Malfatti e maltagliati

I nomi di certi piatti cambiano da un posto all’altro come i nomi dei pesci. I pesci e i piatti sono sempre gli stessi, i nomi no, e a volte succede persino il contrario, e i nomi sono gli stessi, ma i pesci e i piatti no.

di in: Spazzavento

a Ermanno Cavazzoni

 

Quello che lui ci raccontava o cantava: “Quando ero giovane saltavo i fossi per il lungo”; “Ho amici, ho degli amici io… mi basta fare una telefonata e il giorno dopo sei sui giornali, morto”; “Se vuoi un consiglio, non portare il coltello; con certa gente è meglio essere disarmati”, o anche: “L’ho inseguito fino per strada, con tutti i coltelli che uso per lavorare, quelli per la carne”; “Quel campanile del cazzo, ogni colpo è come una padellata nei coglioni”; “Chicago… Chicago… e io ci piscio”, faceva sparire le labbra di mia madre, come ai suonatori di oboe o di corno inglese.

Circa un anno dopo il funerale mi è apparso in sogno e, su mia esplicita e onirica richiesta, mi ha rivelato una terna da giocare al lotto, ma dalla faccia con cui mi ha rivelato i numeri avrei dovuto capire subito che sapeva già che avrei fatto qualche coglionata, avrei dovuto capire e accontentarmi di aver avuto da lui dei numeri, senza giocare, infatti ho scelto la ruota di Bologna perché era la città più vicina a dove era vissuto, mentre avrei dovuto scegliere Milano che invece era quella più vicina a dove era nato e a dove era sepolto; comunque quando ho visto che la terna era uscita su Milano ero contento, è solo che non avrei dovuto giocare. Lo hanno sepolto a Brescia; sua madre, la nonna, è ancora viva. Non so cosa provasse per gli animali, ma da quando lo conoscevo, e cioè da sempre, aveva sempre avuto almeno due o tre cani, tutte dalla prima all’ultima bestie dal carattere fuori dal comune, e tutti noti rubagalline e ammazzagatti sanguinari; i due peggiori erano due cani omosessuali, Duca e Marchese (“Il-caffè-allalì-vornèse”), che un giorno avevano strappato la testa di un bassotto che si era mezzo infilato tra le inferriate del cancello, per giocare (cioè, sia il bassotto che i due cani volevano giocare). Il bassotto si chiamava Budino e ogni volta che raccontava della sua morte mio zio rideva e subito dopo spiegava come si fa a fare un buon budino, e dei combattimenti tra cani.

Noi siamo tubercolosi,

rachitici e lebbrosi,

la nostra futura sorte

sarà certo la morte,

un campo di crisantemi

ed una grande fossa,

per far marcir le ossa

per tutta l’eternità”.

Il migliore invece, cioè il mio preferito, era un cane che rideva. Mio zio lo prendeva in braccio, lo guardava e gli diceva “ridi, fai vedere come ridi”, e il cane allora sollevava le guance fino a scoprire le gengive, quasi come un ringhio ma perfettamente silenzioso, tenendo i denti stretti e girando il muso verso le persone che erano lì, perché vedessero com’è fatta la risata dei cani. Sembrava che avesse la bocca piena di ossa sbriciolate, tanto i denti erano bianchi e stretti. Non ricordo come si chiamasse.

Gli piaceva bere whisky e gli piaceva il vino, e diceva che a fare il cuoco si diventa pazzi o alcolizzati o tutt’e due, e lui a volte sembrava davvero pazzo e era divertente quando chiedeva da bere con quella faccia da detective americano in bianco e nero, e tutti avevamo fatto a gara per averlo come padrino il giorno della cresima.

Diceva che pensava sempre a cosa cucinare e anche che ogni notte sognava di cucinare. Una delle cose che mi dispiacciono di più è che non mi abbia mai raccontato uno di quei sogni.

I nomi di certi piatti cambiano da un posto all’altro come i nomi dei pesci. I pesci e i piatti sono sempre gli stessi, i nomi no, e a volte succede persino il contrario, e i nomi sono gli stessi, ma i pesci e i piatti no; è un po’ come nella storia del marinaio: se un marinaio camminasse con un remo in mano verso l’entroterra, ad un certo punto, quando fosse arrivato dove non hanno mai visto il mare, le persone non direbbero più che quello che ha in mano è un remo bensì, che so, una paletta per tirare fuori il pane dal forno, ma la cosa che il marinaio avrebbe in mano sarebbe sempre la stessa cosa, solo che, in fondo, ormai nemmeno lui sarebbe più un marinaio. Per esempio, il nome “strangolapreti”. Dove allora vivevo io gli strangolapreti sono delle specie di gnocchi di erbe, di spinaci, tenuti insieme con uova, poca farina e a volte formaggio. Mi piaceva il nome strangolapreti, mi sembrava di mangiare il cibo dei guerrieri e degli assassini. Avevo gli occhi neri. Tutti i guerrieri strangolano i preti. Lui però li chiamava “malfatti”, e anche se i miei strangolapreti e i suoi malfatti erano la stessa cosa, i malfatti erano più buoni, perché erano un po’ più grandi cioè un po’ più lunghi, e lui li faceva semplicemente stringendo l’impasto verde nel pugno, mentre con gli strangolapreti l’impasto va appallottolato, si muovono le mani come se si stesse accarezzando o asciugando un gattino o un pulcino a grande velocità, senza però fargli male, e poi quando è pronta si lascia cadere una pallina verde, grande più o meno come una pallina da golf, e forse era proprio questo a sembrargli stupido dei miei strangolapreti (una volta era andato a lavorare per un ristorante dove tutti i giorni servivano canederli; non so perché ma lo mandava fuori dai gangheri il dover preparare i canederli, che sono delle specie di palle di pane vecchio, uova, farina, carne, formaggio, grosse come palle da tennis, da servire col brodo o col ragù, così dice la canzone, ma lui non poteva sopportare, così diceva lui, di dover preparare un canederlo uguale all’altro, tutti dello stesso diametro e dello stesso peso, neanche fossero munizioni d’artiglieria, così un giorno che erano arrivati otto tedeschi e tutti e otto avevano ordinato canederli lui aveva messo in piedi un unico canederlo, enorme, per otto persone, grande come un uovo di struzzo o la sfera di cristallo degli zingari, e i tedeschi l’avevano dovuto tagliare a fette per mangiarlo — quando poi lo licenziarono da quel posto non fu per il canederlo da otto ma perché le volte che usciva a ricevere i complimenti dei clienti finiva sempre che restava con loro a parlare e a bere, magari con ancora in mano uno dei suoi coltelli, e questo era anche il motivo per cui riusciva a lavorare al massimo per qualche mese nello stesso posto).

Per la verità la più brava di tutti con i malfatti era la nonna, tanto che io ero convinto che li avesse inventati lei, e che anzi tutti i suoi figli, perfino mio padre, li avesse fatti come con i malfatti, che avesse preso dell’impasto e l’avesse stretto nel pugno (le sue mani erano sempre state così, questo credevo, così storte, come dei rami, e lei era sempre stata così, come una vecchia; dicevo che lei era l’unica vecchia del mondo che mi piacesse baciare), che avesse appoggiato i malfatti in mezzo alla farina ma avesse dimenticato di metterli a cuocere, e così il giorno dopo invece dei malfatti c’erano mio padre e i suoi fratelli, ancora un po’ verdi e con qualche filo verde che gli usciva da sotto il collo come a tanti spaventapasseri, ma già del tutto simili a delle persone, sì, pensavo, doveva essere così, non c’era altra spiegazione dato che in tutti mio padre e i miei fratelli erano in undici, e nessuno può fare undici figli, così pensavo, a meno di vivere per trecento anni.

Mi sembrava che un’altra prova fosse che due dei fratelli non erano come dire riusciti, come capita quando l’impasto non è ben stretto o ci sono troppi spinaci o troppo poco uovo. Uno era morto da piccolo e mia nonna aveva la sua foto sul comodino, e il bambino aveva uno sguardo come se sapesse già che stava per morire, e sicuramente era così, aveva sentito subito che magari con lui l’impasto non era stato stretto bene o che c’erano troppi spinaci e troppo poco uovo, appunto, e adesso nella sua tomba c’era solo una pasta verde senza forma (“come la merda” dicevo sottovoce, nascosto dietro la poltrona, e poi mi mettevo a piangere perché anche se era morto quel bambino era mio zio, e prima di addormentarmi pensavo che la nonna aveva fatto anche tutti gli altri uomini, non solo gli undici fratelli, undici malfatti li fai in due minuti, e così lei aveva lavorato notte e giorno, in segreto, magari nascosta dentro un armadio, perché nessuno scoprisse i suoi piani; appoggiava in ordine i malfatti sulle assi e man mano che prendevano vita e gli spuntavano i piedi e le mani i malfatti si alzavano, scivolavano fuori e andavano a popolare il mondo, lasciando sulle assi dell’armadio lo spazio per quelli che non erano ancora stati stretti nelle mani tutte storte della nonna; alcuni appena iniziavano a muoversi andavano a sbattere l’uno contro l’altro o contro i muri come tanti ubriachi perché la testa è l’ultima a formarsi, altri invece non riuscivano nemmeno a raggiungere la porta e a uscire che crollavano su sé stessi come meringhe venute male o vecchie vesce, e dalle pelli afflosciate usciva una nuvola di polvere verde; altri invece finivano sul serio in padella, come doveva essere, e io li dovevo mangiare tutti, anche quelli che erano riusciti a scappare, così pensavo, mentre da dentro gli occhi iniziavano a uscire i sogni come pescigatto dal fango, dovevamo mangiarli tutti, io e gli altri undici, e anche la nonna, o non sarebbe più potuta uscire dall’armadio — una volta, mentre ero così addormentato dietro la poltrona, qualcuno ci si era seduto sopra e lo schienale aveva ceduto leggermente schiacciandomi la faccia, e ancora adesso quando sbadiglio o dormo su un fianco mi si sloga la mandibola, come i serpenti).

L’altra prova era una sorella. Un giorno avevo messo l’occhio contro la serratura della sua camera e lei era nella serratura, anche lei a sbirciare, l’occhio come una biglia di vetro nell’acqua o un gufo impagliato. Facevamo a gara a chi resisteva di più con l’occhio contro la serratura, finché non venivano a cacci arci via da lì. Parlavamo sottovoce perché le cose che dicevamo erano impossibili da dire ad alta voce, perché non erano vere parole, ma era impossibile anche pensarle e basta, senza dirle; l’unica era dirle sottovoce. “Vive con una tartaruga gigante, ma dato che il guscio non si poteva rompere le ha spaccato la testa”; “Impicchiamola”. A volte la notte la tartaruga scappava, sentivo che picchiava la testa rotta contro le pareti mentre arrancava per il corridoio come la pietra di Sisifo.

Un’altra prova ancora era che mio padre era capace di staccarsi un pollice dalla mano. Mi guardava dall’altra parte del tavolo e mi diceva di guardare, poi si prendeva un pollice con la mano e iniziava a fischiare, e il pollice veniva via. Io volevo vedere il pollice staccato da vicino, perché ero sicuro che dentro il pollice avrei trovato i fili verdi dei malfatti, poi ordinavo a mio padre di riattaccare il pollice perché sapevo che, se non lo avesse riattaccato in fretta, al pollice sarebbero spuntate le gambe e forse sarebbe diventato un uomo, un altro fratello, ma io non ne volevo altri, e poi per mio padre avrebbe potuto essere pericoloso. Tempo dopo, in ospedale, durante le visite, mio padre mi avrebbe insegnato a fischiare, così quando la notte mi fossi annoiato o avessi preso paura dai passi delle infermiere nei corridoi avrei potuto fischiare per non pensare, e ancora adesso quando mi capita di fischiare è come se mi tornasse di colpo la febbre, e avessi di nuovo tutti i tubi intorno alla testa, con tutte le infermiere che entrano ed escono dalle porte lungo il corridoio, sempre più vicine. A volte andavo dalla nonna mentre faceva i malfatti e le chiedevo se non aveva mai provato a fare delle tigri, o degli uccelli, o dei serpenti a sonagli, o delle piante carnivore, o dei giocattoli; ricordo che lei rispondeva, ma che io non capivo niente di quello che mi diceva, nemmeno una parola, c’era solo la sua voce ma senza significato, e le mani che stringevano le erbe e mettevano in ordine i malfatti; ecco qual era la differenza con gli strangolapreti.

E poi undici fratelli sono troppi anche per chi li conosce, perfino per me che ero della famiglia. Con due fratelli, uno vede le somiglianze e le differenze, come nelle vignette di enigmi; con tre fratelli, e forse anche con quattro, la cosa può ancora funzionare, ma con undici è come vedere sempre la stessa persona che volta a volta diventa un bambino, un uomo, una donna (perché c’erano anche delle altre sorelle), un ragazzo, una ragazza, una pazza, un morto, tutto nello stesso tempo, come un mazzo di carte o un mostro, undici capelli uguali ma diversi, undici occhi uguali ma diversi, undici gufi impagliati che vanno da tutte le parti, come le righe delle tabelline dove i numeri hanno qualcosa che li lega ma sono ciascuno pur sempre un numero diverso dall’altro, o come un uomo che continua a provare una nuova maschera o una nuova smorfia dietro l’altra, un imitatore di voci o un burattinaio intrappolato nelle troppe marionette come in una rete da pesca, o come sentire uno dopo l’altro tutti i dialetti e tutte le lingue del mondo. Un incubo, e anche con i malfatti era la stessa cosa, perché non ce n’era uno uguale all’altro ma in fondo erano tutti uguali.

Io dicevo sempre che da noi invece c’erano i maltagliati, che è un tipo di pane. Era il mio pane preferito e come i malfatti anche i maltagliati erano maltagliati perché erano tutti uno diverso dall’altro, ma non ricordo o forse non ho mai capito cosa mi venisse risposto quando chiedevo di poter mangiare malfatti e maltagliati nello stesso pasto, anche lì erano solo suoni di voci che non volevano dire niente, erano più come i versi degli uccelli, è così quando praticamente non si è ancora nemmeno bambini e si riesce a malapena a parlare, e anche nel ricordo le cose restano per sempre così, non è vero che nel ricordo cambiano, anche quando le parole che ci avevano detto le si riuscirebbe a capire, si continua a non capire niente.

Anch’io a volte avevo provato, avevo preso un po’ di impasto verde e l’avevo stretto nel pugno, avevo stretto più forte che potevo, ma quando avevo aperto la mano in mano non mi era restato quasi niente, come nei sogni in cui stringi una moneta d’oro o la coda di un gatto e quando apri gli occhi non vuoi aprire la mano, perché senti ancora l’oro che preme nel palmo, ma nello stesso tempo inizi a distinguere gli angoli retti della tua camera, la luce del sole che filtra dalle imposte, e a sapere che quando aprirai la mano la troverai vuota.

 

Prima di andare via ci lasciava sempre delle lasagne da tenere nel freezer. Alla fine, un giorno che le abbiamo mangiate, erano calde, la besciamella era morbida, e con il ragù era come se i sapori si trasformassero man mano che le mandavi giù, carne pomodoro erbe noce moscata ginepro e altro ancora, come nel paese delle meraviglie, come se fossi tu ad andare avanti, per così dire, e non la pasta e la carne ad essere inghiottite, le lasagne erano ancora così buone che avresti detto che lui era ancora di là in cucina, magari a tagliare strisce di pasta con la macchinetta per le tagliatelle che portava sempre con sé, o a bere whisky, o a cantare con la radio, o a stringere l’impasto verde nei pugni; avresti detto che era di là a controllare il brasato di asina, la sua specialità, e non che era ormai già passata una settimana da quando lui era morto.

Ricordo che la pasta era ancora annerita e croccante al punto giusto e nei punti giusti, negli angoli, con pezzettini di carne incenerita, e io ogni volta dicevo che sapeva di incendio, che era come il sapore di una casa o una foresta che bruciano.

Questo racconto è nato sotto l’influenza degli incontri di SPAZZAVENTO.