Un racconto per Cécile

Una donna entra ed esce da una storia misteriosa e banale, approda alla terra dei racconti incompiuti, infine forse svanisce. Un testo inedito di Antonio Prete, in omaggio a Julio Cortázar.

di in: Bazar (1)
Prete ILLUSTRAZIONE

C’è un luogo, così raccontano, dove finiscono i racconti non compiuti, i racconti che, cominciati, sono abbandonati a se stessi, con i personaggi che non sanno più in quale situazione infilarsi e si ritrovano, improvvisamente silenziosi, in mezzo ad altri personaggi anch’essi indefiniti, privi di carattere e di destino, privi anche di parole con le quali assecondare o contrastare quel destino.

È una grande regione, quel luogo: all’interno fitti boschi di castagni e di conifere, sulla costa catene di alte dune e cale che s’addentrano nel mare con scogliere grigie e traforate. Tra le dune e i boschi, immensi padiglioni bianchi: nelle stanze vivono i personaggi incompiuti, spesso sfiancati dall’attesa. Attendono d’essere richiamati a una rinnovata esistenza, ripresi nel gioco vivo  di un racconto, e qualche volta questo accade, intanto sono lì, spesso in dormiveglia, consumati e infine spenti da quell’implacabile attesa.

Per sfuggire al pungolo fastidioso di quell’ attesa, Cécile, questo era il nome della ragazza in un racconto appena abbozzato, aveva lasciato un pomeriggio il suo padiglione e aveva raggiunto uno scoglio: di fronte alla solennità vespertina del mare ripensava alla sua storia, che presto, imprevedibilmente, era stata troncata proprio sul principio, poco prima di un probabile incontro, forse eccitante forse pallido e usuale.

 

Era a Parigi, un mattino di novembre, e aspettava il metrò a Cluny. Nella volta della stazione, tra tante firme illustri, stava cercando, di qua dai grandi uccelli a mosaico, la firma di Michel de Montaigne, non ne ricordava il carattere, né la forma, ma presto il treno si annunciò con il suo rombo sordo che aumentava e si schiariva sferragliando. Nella vettura, in piedi, in mezzo alla folla, si mise a osservare, riflessi nel vetro, sbadigli e smorfie d’assonnati, stropiccii di occhi, fogge diverse di cappelli e copricapi, zaini, jeans, bluse, sciarpe, foulards e kefie, immagini che si mescolavano agli sguardi e persino ai pensieri che dietro ogni faccia si potevano intuire, pensieri dolci o perversi, ansiosi o persi nel vuoto, caparbi o malinconici. Devenez fonctionnaire, si leggeva sul fondo della vettura e alla prima stazione dalle pareti frasi lampeggiavano chiassose, Rêves de blanc, Le plus grand espace beauté du monde, Immoneuf. Fu allora, in mezzo a quella lettura mattutina del mondo, e delle sue luci, che Cécile notò, nascosto in parte da altri volti, opaco e dondolante, il volto di uno che doveva avere gli occhi rivolti verso di lei: girandosi piano, le sembrò infatti di sorprendere uno sguardo insieme casuale e quieto, distratto e deciso. Sentì subito che stava precipitando nella strana condizione in cui desiderio e noncuranza, curiosità e rifiuto si affrontano e mescolano senza che un sentimento prevalga sull’altro, e del resto anche nello sguardo di lui le sembrò per un istante di cogliere come il riflesso di due stati interiori sovrapposti, uno di svagamento l’altro di intensità. Spalancandosi le porte della vettura  a Mabillon, i viaggiatori residui si rimescolarono con i nuovi, lui si dispose in piedi di fronte a lei, che aprì la borsetta e tolse un libro: leggendo pensava di rendere esplicita l’indifferenza e la distanza dal gioco, e anche la difesa contro ogni intrusione, eppure, allo stesso tempo, avvertiva d’essere disposta a qualche concessione, forse per via dei lineamenti di lui che facevano pensare a una mite austerità, a una stravaganza controllata, forse per la bellezza sobria di un corpo giovane, prossimo ai trenta più che ai venticinque, chiuso in un abito di velluto marrone, e in una camicia di flanella beige a scacchi dal collo aperto, come aveva notato alla stazione di Sèvres-Babylone, tra le luci bluastre, la pubblicità di Paris loisirs o Bleu forêt e lo stridore delle porte che si aprivano. Ancora tre stazioni, si sorprese a pensare, poi La Motte-Picquet, può darsi che scendiamo insieme, forse lui nel frattempo mi avrà già rivolto la parola, chiesto il titolo del libro che sto leggendo, forse cambierà anche lui per Trocadéro, salirà con me all’aperto, nella piazza mi chiederà se ho voglia di un caffè prima che m’infili nell’ ufficio. Ma proprio allora, mentre le passava sotto gli occhi la scritta di Vaneau e le porte della vettura stavano per aprirsi, l’autore decise che una storia così somigliava a tante altre storie e che niente poteva venire di nuovo da un incontro così disposto, la ragazza non era stata ancora descritta nella sua età, nel colore dei capelli, nell’abito, nella forma degli occhi, insomma nell’aspetto singolare, forse eccentrico e dolce allo stesso tempo, che avrebbe dovuto attrarre il giovane, e poi quanti incontri nel metrò sono raccontati nel cinema e nei romanzi, incontri frettolosi o fatali, quanti silenzi pieni di oscuri desideri, quanti sguardi indagatori o distratti… Del resto nessuno avrebbe potuto eguagliare, quanto a intreccio tra il caso e il destino, tra il gioco e la necessità, le scene descritte nel metrò proprio dall’autore del libro che Cécile stava leggendo, nessuno avrebbe potuto gareggiare con il suo ritmo e la sua suspence, come quando, in un racconto dove entrano veloci dal finestrino le stazioni del metrò, Montparnasse-Bienvenue, Volontaires, Vaugirard, c’è una ragazza mulatta, o meglio non lei ma il suo guanto nero, le dita nel guanto nero, automa e figura del destino, e salgono, le dita, in un possesso lento e insistente ancorché delicato, salgono sul guanto marrone dello sconosciuto, che sarà nella notte corpo nudo accanto e sopra il corpo nudo di lei, sua vittima e sua perdizione, o come quando, in un altro racconto, il personaggio trasforma la rete della metropolitana parigina, con le centinaia di fermate e gli innumerevoli cambi e le uscite, in un grande scacchiere per la sua scommessa, per la costruzione lucida e arrischiata di un gioco: un sorriso nel vetro del finestrino e il diritto di seguire una donna e sperare che la sua linea coincida, per passaggi e cambi,  con quella da lui decisa prima del viaggio, nel caso contrario vederla sparire, vedere Margrit e Ana e Paule e Ofelie e tante altre perdersi di là da un corridoio, e il crampo di ragni tornare a mordere nello stomaco, finché… Forse Cécile stava leggendo proprio questo racconto, e il suo desiderio d’incontro non era che un riflesso di lettrice, una leggera distrazione dalla pagina, niente di davvero necessario, soltanto una mise en abyme artificiosa, insomma, concluse l’autore, meglio cercare un altro luogo, un’altra storia, e porre il lettore già subito nel mezzo di un dialogo, nel cuore di un incontro già disfatto, nelle ultime stille di commiserazione per una storia d’amore frantumata, quando le parole s’impastano di saliva e di gelo, e l’addio è già avvenuto prima ancora d’essere inscenato, e quel che accade è soltanto la ricerca di una distrazione per non urlare, di un tono della voce che nasconda il singhiozzo.

 

Fu così che Cécile non uscì più a Trocadéro, non attraversò, neppure da sola, la piazza né raggiunse il suo ufficio nell’avenue Raymond Poincaré, ma finì in quel bosco dei racconti perduti di cui si diceva all’inizio di questo racconto.

Viveva da pochi giorni in un padiglione, insieme con altre figure che erano come in dormiveglia, oppure, con qualche sforzo, si muovevano, prendevano a dialogare ma come immerse in una perplessità costante, dura, pulviscolare, in uno stato di sospensione che penetrava ogni forma del sentire, in un disagio che era accompagnato da una condizione di perenne attesa. Certo, nascevano, tra i personaggi, anche incontri, cenni di conversazioni, brevi racconti di storie inconcluse. Alcuni tentavano, certe sere, intrattenimenti intorno alle poche vicende che ciascuno aveva vissuto prima di finire nel bosco. C’erano talvolta persino tensioni  tra due o più personaggi. O dimostrazioni d’affetto, innamoramenti e solidali amicizie, avversioni e legami rassicuranti. Ma ogni sentimento era come se fosse abitato da un irrimediabile pallore, da un’evanescenza, esposto alla fragilità e alla dissipazione,  consapevole d’essere volatile ed effimero. E la caduta nello stato di dormiveglia era la condizione che colpiva i più.

Le poche volte che i personaggi si svegliavano da quello stato e si avviavano per i sentieri del bosco, o raggiungevano la costa per godersi la brezza marina, potevano anche imbattersi in incontri singolari, ma poteva trattarsi, di questo i personaggi erano consapevoli, soltanto di parvenze, di figure che si delineavano appena, lungo il cammino, e presto si dileguavano, forme fuggitive, esse stesse,  del ricordo. A Cécile, infatti, parve una volta di vedersi sorgere dinanzi, alla svolta di un sentiero, proprio quel giovane che nel métro, in quel mattino parigino, le era davanti e col quale aveva congetturato una simultanea discesa in una stazione e uno scambio di frasi e forse il dischiudersi di un incontro dolcemente imprevedibile.

 

Il sole aveva cominciato già il suo declino e tutt’intorno aveva sventagliato il suo arancione, quando Cécile lasciò il suo scoglio e in quell’istante s’accorse che una ragazza correva sulla riva affiancata dal suo cane, era in jeans e T-shirt bianca, chissà da quale storia viene, si chiese, e il suo cane, fulvo, pelo lungo, un setter con le orecchie al vento, chissà anche lui da quale racconto esce:  pensava queste cose Cécile, continuiamo a chiamarla così ma già il nome si staccava da lei, si oscurava e perdeva, quando non vide più la ragazza che correva e neppure vide il cane, saranno tornati, pensò, l’una e l’altro, al mondo vero delle storie, e questo fu l’ultimo pensiero divagante e pallido che la sfiorò, perché i suoi occhi erano già presi dalla barca che s’avvicinava a riva, lo sciaguattio dei remi già si distingueva dentro il suono dell’onda. Contro il sole che affondava sul confine, l’ombra del rematore avvicinandosi si schiariva. Il crepuscolo moriva nella sera quando Cécile salì sulla barca che presto rivolse la prua verso il paese d’aria e di vento.

 

In quel paese d’aria e di vento, il lettore che si fosse trovato, nella prima luce dell’alba, sulla banchina del porticciolo avrebbe visto una barca che, costeggiando il molo, cercava il punto dell’attracco più comodo. Avvicinandosi, il sunnominato lettore avrebbe visto scendere dalla barca i personaggi di un nuovo racconto.

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