sogno e invece è reale: la corsa di un gruppo di struzzi. Nella corsa le piume bianche delle ali si agitano morbidamente.

Pozze di acqua azzurra, piscine naturali, tra i massi lisci e grigi. Nell’acqua nuotano minuscoli pesci di un rosso acceso rimasti forse da quando il deserto era un mare, e i tuareg si dirigono verso quella più distante, si appartano, si tolgono il velo del turbante che copre testa e viso, si spogliano, si tuffano. Hanno teste rasate con in cima una treccia. A lungo restano nella pozza limpida, poi si rivestono, il secondo tè del giorno che hanno messo sul fuoco è pronto, il viaggio può continuare.

A volte lungo il cammino si incontrano piccoli accampamenti deserti. Le strutture delle tende sono di rami scortecciati e curvati e piantati profondamente nella sabbia: tre archi, con quello centrale più alto, circondati da una sorta di gabbia anche questa fatta di rami tenuti insieme da lacci vegetali. Strutture essenziali e armoniose, sopra le quali, come copertura, si pongono stuoie fatte di strisce di foglie di palma intrecciate che ad ogni spostamento vengono tolte e portate via per coprire le prossime tende. Tutto intorno, un ambiente naturale trasformato in arredo. Rami spinosi disposti in circolo sono stati i recinti per le capre, sostegni di grossi pali sono serviti per gli otri dell’acqua e sui graticciati rialzati da terra sono state poggiate le sacche e le casse, mentre  pietre coperte di nerofumo indicano dove stava il focolare: i tuareg che erano qui si sono spostati verso altri pascoli. Tutto è conservato per il ritorno o per altri che qui passeranno.

Ai bordi del deserto di dune, un riparo fatto di rami sotto un grande albero, dove vivono un vecchio, una giovane donna, un bambino. Protetti da un recinto sotto un’acacia stanno i cammelli nati da poco, gli altri animali pascolano nei dintorni, le capre, dritte sulle zampe posteriori, brucano i germogli degli alberi. Non c’è altra abitazione che il riparo di rami e tutto quello che serve, a parte la piccola teiera di ferro smaltato blu e una marmitta di terracotta diventata nera per il fuoco, appartiene al mondo vegetale, come i contenitori di legno per cagliare il latte o i setacci di paglia intrecciata.

E andando con la carovana si viene a scoprire che ogni cammello ha un suo amico, un altro cammello dal quale non può separarsi. Camminano accanto, per non perdersi di vista si controllano e se accade lanciano richiami che sono un lungo straziato lamento. Di notte dormono vicini.

Viaggiamo tutto il giorno, seguendo sempre lo stesso ritmo. Non c’è fretta ma il tempo è stabilito, le soste solo due. In quella di mezzogiorno cerchiamo l’ombra di un albero dove la sabbia è fresca, ci stendiamo a dormire per un breve riposo. Infine al tramonto ci fermiamo per la notte.

Tutto avviene sempre allo stesso modo, la sera: un grande fuoco, discorsi, i tuareg preparano un pane con acqua e farina, un pane piatto e rotondo che mettono a cuocere sulle braci in una buca scavata nella sabbia. È buono con i tikommaren, i piccoli formaggi di capra, che si tengono per un po’ nell’acqua ad ammorbidire prima di mangiarli. Poi il tè della notte. Se la sosta è nei pressi di una tenda dove stanno pastori con il gregge, le caprette saltano sulle ginocchia di chi è seduto intorno al fuoco, invitano a giocare con colpi ritmati  delle piccole corna. Accade a volte che la donna dell’accampamento prenda l’imzad, il violino monocorde, e suoni un’aria sulla quale un uomo recita versi.

Di notte bisogna avvolgersi nelle coperte e coprirsi completamente, anche la testa, in modo che neppure un filo d’aria penetri all’interno. La lama di gelo sveglierebbe all’istante, dopo non si riuscirebbe a prendere sonno. Ci si dispone a dormire attorno alle braci dopo avere tracciato nella sabbia tutto intorno un cerchio, a protezione dagli scorpioni. Il silenzio, profondo come la notte, è accompagnato dal pesticcio dei cammelli che si spostano, si cercano. Notti limpide e di un buio trasparente in cui le costellazioni che risplendono perfettamente visibili ruotano lente nel cielo segnando il tempo.

