Il sole si fa attendere

Walker Evans Passengers, 1938

Walker Evans Passengers, 1938

Un romanzo da noi poco conosciuto di Charles-Ferdinand Ramuz, Si le soleil ne revenait pas (Se non tornasse il sole, del 1937; in Italia non lo si vede da una lontana edizione Jaca Book del 1982) racconta di una piccola comunità di montagna che per sei mesi l’anno rimane all’ombra, in un villaggio incassato tra i monti. Un vecchio visionario, Anzévui, mette in giro la voce che il sole, stavolta, non apparirà più, e che è iniziato un inverno perenne. La storia, corale, vira volentieri all’allegoria, in quel modo ruvido e scontroso tipico dello scrittore svizzero, e diventa trasparente ma non ovvia evocazione di una fine dell’umanità abbandonata per sempre a se stessa dalle forze immense della natura. Ho tentato, molti anni fa, di trarne la sceneggiatura per un dramma radiofonico in più puntate, inseguendo i singoli personaggi uno per uno, nel loro forzato esilio dalla luce, costringendoli (per via della natura e dei limiti del mezzo radiofonico) in interni di baite e di cappelle, a parlare più del dovuto, e insomma accentuando il carattere soffocante, imprigionante dell’interminabile inverno di montagna e allo stesso tempo finendo per rendere il tutto un po’ fatuo, un po’ cincischiato. Non se n’è fatto più niente, per fortuna, di quella sceneggiatura che forse ho perduto in qualche trasloco. Ma quella lontana esperienza di apprendistato letterario mi torna in mente ogni volta che, d’inverno, vedo fumare disperatamente i comignoli delle case sul versante all’ombra, o i prati e gli orti ricoperti dal ghiaccio depositatosi mesi prima, quell’aria immobile e tetra, anche a Natale, nonostante le luminarie.

Un amico, che da una vita abita su quel lato della vallata, ha provato ridendo a smorzare l’impressione disperante che ne ricavo sempre.

Ma no, guarda, mi ha detto: oggi per esempio il sole c’era, a casa mia: dieci minuti buoni.

E poi, in risposta alla mia perplessità: Sappi che ci sono case che il sole non lo vedono nemmeno per quei dieci minuti lì, e devono aspettare la primavera inoltrata.

Chissà, ho pensato allora, se anch’essi, come i personaggi di Ramuz, sospettano in questi lunghi mesi che il sole non tornerà più. Chissà se anch’essi, come i montanari del romanzo, per non abbandonarsi all’angoscia dinanzi alle predizioni del vecchio Anzévui, partiranno impazienti, in primavera, su per sentieri impraticabili, a scovare il sole, per costringerlo a tornare a illuminare gli uomini. Più probabilmente trascorreranno i lunghi mesi di ombra spendendo una fortuna in riscaldamento e corrente elettrica, usciranno giusto per andare al lavoro, o per comprare all’ultimo minuto qualcosa di necessario alla bottega di paese. Staranno appiccicati al computer per ore, o al maxischermo televisivo, accarezzeranno gatti e altri animali di casa con gesti ormai compulsivi, fino a riempirsi le dita di peli, le mani di graffi di protesta. Indugeranno un po’ di più, la sera, e magari anche di giorno, a farsi cicchetti, o a trangugiare dolciumi. Intravedranno ombre vibrare negli angoli delle stanze, nonostante tutto quel gran consumo di energia elettrica, e sussulteranno, pensando a chissà che. Invidieranno, con cattiveria, gli abitanti dei paesi sull’altro versante, quelli avvantaggiati da una maggiore esposizione al sole anche d’inverno; ma rideranno di loro, esageratamente, quando proprio questa esposizione renderà la neve attorno ai loro villaggi uno spaventoso tappeto di mota – usciranno, allora, a schettinare sulle scarpe nei loro cortili ricoperti di ghiaccio, ilari come bambini.

Le prime volte che ho colto l’amico mugugnare da solo contro “Quelli là”, o “Quei bastardi”, o peggio, immaginavo che si riferisse a colleghi che gli stavano antipatici, o a vicini di casa importuni, o a parenti impiccioni – al limite, che so, a certe personalità pubbliche. Lo sentivo ringhiare maledizioni, e giravo al largo, in attesa che gli passassero le paturnie. Solo di recente ho scoperto che “Quelli là” sono proprio gli abitanti dell’altro versante, quelli abbronzati dal sole anche d’inverno, quelli che a gennaio si mostrano in maglietta, e che a febbraio già si lamentano del caldo insopportabile. Pare proprio che lo facciano apposta: si aggirano nei loro orti e trabiccolano nei loro cortili in canottiera e mutande nella speranza che qualcuno dal versante in ombra li stia osservando con un binocolo; e talvolta si piazzano su una sdraio, con gli occhialoni scuri e uno specchietto di carta stagnola piazzato sotto la pappagorgia, e non diretti verso il sole, ma verso i loro lontani dirimpettai rimasti al buio. Accade talvolta che telefonino a certi loro parenti sull’altro versante con i quali non abbiano ancora tagliato i ponti: e allora nella conversazione lasciano cadere, che so, che il tale l’altro pomeriggio si è addormentato in giardino e si è preso una bella scottatura; oppure si dilungano con perfidia didascalica sui rischi connessi a una massiccia esposizione alle radiazioni solari. Insomma, il mio amico d’inverno li odia di un odio profondo e privo di rimorsi, quasi allegro.

Con la bella stagione, per fortuna, le cose a poco a poco cambiano. Per esempio, l’amico stamane mi aspetta, al lavoro, e si frega le mani soddisfatto.

Oggi dodici, mi dice.

Dodici che?

Saranno dodici minuti. Il sole. A casa mia. Dodici minuti!

(Insiste perché la sonnolenza del primo mattino mi rende tardo di comprendonio.)

Che ti dicevo? chiosa. Dodici, dodici!

Ho capito. Bravo, congratulazioni vivissime. E verso che ora spunta il sole?

Tra l’una e l’una e dodici, per l’appunto.

Eccellente. Sarai a casa per goderteli?

No, be’, sarò qui al lavoro.

Ah. Ci sarà qualcuno a goderseli? Tua moglie?

La moglie è al lavoro come me, rientra alle diciannove.

E chi ti dice che saranno davvero dodici? E che il fenomeno si verificherà davvero? provoco, giusto per togliergli quell’espressione beata.

Lo dice il lunario, fa lui, solenne, con una punta di stizza. Lo dicono i nostri vecchi.

Ah. Bene. Dodici, eh? Perbacco. Bravo, bravo. E chissà tra una settimana.

Tra una settimana… Stasera guardo il lunario, domani te lo dico, conclude eccitato. E quelli là… Quelli là… Ma in fondo che mi importa di quelli là!

Un commento su “Il sole si fa attendere

  1. Pingback: Claudio Morandini » Su “Zibaldoni”

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *