Viaggio in Togo e Benin

di in: Timbuctù (0)
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Il pulmino percorre a fatica le grandi e caotiche città di questa parte dell’Africa Occidentale: Cotonou, capitale amministrativa del Benin, e Lomé, capitale del Togo, sono un dedalo di intricate stradine, per lo più sterrate e disseminate di buche, in cui la vita si perpetua nell’accezione più ampia del termine. Abitare le strade e lungo la strada significa dormire, mangiare, cucinare, svolgere le proprie attività fisiologiche e vivere nell’assenza della dimensione privata e nella pubblica condivisione di ogni aspetto della vita. Ne sono prova le fragilissime costruzioni in legno o lamiera la cui apparente instabilità è smentita dalle tettoie che vi si appoggiano e sotto cui si inventa qualsiasi attività.

I mercati, apparentemente disseminati ovunque, ospitano macellai al fianco di fruttivendoli, sarti che utilizzano le mitiche Singer al fianco di donne che friggono svariate qualità di pesce nell’olio di palma. I macellai utilizzano uno scopettino per scacciare gli insetti dalla carne che, appoggiata su tavole, tenta di resistere al caldo opprimente ricoprendosi di mosche. Una volta cotta, l’illusione dell’impossibilità di poterla mangiare svanisce e il connubio tra carne di pecora, cotta vicino alle interiora, e salse piccanti, con cui è ricoperta ed esaltata, si apprezza assaggiando gli spiedini. Molte donne trasportano stabilmente ceste piene di pesce, da friggere o già fritto: si tratta di tilapie, di persici e di molte altre qualità e i mercati possono diventare un interessante banco di prova per ecologi che cerchino nuove specie da aggiungere alle tassonomie. Gli animali rari si mescolano agli altri meno interessanti per la scienza ma che sono sullo stesso piano per la venditrice e per chi ne trarrà il pranzo. La frutta si alterna armoniosamente con le altre merci, il tripudio di colori e di odori lascia estasiati. Piccoli mucchi di manghi e papaie convivono, così come i caschi di banane e i bianchissimi ananas che si possono acquistare interi o già sbucciati dai movimenti esperti del machete nelle mani delle venditrici che trasformano il frutto in cubetti, riponendoli in sacchetti di nylon nero utilizzati per incartare ogni cosa.

Le botteghe nei mercati non sono diverse da quelle nelle strade, né per il genere di merci né per le modalità di vendita o di esposizione. I prodotti sono rigorosamente organizzati in piccole piramidi ed hanno un costo preciso. Si ignorano così le complesse acrobazie dei rapporti tra prezzo al chilo e costo di una quantità più o meno grande. Lo stesso principio è valido per i peperoncini o per le altre spezie che costellano i mercati di punti coloratissimi e fragranze molto profumate.

In alcuni mercati si può acquistare principalmente il pesce, come in quello di Ganviè, in cui gli abitanti di questa enorme città, interamente costruita su palafitte, vendono il pescato. Il mercato non è sull’acqua ma sulla riva ed è composto da un groviglio di piccoli moli in terra che offrono un attracco alle piroghe e rappresentano il punto vendita dei pescatori. Una moltitudine caotica e variopinta di genti brulica nel mercato, si accalca intorno alle ceste di vimini o ai catini di plastica colmi di pesci, anche qui non selezionati per specie ma per dimensioni. Risalta l’inconsistenza delle strutture d’appoggio o di sostegno e l’assoluta centralità della merce. Contrariamente ad altri mercati, come quello di Abomey che è composto da fragili tettoie a protezione delle merci esposte su stuoie o su rudimentali tavoli, qui l’unico supporto per le file di venditori è il molo su cui siedono con davanti le ceste. C’è confusione ovunque, le voci delle contrattazioni si sollevano e trovano sempre un accordo, anche nel caso di merci non ittiche, perché nei mercati si vende di tutto… All’improvviso, infatti, un grido soffoca il mormorio di sottofondo. Quelle che in apparenza sembrano urla disumane, in realtà sono i versi di terrore di un’enorme scrofa che, venduta tra le ceste del pesce, è stata acquistata da un uomo che in quel momento ne stava pianificando ed organizzando il trasporto. L’animale, avulso dal contesto, in un attimo ne è diventato il protagonista. La lotta epica della scrofa che si ribellava ha attirato l’attenzione della folla. Tentava invano di non essere immobilizzata dalle corde che le stringevano le zampe e di non essere messa supina per essere caricata. Ma dove? Una moto si fa largo tra la folla, che assisteva al divertente spettacolo, fermandosi in prossimità. Se qualcuno me lo avesse descritto, davvero, non ci avrei creduto. L’animale è stato caricato su una piccola motocicletta. Tenendo in equilibrio il veicolo, il conducente ha fatto cenno ad alcuni uomini di porre la possente scrofa dietro di lui, distesa perpendicolarmente sul sedile del guidatore. Il conducente se ne stava rannicchiato davanti, seduto su un pezzetto di sedile mentre l’acquirente, in equilibrio precario dietro il maiale, teneva le sue zampe strette, bilanciando il carico al centro della moto. L’efficienza di quell’impensabile equilibrio è stata dimostrata dalla vittoria del fragile motociclo sulla strada sterrata e dissestata. I tre sono partiti, lasciandosi dietro risate, incredulità (nostra) e le grida e i lamenti dell’animale che, allontanandosi, diventavano sempre più flebili.

La mano salda di Maometto, così chiamavamo Mohammed, il conducente, è stretta intorno ad uno sterzo non originale, innestato mediante un groviglio di fili alla scatola del motore di un pulmino che in passato doveva essere stato bianco e che è stato rottamato decenni prima in Europa e spedito qui.

Sulle carreggiate la sfida che i veicoli affrontano ha un che di fantastico e surreale: moto d’importazione cinese, che arrivano a trasportare addirittura cinque persone, si alternano a rottami dalla forma di camion carichi all’inverosimile che fanno capire quanto sia esagerato il nostro concetto di rottamazione. Veicoli che hanno ancora migliaia di chilometri da affrontare e che saranno sfruttati fino allo stremo. Ne sono prova le cosiddette officine meccaniche che si incontrano e che riparano ridando funzionalità ai pezzi danneggiati con la forza del mantice, dell’incudine e della mazza. La precarietà e l’apparente casualità di queste attività è la stessa che si respira nei mercati: radure polverose occupate da cataste di pneumatici completamente lisci o spaccati, su cui si vedono i segni di infinite riparazioni fino al cedere fisiologico delle fibre. Mucchi di rottami in perenne movimento perché fonte e miniera inesauribile di pezzi di ricambio. Uomini colossali vestiti dei rivoli di sudore che sotto il sole opprimente scorrono sulla pelle esaltandone le sfumature violacee, ridanno vita a questi pachidermi momentaneamente arenati e che presto continueranno a solcare le piste che mettono in comunicazione le coste del Golfo con l’interno desertico.

Tanta gente va a piedi, poca in bici e moltissimi si accatastano su vecchissimi autobus o automobili cariche fino a scoppiare. Ogni tipo di mezzo può trasportare ogni cosa, dalle persone agli animali. I sacchi di iuta possono contenere dal carbone alle noci di cocco, dalle cipolle ai polli… Non è raro incontrare camion ribaltati, perché sovraccarichi e perché, in quelle strade pessime, il rischio si annida dietro l’angolo. Andare contromano o affrontare gli ingorghi facendosi largo a suon di clacson è così comune che forse il vero pericolo è il rispetto delle norme stradali, perché rischierebbe di rompere il delicato equilibrio tra occhio attento e mano ferma degli autisti, tra la pericolosità delle strade e l’imprevedibilità delle azioni e delle mosse di ognuno, che solo raramente genera incidenti. Contorno di questa caotica anarchia è l’immondizia: tonnellate e tonnellate di spazzatura ai lati delle strade, tra cui moltissima plastica, che periodicamente viene bruciata.

Distanti anni luce dal caos delle città della costa sono i villaggi somba, con i tata, castelletti fortificati su due piani costruiti con fango, paglia e sterco, risposta alle incursioni degli schiavisti del Dahomey che, assoldati nel Settecento dai francesi, facevano razzie nel paese. Protetti dalle fortezze nascoste nelle asperità delle montagne dell’Atakora e con la precisione delle loro frecce contro le armi da fuoco, i somba e i loro vicini tamberma riuscirono a rimanere indipendenti e a mantenere intatte tradizioni e religione locale. Ma come faranno oggi queste donne che fumano la pipa e indossano copricapi su cui si ergono corna di antilopi a reagire all’incombere della modernità?

I confini settentrionali dei due stati, Togo e Benin, sono la roccaforte di queste popolazioni che vivono della coltivazione della manioca e del sorgo, e dell’allevamento dei bovini. Oggi le nuove costruzioni con i tetti di lamiera minacciano la sobrietà dei tata e i caratteristici granai conici indietreggiano soppiantati dai più capienti magazzini in blocchetti. Ma la forza della tradizione brillava negli occhi dal capovillaggio tangba, in Benin, che indossava unicamente un gonnellino dal momento che solo così, abbigliato unicamente della sua personalità, senza la mediazione delle vesti, gli spiriti degli antenati avrebbero potuto riconoscerlo. Le atmosfere particolari dei tramonti che si possono ammirare in questi luoghi hanno il potere di proiettare la vita indietro nel tempo e di far riflettere sul fatto che i culti, le tradizioni e i miti sono accomunati da un futuro fragile e incerto.

Sensazione simile si prova nella splendida e decadente Ganviè, agglomerato di capanne tradizionali e baracche di lamiera a otto chilometri dalla riva nel centro del lago Nokoué, interamente costruita su palafitte. Si tratta ancora di un’altra risposta alla tratta degli schiavi. Ganviè fu fondata nel Settecento dagli abitanti della laguna che seppero approfittare della fobia per l’acqua dei cacciatori di schiavi e creare una fiorente economia basata sulla pesca. Oggi Ganviè ospita 30000 abitanti. Le acque dell’immensa laguna, che arriva a lambire Cotonou, sono ricchissime di fauna ittica, pescata mediante recinti e trappole realizzati con foglie di palma e dati in concessione perpetua ad ogni famiglia. Dalla prospettiva di una piroga, una volta superati i chilometri d’acqua che separano la città dalla terraferma, si entra nel dedalo di canali che rappresentano le vie di comunicazione e che sono solcati da una miriade di barche e barchette regolate dalla stessa anarchia dei mezzi a motore incontrati nelle città. Guidate a forza di pagaia e raramente di motore dai pescatori o da mercanti, trasportano le mercanzie all’interno della città e verso i porti costieri, nell’ottica di un grande mercato galleggiante.

Le numerose sfaccettature della religione vudun si riscontrano nella grande varietà di manifestazioni che la rappresentano. La semplicità immobile dei rituali dei somba, dei tamberma e dei tangba è ancorata alla figura del saggio indovino che ha la possibilità di interrogare le forze sovrannaturali. Le divinazioni avvengono nella cornice di grandi feste organizzate al fine di avere chiarimenti utili per le diverse fasi della vita della comunità, come ad esempio prima dei raccolti, in prossimità della stagione delle piogge o in occasione di una calamità. I rituali sono semplici e privi di sfarzo. La testa di topo infilzata in uno spiedo finissimo e cosparsa di piume di pollo che trovava posto sul tetto della capanna del capo villaggio tangba ne è un esempio, come lo sono i pezzi di mandibole e di altre ossa appese all’interno delle capanne. Oggetti sacri perché sono stati il tramite, mediante la morte cruenta e il rituale, tra la dimensione della realtà umana e il sovrannaturale e che, per questo, hanno il potere di tenere lontane le calamità dalla comunità, intesa come famiglia o come villaggio.

L’importanza del feticcio per questi culti si avverte visitando il mercato di Lomé, uno dei più grandi in Africa. Una radura polverosa ospita una doppia dozzina di punti vendita, strutture in legno e lamiera sotto cui sono esposti una gran quantità di animali: animali morti, essiccati, appena uccisi o ancora da uccidere. Anche qui sono offerti caoticamente, senza seguire alcun apparente criterio. Dai camaleonti si passa ai serpenti e agli uccelli, confusamente riposti nelle ceste. Le rondinelle, i parrocchetti o i tessitori sono esposti sotto il sole insieme alle ossa di grandi bovidi o alle teste di scimmie. C’è una gran quantità di rapaci, nibbi, gheppi, astori, aquile e avvoltoi, tutti schierati esangui in una lunga teoria che lascia attoniti, sgomenti. In disparte, con le zampe legate, decine di nibbi ancora vivi attendono il loro turno per essere esposti sulle stuoie, insieme ai barbagianni. Una gran quantità di ossa, di teschi e di corna è disposta confusamente ovunque. Ci sono le grandi antilopi africane, impala, orici, damalischi, eland e kudu, riconoscibili dalle diverse tipologie di corna, e quelle più piccole, dalle gazzelle ai raficeri. Di queste sono ad essiccare anche le pelli, che appese rivelano l’eleganza del manto che rivestiva gli animali. Anche i felini sono stati scuoiati: le pelli di leopardo o di ghepardo si alternano a quelle di leone, perfino di serval, il piccolo gattopardo che solo raramente si riesce ad incontrare nelle savane africane. Di agghiacciante bellezza è l’esposizione delle teste e delle zampe di questi animali, e soprattutto delle scimmie, di aspetto tanto familiare. Teste di cani, di gatti, di coccodrilli… Non manca una gran quantità di feticci antropomorfi di legno, le famose bamboline che, utilizzate nei rituali, hanno il potere di far comunicare l’uomo con le forze naturali.

Questi feticci non hanno un prezzo stabilito. Sono utilizzati per la medicina tradizionale e per la magia. Il maître feticheur, dopo aver valutato la persona che ha bisogno di cure ed aver chiesto agli spiriti il rimedio da somministrare, lascia che siano gli spiriti stessi a stabilire un prezzo, che leggerà poi nella disposizione dei cauri, le conchiglie moneta, che ha lanciato allo scopo sul terreno.

Il luogo lascia una sensazione che è un misto di sgomento e di incredulità, ma soprattutto molta confusione.

Le tessere del mosaico aumentano e l’illusione di poter mettere ordine a ciò che si è visto a Lomé o nei villaggi svanisce miseramente al cospetto di Dan Koli, descritta come la San Pietro del vudun. La razionalità deterministica europea è incapace di descrivere e soprattutto di calarsi nell’alterità di una dimensione sconosciuta ed inimmaginabile, cosa che provoca un grande scompiglio nella coscienza.

Lungo la striscia d’asfalto frantumato che collega Natitingou a Abomey ecco, come tante altre volte in precedenza, una piccola radura, circondata dalle immancabili baracche e brulicante di un’umanità vivace ed eterogeneamente impegnata nelle attività quotidiane. Il luogo, in apparenza uguale a molti altri già incontrati, mostra, senza la minima preparazione, la sua peculiarità: si tratta del grande feticcio. Tre ragazzi con le infradito di gomma colorata, i panni lisi e i cappelli di lana giunti lì per grazia di chissà quale opera di carità e che denunciano la totale inadeguatezza ad affrontare l’afa opprimente dei quaranta gradi, ci mostrano uno dei più potenti feticci del vudun. Una montagnetta con due cime, alta più o meno come una persona, si staglia al centro dell’agglomerato in cui la vita continua incurante. È composta da un materiale nero, che dall’odore e dall’osservazione sembra sangue animale e comunque materiale organico. Lì, chissà da quanto tempo e per quanto ancora, sono stati e saranno sacrificati animali, ne sono testimonianza le numerose tracce di penne di pollo, le ossa di capre o di bovini e il grasso sparso un po’ dovunque. A rendere ancora più imponente la visione, decine di bastoni in legno si stagliano dalle due cime, come aste di bandiere che invece di drappi, lasciano sventolare  semplici sacchetti di plastica. Le due cime rappresentano la divisione tra uomo e donna e i rituali che vi si compiono devono essere accuratamente ponderati perché sono i più potenti dal momento che entrano nel terreno della magia nera e delle maledizioni. Intorno al Grand Fetiche c’è una mezza dozzina di altarini disposti casualmente, di piccole dimensioni, che servono per i rituali di potenza ed intensità minore, per le benedizioni e i buoni auspici.

L’impressione di trovarsi di fronte a una situazione quasi assurda è subito ridimensionata dalla fierezza degli occhi di quei ragazzi dai cappelli di lana che spiegano con orgoglio di non essere ancora sacerdoti, bensì medium con il potere di intermediazione spirituale. Siamo di fronte a qualcosa per noi di fantastico, altra manifestazione di una religiosità tanto distante dai nostri canoni e che trova la sua linfa vitale nel sangue, nel fumo di sigaretta, nel gin e nell’olio di palma, altri ingredienti utilizzati per portare a compimento i rituali.

La sobrietà dei somba si mischia alla spettrale visione di Dan Koli, richiamando i teschi dai sorrisi immobili di Lomé… serve qualche altro ingrediente, tutto sembra complicarsi e si prova la sensazione di dover tentare la risalita di un vortice di non senso, finché arriva il 10 gennaio ed ecco che la matassa, pur ingarbugliandosi ancora di più, almeno è visibile quasi nella sua complessità. Un groviglio che lascia i non adepti nell’impossibilità di districarne anche una minima parte.

Ouidah è una cittadina sorta in prossimità del Fort Portugais, oggi museo storico, ed è un dedalo di viuzze sterrate e fragili costruzioni. Di mattina presto, il 10 gennaio, inizia la processione dalla casa del papa. Il linguaggio sembra così vicino a qualcosa di conosciuto e comune che a prima vista può ingannare; la contaminazione è superficiale, è solo a livello del significante. I riflessi del sole sono schermati dagli occhiali scuri di un uomo circondato da guardie della sicurezza non in divisa. Un sorriso non proprio rassicurante, orecchini dorati e bracciali sono gli ornamenti del pontif, nella veste verde dell’abito tradizionale, insieme alla testa di un felino maculato che gli pende dal collo. Uno stuolo di dignitari religiosi, evidentemente la casta sacerdotale, circonda il papa e dà prova in quest’occasione della propria opulenza, facendo sfoggio di orecchini, bracciali e pesantissimi amuleti d’oro. I copricapo sono arricchiti da protomi zoomorfe anch’esse in oro e la sacralità dell’incedere tra la folla è suggellata dagli imponenti bastoni che rappresentano le diverse comunità o famiglie. “C’est mon devoir bénir tout le monde”, mio dovere è benedire tutti: è questo  il linguaggio utilizzato dal pontefice durante la festività, in occasione della benedizione di ogni angolo di Ouidah mediante il fumo che proviene da una misteriosa polvere a cui un sacerdote ha dato fuoco e su cui sputa sorsate di gin. Subito dopo, le parole del papa, stavolta non in francese, rappresentano l’ingrediente fondamentale della benedizione.

Per tutto il giorno la musica e i ritmi delle danze risuonano ovunque. La gente suona e balla al seguito delle benedizioni fino al santuario dei pitoni, altra tessera del mosaico, rappresentata stavolta da una creatura viva, il pitone, che assurge direttamente al rango di divinità. Al dio Serpente è dedicato un tempio in cui vivono centinaia di altri pitoni che si nutrono delle vittime sacrificali portate periodicamente in offerta. Nella parte più interna e nascosta del santuario risiedono i feticci segreti del vudun, un vero temenos inaccessibile ai non addetti.

L’euforia della folla si sposta pian piano dalla città verso la costa, nella grande spianata dove torreggia il monumento nazionale del Benin, La porte du non-retour, che ricorda i tempi bui della tratta e le processioni di uomini che incatenati salpavano alla volta delle Americhe. Il luogo è carico di simbologia e vuole essere il punto centrale per la rinascita delle tradizioni degli antenati: da dieci anni il vudun in Benin è infatti religione di stato, nonostante i secoli di repressione e di illegalità in cui era l’aveva confinata la cristianità francese.

La sconfitta di quel tentativo di repressione è ben dimostrata dal caleidoscopio di colori riflessi dagli abiti tradizionali delle famiglie e delle classi sacerdotali che assistono all’evento. Una pletora euforica di persone arriva da ogni luogo, la maggior parte si muovono a piedi, a fiumane  lambiscono la radura e senza un copione iniziano a compiere danze, canti e rituali. Ciò che stupisce è la totale assenza di una centralità e di un’organizzazione da seguire durante la giornata. Ognuno fa e sa perfettamente cosa deve fare e dove deve trovarsi. Le sedie di plastica regolarmente ordinate sono spostate e messe circolarmente per fare spazio alle danze, dal nulla compaiono sacerdoti o sacerdotesse che in diversi angoli iniziano a danzare e a compiere azioni a noi incomprensibili. Tre anziane signore, capelli bianchi tagliati cortissimi, iniziano a masticare e a sputare a terra mucchietti di fagioli, imbevuti di gin. Incredibile, questa volta il feticcio: il tramite con il sovrannaturale è rappresentato proprio da quei mucchietti di legumi e l’interesse con cui le classi sacerdotali dai copricapo aurei seguono l’evento è la dimostrazione della sua grande importanza che davvero noi non riusciamo minimamente a penetrare. Non lontano, un altro sacerdote danza e parla, tracciando linee simboliche con la farina sulla sabbia, e si rivolge a una bomboletta di legno. Il feticcio è appena abbozzato, il legno è stato scolpito grossolanamente e porta su di sé i segni delle incrostazioni di sangue e di altre sostanze grasse, ancora olio di palma. Sigarette accese vengono poste tra le labbra della statuetta, per meglio permetterle di assurgere al suo ruolo di tramite. Con movimenti leggiadri e studiati vengono accuratamente preparati piccoli mucchi di polvere pirica a cui viene poi dato fuoco.

Contemporaneamente, al centro del piazzale, in equilibrio su un’asta di bambù, alta una decina di metri e conficcata semplicemente nel terreno, un adepto che ha ricevuto la forza da qualche divinità compiva acrobazie. A sorreggerlo era la sola forza degli addominali e non aveva alcuna assicurazione a prevenzione di eventuali cadute. Questa è sicuramente un’eventualità non prevista, perché dallo sguardo sereno ed euforico dell’uomo, traspariva una sicurezza che veniva trasferita a tutti i presenti.

Cercare un minimo di ordine nel pantheon vudun è una pura illusione per la grandissima eterogeneità dei culti e noi siamo solo osservatori esterni a cui non è concesso capire e a cui è lasciata solamente la superficiale spettacolarizzazione dell’orrore in occasione di un sacrificio o lo stupore per le danze che conducono allo stato di trance.

In mezzo a tutto questo, che avveniva senza un ordine e senza alcuna postazione predefinita, il papa troneggiava all’ombra del suo ombrellone regale, girato da un servitore in modo da ripararlo dal sole e attenuare così l’insopportabile calura. Circondato dalle gerarchie sacerdotali il papa riceveva in continuazione la visita dei dignitari che, oltre a stringere le mani inanellate e a rivolgersi agli scuri occhiali, portavano doni e si inchinavano ripetendo in continuazione formule di rito.

Dreadlocks dei rastafariani, capigliature bionde dei bianchi inginocchiati di fronte al pontif che sembrava ignorarli, rispondendo con assoluta indifferenza e un sorriso beffardo: isolato dal caos della festa e circondato dai suoi dignitari non contribuiva in alcun modo allo svolgimento e dava l’impressione di essere quasi incapace di sporcarsi le mani nei rituali e di avere un ruolo del tutto marginale se non addirittura inesistente. Il gioco infatti continuava perfettamente, tutto sembrava girare e muoversi in autonomia senza il suo intervento.

Siamo a metà pomeriggio: nel momento in cui la calura soffocante sembra alleviare la sua morsa ecco il pontefice alzarsi e pronunciare la grande benedizione per l’umanità intera. Un discorso breve, accompagnato dal delirio festante degli astanti. Poi, senza troppe cerimonie, la grande piazza si svuota e come processioni che seguono direzioni diverse, la maggior parte della gente riparte a piedi, davvero in pochi in macchina o in moto-taxi, per ritornare alle loro destinazioni d’origine.

Ci è stato spiegato che quel giorno non ci sono stati sacrifici cruenti perché gli spiriti avevano messo in guardia il pontefice, preannunciando calamità. Ma li abbiamo visti in una delle chambre de vision nei pressi di Ouidah, una serie di stanzette costruite in maniera irregolare che ospitano i feticci di alcune divinità. Una baracca con un montarozzo di terra su cui è stata abbozzato un solco che doveva somigliare ad una bocca e che fumava due sigarette è la rappresentazione dell’angelo Saint Michel, che ha la capacità di allontanare il male. L’apparente blasfemia in realtà è ancora sincretismo a livello di significante. Una retina di grasso, cosparsa di carmineo olio di palma e penne di pollo incorona una bamboletta in legno intenta a fumare, nel momento in cui un sacerdote con sonagli di ferro intonava una serie di canti e si rivolgeva al feticcio, bagnandolo con spruzzi di gin di palma. La musica diventa insistente, un gran numero di persone intona canti all’incalzante ritmo di una gran quantità di percussioni, gli inni sacri si rivolgono stavolta ad una serie di feticci posti in una stanza piena di fumo e dal tetto di lamiera il cui caldo opprimente è denunciato dai rivoli di sudore che solcano la pelle dei presenti. Tutte le attenzioni sono rivolte ai feticci più grandi, sia statuette sia di altre forme (anche un piatto metallico pieno di ferro e una catena di motocicletta), tutti devono fumare e bere gin, spargere olio di palma e sangue. Più di un pollo viene sgozzato in presenza del feticcio e il sacerdote che ha compiuto l’atto aspira dall’apertura effettuata sulla trachea dell’animale una grande boccata di sangue e la sputa contro il feticcio. La carcassa esanime è buttata tra i piedi dei danzatori che la calpestano ignorandola, ormai tutto è parte di un’unica cosmologia che ingloba ogni attore e rende ogni elemento un ingrediente indispensabile. L’euforia sale, i ritmi continuano a crescere, gin gettato ovunque, la misteriosa polvere pirica è parte integrante dell’occasione e le nuvole di denso fumo contribuiscono ad appesantire l’atmosfera dell’ambiente favorendo il contatto diretto con gli spiriti e lo stato di trance. Uomini e donne si cospargono il corpo di polvere bianca e insieme continuano a danzare, cantare, fumare e bere sollecitati ripetutamente dai ritornelli dei sacerdoti, dall’agitarsi dei sonagli e dei feticci davanti a loro; gli scuri occhiali da sole di un feticcio, troppo simili a quelli del papa per essere stati piazzati lì per caso, tengono in soggezione gli occhi di una donna che comincia a tremare, tenta di resistere ma è trasportata in un mondo diverso, dove si odono percussioni e la calura soffocante del tardo pomeriggio rende i corpi spossati, li spinge a terra, a rotolare nella polvere, ad agitare le braccia e le gambe, a scuotere la testa, finché repentina arriva la quiete per chi è stato scelto e ha avuto il privilegio di conoscere direttamente ed in maniera non mediata.

Sull’aereo che da Cotonou ha effettuato uno scalo imprevisto a Lagos ed è poi ripartito per Casablanca, alla volta dell’Italia, nel ripensare al tutto c’è molta confusione, ma insieme una profonda nostalgia.

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