Il peso del Ciao di Francesco Forlani

“Il peso del Ciao” (L’Arcolaio, 2012) di Francesco Forlani è un libro composito e variegato, esattamente come il suo autore. Animato dalla funambolica capacità di saltare con eleganza da un genere letterario a un altro, dal verso alla prosa, dalla scrittura saggistica a quella militante, Forlani in questo libro di poesie d’amore, d’occasione e di viaggio (del quale pubblichiamo qui la sezione “Canti da ring”) presenta se stesso e la sua incosciente versatilità. Ed è proprio l’incoscienza – ovverosia l’assoluta freschezza del dettato, dello stile e dell’ispirazione – la qualità che forse preferiamo di questo libro, perché oggi l’imperativo è: plastificare tutto, programmare la voce, eseguire lo spartito pedissequamente. E noi, com’è noto, siamo avversari fieri (e incoscienti) dell’oggi.

di in: De libris (0)
FORLANI Ciao

La redazione di Canti da Ring risale ai primi anni del duemila in pieno poetico esilio parigino durante un incontro di pugilato con la realtà. Perché il giornalista chiede se i poeti scrivono solo quando sono tristi. (F. F.)

 

Perché il giornalista chiede se i poeti scrivono solo quando sono tristi

 

L’avevamo appreso nei manuali o forse solo

sentito dire

che i poeti le parole e il canto

come un atto di dolore – immagino –

soffrendo s’aprono un varco

masticano il cuore della musa

 

L’avevamo capito così e così era allora

il dolore del piccolo giacomo

appoggiato a visione rupestre

di una piccola città di provincia

che se non vi fosse nato il poeta

ai più resterebbe sconosciuta

 

O l’impazienza di Catullo i fuochi dentro

era al suo fianco al punto di redigere?

e voglio dire la cera e quanto altro

a portata di mano con la pena

o già le braccia al collo di Lesbia

teneva?

 

Non so se la mia tristezza sia solo un capriccio

dell’anima

turbata da molti e molti bicchieri

dai pensieri dai conti

di andare restare rifare di vita un unico sistema

coerente e mettere i soldi da parte

o farsi parte discreta assente

 

L’avevamo appreso dai manuali

che l’amore puro dei poeti solo del corpo

fa astrazione

distratta Laura e Beatrice mai esistita

ma Paolo e Francesca, Iseulte?

 

L’avevamo ripetuto nei manuali

leggendo a voce alta le braccia conserte

i poeti non hanno due tempi

uno per vivere e l’altro per incominciare

e la tristezza non ha niente del volo

del tuffo della vertigine ma solo

vuoto

 

E quel vuoto ti ragiona si assottiglia

e vuole farsi oblio anche quando

la memoria nel dormiveglia mormora

ricorda tracce dell’esperienza souvenir

i piedi freddi di lei incollati ai polpacci

raccogli i cocci e quel dolore è tuo

 

Ecco perché sussurrato da un telefonino

uno spirito tutto moderno da poeSms

un imbuto

ma è forse il vino la bottiglia felice versata

tra commensali in gara il fondo

che lascia intravedere lo sguardo

dall’inclinazione

 

Sale il bisbiglio e sa di pane e sassi

e sono le poche note conosciute

da lungomare da canzone d’amore

arrugginite dall’aria salmastra

dalla contingenza di venti anni di sinistra

senza coraggio senza di te

 

Avevamo la certezza che i poeti

alle notti bruciano di cortesia

compromettono parole cambiando l’ordine

il sillabario il neologismo e aggiungono

nuovo al vecchio anche se è antico

il nuovo ed il dolore la pena

guai ad ammalarsi per un raffreddore

 

Che i poeti sono gelosi e molto

ma solo degli altri poeti

come se una parola data non facesse

testo e men che meno libri di testo

e si piange la mancata assegnazione

del premio letterario di un generoso Nobel

il posto in prima fila come spettatore

del sé

e dello stesso

 

L’avevamo imparato a memoria

e riaffiora come una preghiera

a metà il poema

in genere la mente non va oltre

la prima quartina

poi diventa un gemito un rumore di fondo

in genere la morte non va oltre

la vita

 

Ma piace pensare alla stazza della nave

il bastimento carico alla fortezza volante

leggera resistere all’aria all’acqua

sfilare via lasciare scia di pochi e preziosi attimi

l’escoriazione sul mento ed al ginocchio

superficie profonda un arco teso tra la terra e cielo

un punto

di cedimento.

 

Perché il giornalista chiede se esiste una chiave di volta

 

A cominciare da una fotografia

con lui che è in piedi con la giacca

e sotto il braccio un libro assai minuto

la macchina veloce con la portiera aperta

e le strutture in ferro a fare croci

i piedi della torre aperti a schiera

tra le più belle gambe della ville lumière

 

Pablo è sul sedile dietro

e lei sul dorso del suo sguardo

ma non fa finta di niente ed arrossisce

guardiamo i ferri lucenti il clinamen lo sparo

diretto al cielo ed è da terra cielo

come le sedie di vimini intrecciato

a fil di terra solo uno sputo dalle acque del fiume

 

Una scena ripetuta polaroid di viaggi di nozze

peggio di studio di animoso andare

girovagare attrito scorza di buio

ma è il gelo del vento la maestosa stasi

come la volta che Silvia con la benda sul volto

però è un velo di gente in estasi stavolta

e andiamo avanti

 