I giorni passano uguali, a volte un incontro: montati sui preziosi cammelli mehari, i nobili tuareg dagli alti e stretti turbanti color indaco che coprono anche il viso e lasciano appena una fessura per gli occhi,  oppure piccole carovane di donne sugli asini. Le donne indossano l’abito dell’Air, una camiciola candida su una lunga gonna stretta e scura,  una striscia di stoffa anche questa color indaco, annodata sulla testa e con le code lasciate cadere lungo la schiena. Portano gioielli d’argento, hanno gli occhi bistrati di antimonio, le guance truccate con makara, l’ocra friabile che dà alla pelle un luminoso color arancio.

In certi punti della valle si trovano schegge di steatite grigio scuro, frammenti, mezzi cerchi spezzati, resti della lavorazione dei bracciali che gli uomini portano sul bicipite e sulle dune, spesso, punte di freccia in una pietra perfettamente nera o alabastrina che forse sono qui dal neolitico.

Dopo giorni, alla fine della valle, scendiamo per una stretta gola nella piana, il viaggio nel Tamgak è finito. Una sosta nel piccolo palmeto che sorge intorno a un pozzo ai margini di Iferouane. C’è un orto coltivato a menta, la scacchiera dell’orto in quel paesaggio di un’unica gamma di colori appare di un verde smagliante. La bellezza del luogo è data dalla uniformità: sabbia chiara, rocce, acacie dalle chiome piatte e spinose, e le tende ogivali di stuoie che hanno la stessa materia del paesaggio. Prendiamo la menta fresca e profumata da aggiungere al tè per la festa che accoglierà il ritorno della carovana.

Al tramonto vengono portati legni e rami, il falò nello spazio al centro delle tende deve essere molto grande, la musica e le danze dureranno infatti tutta la notte. I tuareg hanno indossato abiti sontuosi e turbanti carichi di amuleti d’argento, al fianco hanno takuba, la spada, mentre le donne portano l’abito completamente nero di Iferouane, nera la striscia annodata sulla testa, nera con ricami bianchi la corta camicia, nera la lunga gonna. Dalle stoffe emanano profumi di incenso, di ambra, di muschio, di essenza di rosa.

 

Frammento n.2

Fino a non molti decenni fa il deserto del Teneré, in Niger, era regolarmente attraversato dalle carovane del sale. Il viaggio verso le saline di Bilma durava un mese e la carovana era di migliaia di animali, arrivando, dicono le cronache ottocentesche dei viaggiatori occidentali e dei funzionari coloniali, fino a ventimila, sessantamila, ottantamila cammelli. Come quella dei nomadi tuareg Kel Ewey descritta dall’esploratore tedesco Heinrich Barth, con l’intera frazione in cammino, gli uomini a piedi o sui cammelli, le donne sui buoi o sugli asini, le nobili dentro gli alti palanchini e gli animali da soma carichi di bagagli, di stuoie, di pertiche, di recipienti e casse, ossia tutto l’armamentario delle tende e ai lati delle file di cammelli da carico attaccati con una corda l’uno all’altro, le mandrie e le greggi. Spettacolo variopinto, pieno di vita e animazione, dice Barth, in un paesaggio desertico, tra sabbie e rocce scure. La sosta della sera era il momento delle gare e dei giochi, della musica, delle danze. Al mattino, al segnale della partenza dato da tutti i tamburi contemporaneamente, l’intero campo rispondeva “con un grido selvaggio”.

L’arrivo alle saline di Bilma era grandioso, come fu quello di una carovana di circa ventimila cammelli di cui racconta il comandante francese Chapelle nel 1931. Dalle terrazze del villaggio si vide al tramonto lungo tutto l’orizzonte una linea scura che lo barrava da una parte all’altra, che prima sembrò immobile ma che poi prese a muoversi e a venire giù dalle dune allargandosi a dismisura, continuando a scendere per un’ora e più fino a che i primi cammelli entrarono nel villaggio preceduti da tamburi e danzatrici. Un flusso di uomini e di animali che sarebbe durato per tutta la notte e fino al giorno seguente.

Bilma si trasformava allora in un immenso mercato dove i tuareg scambiavano le loro merci con i pani di sale che avrebbero rivenduto viaggiando per i mercati sahariani del nord, del sud e dell’ovest. Ancora oggi che siccità, carestie, traffici di armi e di droga, conflitti, hanno trasformato il Sahel e il Sahara in un teatro di guerra, pur costretti a fuggire abbandonando gli accampamenti e i loro luoghi, i nomadi continuano a percorrere con i camion la pista verso Bilma per rifornirsi di sale. O forse per attraversare il Teneré, il deserto.

Teneré nella lingua dei tuareg significa vuoto, è la regione del vuoto. Ma l’immensa distesa di sabbia viene indicata anche da un altro nome, essuf, la solitudine; essuf, come ogni altro luogo distante da quello delle tende, dei pozzi, dei pascoli, dove vivono e si muovono gli esseri umani, dove si sente il belato degli animali, il suono delle voci e quello degli strumenti, dei piccoli tamburi, del violino, della chitarra a tre corde che accompagnano le notti di canti e di poesia negli accampamenti. È, il deserto, il territorio del silenzio e dei kel essuf,  le genti della solitudine, esseri sovrannaturali altamente temuti perché mossi dal continuo desiderio di recare agli umani dolore e afflizione. Nulla è più rischioso che avventurarvisi senza avere su di sé le apposite protezioni confezionate da quelli che sanno, gli specialisti che hanno letto e meditato le sacre scritture dell’islam nelle quali è contenuto ogni sapere. I mali che i kel essuf possono inviare sono infatti così terrificanti che non si possono neppure evocare, come la follia il cui nome allude ad uno stato non più umano e che non è neppure degli animali domestici ma che appartiene direttamente al mondo selvatico. Chi ne viene colpito ride tra sé, parla sottovoce in modo insensato, è afflitto da continua, inguaribile tristezza, si separa dagli altri e vive solitario in un suo oscuro e inaccessibile mondo. Le malattie da deserto si chiamano tujya, “nostalgia”, akharak, “disorientamento”, anakaw, “smarrimento”, taqenéghaf, “quella che annoda la testa” provocando incapacità di orientarsi e angoscia. Ma i kel essuf possono anche uccidere penetrando nel corpo attraverso la pianta del piede, o attraverso gli occhi. Per questo è pericoloso camminare scalzi e, per proteggersi, le donne quando si spostano sotto il sole, ossia nelle ore del giorno in cui i kel essuf sono più numerosi,  si disegnano una piccola maschera di ocra gialla tutto intorno alle orbite.

I due universi, quello umano e quello di essuf sembrano opporsi ma sono in realtà complementari, il primo non potrebbe essere senza l’altro.

La tenda, ehan, spazio domestico e umano, è femminile così come la parentela, che è matrilineare. Nella tenda la donna dorme accanto ai figli rivolta verso l’interno, l’uomo opponendo col suo corpo una barriera all’esterno. Ma per poter proteggere lo spazio domestico dal mondo del fuori deve prima averlo affrontato.

Già le relazioni medievali dei viaggiatori arabi nel Sahara notavano che il velo tuareg maschile, tagelmust, che avvolto sulla testa si estende sul viso e lo copre interamente lasciando soltanto una fessura per gli occhi, è tutt’uno con l’identità: segnala la frazione di appartenenza, lo status sociale, illustra l’atteggiamento verso l’altro sostituendosi in qualche modo al volto di chi lo indossa. Ma per avere diritto a portarlo bisogna essere passati nelle solitudini di essuf. Téfekt ta yakamat ekeji daw tendé,  “il seme non germinato che il pollo becchetta sotto il mortaio”, si dice, a  significare che, come un seme non germinato, chi non affronta l’ignoto non raggiunge lo statuto di persona.

Ed è così che per tradizione al momento della pubertà ogni giovane uomo doveva intraprendere un viaggio. Non il viaggio che la carovana compie periodicamente portando con sé, come descrive Barth, “bagagli, stuoie, pertiche, recipienti e casse, ossia tutto l’armamentario delle tende”, legami col mondo civilizzato e quindi scudo contro gli influssi malefici, ma un viaggio solitario, senza alcuna protezione.

Allora, due o tre giorni prima di quello prescritto, si levavano le pastoie a un cammello, lo si lasciava libero di andare: la prova era ritrovarlo inoltrandosi nelle lontananze del deserto, riportarlo indietro a volte dopo molti giorni. Solo al ritorno si poteva indossare il velo perché solo chi è capace di resistere al vuoto e alla solitudine è a tutti gli effetti inserito nella sua cultura: è un tuareg.

Il movimento è dunque tutt’uno con l’identità nomade e molti erano tradizionalmente e sono tuttora i tipi di viaggio, da quelli notturni verso altri accampamenti per le veglie di musica e di poesia, a quelli per le visite di cortesia, a quelli delle guaritrici per rifornirsi di rimedi, a quelli delle donne tra gli accampamenti per insegnare il Corano, a quelli verso i grandi centri di studio, Tunisi, Kairouan, Tripoli, il Cairo, Baghdad, senza contare il viaggio del pellegrinaggio alla Mecca. “Quando noi donne non ne potevamo più di stare nell’accampamento, lasciavamo le tende e andavamo a passare la notte nel silenzio di essuf” diceva Ghayshena welet Akédima, degli Ikazkazen del Niger.

Prima delle vicende attuali, dei conflitti e degli enormi cambiamenti che negli ultimi decenni li hanno costretti ad abbandonare i loro luoghi, quando ancora i tuareg potevano svolgere la loro vita di sempre, i bambini delle famiglie nobili dovevano accompagnare i servi e gli animali nelle transumanze che duravano tre o quattro mesi affinché apprendessero tutto quanto è necessario a muoversi nel deserto, la geografia, la topografia, la botanica, la vita pastorale e dunque la qualità dei pascoli, i punti d’acqua, le migliori vallate, si abituassero ai rapporti con gente di luoghi diversi e a una vita essenziale fatta di notti sotto le stelle e di scarso cibo. E oggi accade normalmente che non siano i genitori ad allevare i figli ma altre persone con cui esistono legami ma che si trovano altrove, magari a centinaia di chilometri di distanza.

Nella poesia, forma letteraria considerata la più alta espressione della cultura tuareg, il viaggio è evocato continuamente. Ad esempio nei poemi d’amore in cui vagare nel deserto è voluta ricerca di una solitudine che acuisca, rendendola insopportabile, la nostalgia per l’amata: “Costeggio sognante le alture che dominano la valle di Afisfas./ Solitudine. Il dolore è bruciante, sono solo con il mio amore,/ e muoio del dolore che uccide i figli di Adamo”; “Ero nella valle di Elegh,/ la stella del mattino nel cielo,/ ha pensato la mia anima a Tehit./ Mai ho visto occhio di fanciulla, né sopracciglia come quelle di Tehit./ Seta è la sua pelle, zibetto il suo odore”.  A volte i poemi sono enumerazioni di luoghi quasi si stesse scorrendo una mappa geografica, come nei versi scritti alla fine dell’ottocento dalla poetessa Sidia ult Akhmed dei tuareg Taitoq dell’Adrad Ahnet in Algeria: “Lasciamo di lato Tamada,/ scendiamo la valle di Elisen/ andiamo in quella di Ti-n-tadjart/ e in quella di Ihauaghaten./Arriviamo a Edikel, Imeshredraden/ e Tekadeut, scendiamo le valli di Ihaien/ e di Tehaluait. Arriviamo alle acque di Iuallen/ e a quelle di Ti-n-tadjart, andiamo a quelle di I-n-semmen./  Partiamo nell’ultimo terzo della notte,/ ci fermiamo ad Aseqqen nelle ore calde del giorno./ Ci lasciamo di lato il monte Ti-n-alus, andiamo nella valle di Aseqqen,/ arriviamo sotto le dune di Ulaen”. Oppure: “Sono partito e arrivato a monti lontani,/ sono andato dai Kel Negghem e i Kel Aggaten,/ dagli Ikezkezen della frazione degli Igherzanen,/ dai Kel Ulli, gli Ifedalen, gli Azenaten,/ gli Ifoghas-ui-n-eghil, gli Ighefsaten./ Sono andato dovunque tra gli Ikerremoien e tra gli Isuknaten,/ non mi sono distratto lungo il cammino, non mi sono attardato a far pascolare il mehari,/ ho solo viaggiato./ Sei mesi e undici giorni sono passati da quando ho lasciato i miei luoghi,/ i miei accampamenti./ Non mi sono distratto lungo il cammino, non mi sono attardato a far pascolare il mehari,/ ho solo viaggiato.”

Ogni tuareg che sia lontano dal deserto dice di averne continua nostalgia, una nostalgia che può anche trasformarsi in malattia e che nella poesia può far vagheggiare le solitudini come luoghi di delizia, paradisiaci, come nei versi di Kenua ult Amastan, anche lei tuareg Taitoq, nata nel 1860 e considerata una delle più grandi poetesse dell’Ahaggar algerino: “Ho visto quest’anno una collina di muschio dai mille colori,/ oro è l’erba, che cresce possente,/ miele con burro ne ingrassa il terreno,/ la irriga il latte che scorre./ La circonda una tenda di maglie d’argento che funge da porta./ In alberi verdi brillanti vi cresce legno di aloe,/ zibetto sciolto nell’acqua li irriga”.

 

Frammento n.3

Roma, Aeroporto Leonardo da Vinci, agosto 2012.

L’aeroporto in questo giorno d’agosto fa pensare a certi dipinti medievali che rappresentano i luoghi infernali con le lunghe teorie di dannati. Fiumane di passeggeri in flussi paralleli avanzano spingendo carrelli e valige, e il movimento non si arresta un istante, centinaia e centinaia di persone si spostano come fossero ipnotizzate, lo sguardo su un punto in fondo, verso le vetrate illuminate da sole..

Tra i viaggiatori in fila per il check in di un volo diretto in Africa, un gruppo di tuareg. Sono musicisti, tornano nel Mali dopo una lunga tournée in Europa. Quattro uomini, quattro donne. La compagnia aerea portoghese con la quale voleranno permette di portare cinquanta chili di peso a testa, ma loro di chili ne hanno in totale più di cinquecento, confidano nella tolleranza.

I loro carrelli sono carichi di bagagli che in nulla somigliano a quelli degli altri viaggiatori. C’è in primo luogo un enorme televisore ultrapiatto avvolto in pezze colorate e legato con una corda, apparecchio comprato all’ultimo momento e dunque così protetto e imballato nell’aeroporto stesso tirando fuori dalle valige i tessuti per proteggerlo, che sono poi i veli che costituiscono l’abito femminile. Con i veli, inattese, sono saltate fuori anche le corde. La scena ha subito evocato la partenza di una carovana. Le valige, le borse, i fagotti, sono stati aperti e i contenuti tirati fuori come d’altronde accade spesso, se occorre trovare qualcosa, ridistribuire i pesi ed eventualmente consegnare all’accompagnatore che non partirà quanto è meglio lasciare nel caso in cui l’impiegato della compagnia aerea non si stia dimostrando disposto a far passare gratuitamente i chili in eccesso. La partenza, anche quando si è già in fila all’aeroporto, si chiude solo nel momento in cui si consegna il bagaglio perché prima possono esserci tutti gli aggiustamenti e i cambiamenti.

Lo smisurato televisore avvolto nelle pezze colorate si accompagna a borse di plastica, sacchi, valige, una tehardent, ossia la chitarra tradizionale tuareg, un imzad, il violino fatto con una zucca scavata, a un rosso luccicante basso elettrico e a qualcosa di molto grande e di forma indefinibile che è stato fatto avvolgere per sicurezza nella bendatura di nylon verde sull’apposito macchinario dell’aeroporto, al prezzo di 5 euro.

Nella fila del check in nell’aeroporto internazionale da cui abbiamo iniziato in un giorno di agosto, i carrelli dei tuareg sono guardati con sospetto e loro come persone incapaci di viaggiare in modo moderno. Mentre è noto che nessuno sa viaggiare meglio di un nomade. Tutto è infatti straordinariamente sempre sotto controllo nonostante la massa ingombrante che segue ognuno, nonostante i bagagli sembrino piuttosto il risultato dello sgombero di un deposito. Nomadi, anche se oggi non possono più esserlo nel modo tradizionale e lo sono in forma diversa, abituati al viaggio da sempre e devono passare generazioni prime che le tracce delle proprie radici scompaiano.

Quando si affronta il viaggio nel deserto il bagaglio ha un’importanza vitale. Tutto deve essere previsto, tutto deve essere minuziosamente calcolato per attraversare regioni in cui non c’è nulla, e per i tempi lunghi e indeterminati. Ma il bagaglio non è solo questo: è il luogo domestico portato con sé, la propria appartenenza proiettata nel mondo esterno a protezione della propria incolumità. Nessuno sa dunque approntare un bagaglio meglio di un tuareg.

Se osserviamo poi cosa accade una volta arrivati a destinazione, le borse, le valige, i fagotti vengono aperti e comincia la divisione del contenuto in mucchi secondo una logica che alla base ha sempre il movimento, ossia il prossimo spostamento. Per questi musicisti poi, i concerti e le tournées sono occasioni di mercato e gli oggetti destinati alla vendita, dopo essere stati ispezionati, sono sistemati secondo un ordine nuovo in tutta una serie di piccoli e grandi sacchetti, saccocce, borsette, scatole di pelle, minuscoli ritagli di stoffa (questi destinati a contenere i gioielli d’argento, lavoro dei fabbri di famiglia). Le valige e le borse vengono continuamente disfatte e rifatte, essendo queste i contenitori degli abiti, delle scarpe, dei gioielli, dei documenti, di tutto quanto insomma accompagna ognuno per tutto il periodo del viaggio ma non solo, dal momento che anche nella vita quotidiana, ossia nelle case in cui oggi vivono, le cose non si ripongono in armadi o cassetti ma in borse e in sacchi e semmai in casse essendo da sempre queste, un tempo di legno e di pelle e poi di metallo, i contenitori usati nelle tende. È questo, del fare e disfare, che viene compiuto più e più volte e per lo più durante la notte, una sorta di continuo esercizio dettato dalla necessità di mantenere sempre, nello spostamento, un punto di riferimento.

Per la partenza le musiciste hanno indossato gli abiti di fiandra portati da casa proprio per i diversi viaggi aerei, fatti inamidare con la gomma arabica e battere poi con gli appositi martelletti dagli specialisti affinché il tessuto assuma l’aspetto luminoso e metallico richiesto e quella consistenza che lo fa sembrare di carta. Li hanno portati nelle valige, rigidi quadrati perfettamente stirati così che le pieghe della stiratura si vedano bene. Si sono messe i gioielli, si sono truccate gli occhi con l’antimonio e la bocca con rossetto nero o con indaco. Sotto le vesti portano i necessari amuleti confezionati dallo specialista della famiglia che viene sempre consultato in occasione di un viaggio, quale che sia la distanza da coprire e ogni tanto ingoiano una presa di zucchero su cui ha recitato apposite formule e benedizioni.

Ora siedono serie in attesa che il volo venga chiamato e sembrano quasi preoccupate, così come gli uomini che si sono accuratamente velati. Il viaggio non si affronta infatti con leggerezza, nessuno ama viaggiare sebbene da sempre i tuareg siano stati nomadi e anche oggi che non possono più esserlo la loro vita continui ad essere caratterizzata dal movimento, quasi una irrequietezza, un misto di nostalgia per la vita di recente abbandonata in cui gli spostamenti erano sempre gli stessi, programmati da generazioni a seconda della stagione e dei pascoli, e di desiderio di spostarsi altrove sulla terra. Tutti dicono allo stesso tempo di non poter restare fermi ma anche che fermi, senza smanie, vorrebbero restare.

Dunque i tuareg, nomadi da sempre, sanno viaggiare e su questo non può esistere alcun dubbio. Lunghissime attese negli aeroporti, partenze notturne, viaggi interminabili con cambi e soste, possibilmente da non affrontare da soli. La vita negli accampamenti, riuniti in molti nella stessa tenda, è la soluzione, o la risposta, per affrontare la non stanzialità. Anche oggi che a causa della guerra la vita si è spostata nei villaggi o nelle grandi città, si vive tutti insieme, così che ogni famiglia sembra piuttosto una corte con un nucleo centrale e poi tutti gli annessi e connessi con i loro specifici compiti e ruoli.

Viaggiano i tuareg apparentemente con suprema indifferenza. Ma il viaggio è accompagnato da una quantità di cautele, da molte prescrizioni. In primo luogo non se ne parla, essendo ogni accenno non bene augurante  per la imperscrutabilità della sorte, ed è sempre preceduto da un rituale. Nessuno lo trascurerebbe pur viaggiando ormai tra aeroporti internazionali e continenti diversi. Questa volta in vista dell’importanza dello spostamento è stato sacrificato un montone, le carni sono state in parte distribuite e in parte arrostite poi mangiate insieme da tutti coloro che dovevano partire.

Ma tradizionalmente il sacrificio prevedeva la possibilità di una sostituzione dell’animale reale: settanta piccoli dolci in forma di vacche o di capre da distribuire nell’accampamento per assicurarsi la buona riuscita del viaggio.

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