La prima volta che ho letto una lapide

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ANDREINI Lapide

Camminavo in un parco dall’erba curatissima e verde intenso. Alle spalle avevo lasciato una pista ciclabile sterrata, graziosamente curva, e gli amici che ci avevano invitato, che conversavano con mio marito. Davanti avevo un mare vasto, azzurro, liscio, e un cielo striato di nuvole leggere. Ho posato la bici e percorso alcuni passi soffici sull’erba che odorava di fresco.

Sanno fare davvero bene queste cose, gli americani, pensavo. Un angolo così rilassante in questo compound dove la gente viene a distrarsi nel week end… l’ideale per lasciarsi indietro per qualche ora i vari trambusti della capitale.

Pensavo a come doveva essere piacevole affittare una delle casette perse in giro nel parco e lasciarsi sedimentare l’umore un po’ alla volta nell’armonia tutta intorno.

Gli occhi non sapevano staccarsi dalle poche piante disposte a cornice dello spettacolo naturale. Qualche cespuglio fiorito, qualche alberello decorativo. Un albero isolato in mezzo al prato.

Sembrava che dialogassero col mare e il cielo, che si scambiassero un sussurro per dirsi a vicenda: “Ma guarda quanta pace c’è stasera…”.

L’albero messo così, in mezzo al prato, era una piccola esclamazione dentro a quel sussurro, una specie di frase più vibrante che catturava per forza l’attenzione.

La sua chioma verde sembrava quasi di sentirla, con tutte le foglie che tremolavano di vento e di luce. Ma in realtà non c’era quasi suono nella scena luminosa di quel pomeriggio. L’unico rumore che mi sono accorta di percepire è stato, a un certo punto, quello del mio fiato, perché avevo respirato così tanta bellezza da doverne soffiarne un po’ fuori con un sospiro.

Ho trattenuto lo sguardo sull’albero. Sulle sue foglie, sul tronco chiaro, sulla targhetta posta ai piedi della pianta. Cosa era? In pochi passi mi sono avvicinata. In pochi istanti ho letto che l’albero era stato piantato dai genitori di un bambino, per ricordarne la morte prematura.

Così, come un incespico, un singhiozzo, un balbettio o addirittura una burla… una lapide in mezzo all’armonia!

Che rappresentava? Una distorsione, un insulto, un oltraggio…? Sopratutto una negazione. Tutto questo che vedi – diceva – tutta la bellezza e la serenità sono finti, sono lo scenario falso di una tragedia vera…

Questo ho pensato e avrei voluto interrompermi, avrei voluto staccare gli occhi dalla targa, voltarmi indietro, raccogliere la bici per pedalare via veloce da quel luogo di finta gioia.

Avrei voluto allontanarmi il più possibile da quell’albero che adesso non frusciava più frasi di armonia, ma portava appesi tutti gli spettri delle mie vecchie paure, invece. Una ad ogni foglia di ogni ramo.

Gli occhi però hanno una loro saggezza, che il cervello non ha. Si sono collegati a qualche corrente di comprensione profonda e sono andati avanti da soli, per fortuna. Hanno letto tutto il cartello, diventando sempre più avidi di leggere, via via che proseguivano.

I genitori avevano piantato l’albero per ricordarsi il loro bambino meraviglioso che li aveva resi così felici, nel breve tempo che era stato con loro. Ringraziavano Dio per avergli donato quei pochi anni, per avergli concesso di conoscere quella persona e di arricchire le loro vite della sua presenza e del suo ricordo. Lo avrebbero pensato sempre, con gioia.

Ho proseguito la passeggiata verso il mare, frastornata.

Da sempre fuggo i cimiteri, le messe, l’idea della morte. Un pugno nello stomaco, per me, anche solo la constatazione che qualcuno abbia perso una persona cara… e un’ingiustizia, un’interruzione dell’ordine ideale delle cose quando è toccato a me, perdere qualcuno.

E poi quella lapide piccola, in fondo a un albero bellissimo…

Non interrompeva l’armonia del posto, tutt’altro. Mi sono sentita all’improvviso leggera e grata per averla letta.

Mi sono vergognata della stizza che avevo provato poco prima. Una stizza da ripicca stupida, che veniva da una cultura come la mia, in cui il dolore è qualcosa di cui non fare niente. Solo una dimensione nera nera nera in cui scivolare avvolgendosi sempre più profondamente. Una dimensione di eroismo triste in cui l’essere più sensibile e buono è colui che si dilania senza requie, non scorda, non accetta, non si dà pace.

Il dolore per un figlio, poi… di che maledire la vita e tutti gli dei celesti per tutta l’eternità.

Non credo che sarei tanto brava come i genitori di quel bambino. Non so se arriverei ad accettare con così tanto coraggio, dignità e fermezza un dolore così forte.

Ma ho riflettuto, continuando a camminare verso il mare, sulla meravigliosa generosità del loro gesto.

Hanno piantato un albero arricchendo il paesaggio, hanno regalato parole che confortano chi le legge. Ci hanno ricordato di essere grati, qualunque cosa accada, della nostra vita, così com’è.

Hanno deciso di vivere dopo il dolore. Di trasformarlo, di metterlo fra le loro esperienze. Di vedere almeno quel che di positivo c’è stato nella loro storia. Che quindi è tragica, ma non deprimente. È dolorosa, ma non senza bellezza.

Immagino questi genitori riuscire a trovare il sorriso per gli altri, anche dopo il loro lutto. Li immagino continuare a porsi nel mondo portando qualcosa che non sia solo tristezza. Regalare bellezza. Gioia. Armonia.

Passeggiando lungo il blu del mare ho riflettuto che in fondo di questo si tratta, sempre. A che serve avvilupparmi nel mio nero? Far trapelare sugli altri la mia disperazione, qualunque ne sia l’origine?

Quali colpe devono espiare gli altri, per meritarsi il mio dolore? E io quello degli altri?

Meglio regalare un albero, una frase.

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