Sai Pablo – viene da dirmi –

tu sei come la struttura portante

capriccio di ferraglia cumulo di viti e lega

matematico corpo calcolo preciso

minuzioso mai arronzato improvvisato mai

ed io sono quel vuoto

tra le dita di acciaio che ti piegano a vita

schiacciano il pieno e solo sono l’aura

che se non vi fossero luci sarei perduto

anche quando mi chiede lei quasi accigliata

se perdo un pezzo al giorno

se diventa voce il vento impulso senza odore

anche quando mi invento la frase ad effetto

l’affetto d’istante e lontananza

e mi recita in russo versi potenti

micro racconti degli eventi le cento carezze

io diminuisco in esperienza e spengo la luce

 

Perché il giornalista chiede al poeta da dove gli venga l’ispirazione

 

E ricordo. La sfida dei campi – corri!

e la canzone per l’amica – i primi pianti

come un riverbero della prima infanzia

l’amore dei fratelli ha un nome in comune

un segno d’istinto e senso d’immune presenza

 

E ricordo. Il pomeriggio breve della spiaggia

la luce come si deve e la sabbia – di Scauri

come pellicola d’istanti, linee di corpi muti

l’amore dei fratelli ha la terra in comune

un’orma resistente al vento e all’acqua, rabbia

 

E ricordi. Il filo di voce, il coro – guarda!

Dividersi il banco della chiesa – di sant’Antonio

come una banda, tra i pensieri accesi al cero

e senza i fratelli non c’è cielo comune

tenersi la mano ed una volta tanto in pace andare

 

Con i ricordi

 

Perché il giornalista chiedeva se i poeti scrivessero solo la notte

 

Mi sono addormentato come un vecchio

che sale le scale e con il fiato grosso

qui anche respirare è un atto dovuto

un cominciamento a federare il sogno

ammorbidirlo e tesserlo in una fioca luce

rossa purché non faccia male agli occhi

e brucia la cera e brucia il cielo anch’esso

al punto di diventare cenere e imbrunire

spezie segrete all’orlo di ogni sogno

tenebra d’equilibrio come sospesa al corpo

coricato è prima di ogni altro segno

curvo sul fianco coi ginocchi ad arco

non saremo rapiti al sonno domattina

dalla luce del vagone diafana, contratta –

e dalla spalla il gesto di tenere il libro

l’atto dovuto al volume e tenersi la testa

il rigo ripetuto quasi stampato a letto

e le lenzuola da sudario senza un Cristo

 

Mi sono addormentato ad invocare il nome

e le rughe sospese le parole nuove

vorrei incontrare padre e ritornare figlio

intanto la coperta suggerisce un titolo che vale –

o sorprendersi a fare l’amore in una giornata di mare

e anneghi nella parola versata di Cb e la rete

quella di Esenin e Pasternak, in un fugace ritorno

no, è il profumo dell’alba confuso al fumo

della sigaretta

l’odore del seno assente di lei e la sua corona

di eroina moderna modigliano incontro

e vivere due volte quel mistero

vivere al centro delle palpebre calate

contro

ma non baciare la realtà delle particelle

elementari Houellebecq mediocritas best seller

buco del culo nella verticale intatto

come un arco di trionfo e poi girarci intorno

– Ivan Karamazov la realtà se l’era fatta da solo –

 

Non ho visto il tempo passare non ti ho vista venire

 

Perché il giornalista aveva chiesto come si diventa poeti

 

Mi chiedo allora se di essi esista un albo

a partire da quando e come sia possibile

inserire il titolo sul bigliettino da visita

o il nome in una nuova antologia

se il timbro venga dall’alto e comunque un altro

se a corrente, a tipo di verso, e voglio dire

stridulo, soave, reo confesso, sperimentale,

lirico, saffico, pastiche distratto, piatto,

baciato – con la lingua o senza – crudo

come il prosciutto – tetrattico anzi

se sia di corda o fune, di materia viva, organico

militante, concesso, laborioso quante ore

a cottimo, o a peso d’oro o di copie pagate

a un editore di provincia ignoto ai più e ai pochi.

se basti scriverne una, o come dice massimo una sola

frase – dei poeti si dimentica il resto anche se essi

vendono la vita – e se si smetta di esserlo o si continui

anche pagando a rate con i festival di voce

una modesta partecipazione, une kermesse.

mi chiedo se sia una sola questione di muse e

avere la più bella basti o di musi – solo i più duri –

e fare panorama. che cambia a seconda del critico che cura

mi chiedo se allo stand numero otto della fiera

i novemila e passa volumi siano lumi di senso

o solo spaventapasseri che alla sera

fanno sparire pure l’ultimo stormo e il drang di rondini

Tenendosi avvoltoi distratti per compagni

 

Perché il giornalista dice a lei che è troppo trendy per essere un’intellettuale

 

Che il tempo l’esperienza e d’esperienza il tempo

è solo una questione di arte dell’oblio

cioè senza più io o al limite la sua corteccia

che come pelle al sole prima si abbruna e poi diventa

scheggia

e lui mi dice che per portarmi a letto

farebbe volentieri l’uomo oggetto

 

Che a nulla serve la ginocchiera o il trucco

della matita all’occhio come una guerriera

e la matrice in vena delle cicatrici appena

sfiorate dalle sue dita, e mai toccate, forse

tradite e il lutto che mi porto addosso non è il nero

ma di colori vivi quasi rossi, e poi sfumati in oro

di corpetto, e le caviglie fini per il volo

ed è un distacco quel che mi tiene a terra

e senza un dono

e lui mi dice che per portarmi a letto

per me soltanto giocherebbe all’uomo oggetto

 

Ripongo in una processione i gesti e il manto

della serena oasi di vuoto del vulcano

ed esperisco cenere sul viso

per riparare il torto e il turbamento

io rido, e al giovane che si vuole cosa

mostro la rosa sul polso e la lama al fianco.

 

[Poesie tratte da Il peso del Ciao di Francesco Forlani, Edizioni L’Arcolaio 2012]

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *