Presiden arsitek/ 31

“La difficoltà del comandamento bellico cinese di conoscere il proprio nemico sta nella sgradevolezza che quella conoscenza ci provoca. Così il più elementare degli stratagemmi può essere messo in atto dal più inumano, indifferente alla nausea, o dal santo, che per il proprio nemico non ha che amore. Per questo è il santo, il più perfetto assassino”.

di in: Presiden arsitek (0)

Dai Sermoni della scomunica di don Giorgio Giorgio (Trascrizione a cura dei fedeli della parrocchia di S. Satiro, in seguito inoltrata alle competenti Autorità Ecclesiastiche perché avviassero il processo di scomunica del sacerdote. I materiali sono attualmente custoditi nei sotterranei di proprietà dello Stato Vaticano e situati nei locali dismessi dell’acceleratore di particelle del Gran Sasso. Dove non indicato diversamente, sono riportate tra parentesi tonde e in corsivo le annotazioni dell’osservatore pontificio inviato a scopo istruttorio onde verificare la solidità delle accuse dei parrocchiani di don Giorgio Giorgio):

“La primissima tentazione di Adamo venne ben prima del Serpente: fu la vista degli altri animali, che lo spinse a chiedere a Dio una compagna. Fu così che il Serpente imparò a parlare. (Non è stato possibile definire ulteriormente quale connessione vedesse l’imputato tra il desiderio di Adamo e l’insorgere del linguaggio nel Serpente) Se si preferisce, la tentazione cominciò ovvero usci dal bozzolo dei potenziali quando Adamo tornò a guardare in cielo, chiedendo a Dio una compagna. Guardare coincise con il primo definirsi del Male: ma questo è quello che voglio vogliamo chiederci insieme oggi ma per che altro Dio lo aveva creato, aveva creato Adamo se non per guardare e lodare l’opera sua? Forse eh forse non so l’aveva creato anche per lordarla, se mi si passa il giochino che poi non è un–– State con me. L’aveva creato sentitemi bene non per essere lodato che chi si loda si imbroda e se non lo sapeva lui chi–– l’aveva creato come dire come una specie di richiamo, un fischietto (risata repressa) insomma per tornare a incontrare, e sia pure tra le anguste pareti di quel putrescente campo di battaglia che è l’essere umano, per tornare a rivedere il proprio perduto figlio, il prediletto. Eh ma direte voi. Eh rispondo io sì: sì, certo, ma non dimentichiamo la mamma. Cosa voglio dire. Non dobbiamo dimenticare che, non avendo Dio una compagna (e questo serbatelo in un posticino speciale perché ci torneremo, promesso), essendo Dio Dio e basta senza una Dia a fargli compagnia, il suo amore non è mai esente da quelle incandescenze squisitamente materne che per un dio soltanto maschile sarebbero molto semplicemente inaccessibili. (Lunghissima pausa. Sospiro.)

Anni dopo, quando per la prima volta mi raccontarono del regno di Auschwitz (bisbigli; una signora si alza e se ne va), del regno di Auschwitz e di come scesi dal treno i bambini venissero separati dai genitori, mi sarebbero tornati in mente i giorni passati al villaggio turistico di Waltzwaltz: tanta è la nostra incapacità di correttamente commisurare opere e opinioni [NOTA Extra Ecclesiam: Il lettore interessato ad ulteriori notizie intorno al borgo metropolitano di Waltzwaltz è rimandato alle pagine di In cuniculum dedicate agli avvistamenti della città e sopravvissute al rogo di Lapin]. Che poteva avere in comune la separazione dai genitori perpetrata nel villaggio turistico con quella in Auschwitz, se non forse solo il singolo istante, il primo momento del distacco per essere posto tra le braccia di un funzionario? E chissà no chissà che tra le SS non ci fosse anche chi, nella vita civile, intratteneva i bambini, una squadra di pallone perché no e invece chissà quali turpitudini no a quali turpitudini gli animatori del villaggio di Waltzwaltz si sarebbero abbandonati, ci fosse stata una nazione a sostenere il loro tormento (dal fondo un uomo grida “Caput tibi instar penis” [NOTA E. E.: A quanto pare l’osservatore pontificio affida ad un suo tremulo latino eventuali scabrosità linguistiche, derogando brevissimamente al verbatim] e se ne va tirandosi dietro due bambini). Ricordo per esempio che una bambina mi aveva portato all’interno di un gigantesco tronco di ulivo; eravamo circondati dalle nodosità del tronco come da–– come una capanna di vipere fossili. Il tronco dell’ulivo si tirava su come una muraglia un cerchio di mura viventi intorno a noi, mi capite vero? lo vedete dove stiamo andando dove vi sto portando e indicando, indirizzando, incanalando e instradando in uno ed uno ad uno? Albero sì albero, perché quello dove mi ha portato la bambina era sicuramente un albero ma ecco e ma e (sono stati mantenuti quasi tutti i balbettamenti; [NOTA E.E.: La trascrizione dei fedeli è, come in ogni processo a un eretico, anche scalcagnato come questo qui, puntigliosissimamente redatta: ovvero, intende esser letta come tale: ovvero, diffidare ora e sempre di ogni & qualsiasi iperrealismo processuale; e cosa vorrebbe poi dire «sono stati mantenuti quasi tutti i balbettamenti»?]) l’Albero era insieme anche il recinto (innalzamento del tono fino a un picco semipavarottiano sulla i di recinto) dell’Eden: ecco: ecco, ECCO rivelata la prima burla di Dio al suo pupazzetto di fango e sbava <sic>, poiché noi siamo i giocattoli sbrodolosi di Dio come già rivelò secoli prima di Cristo Nostro Signore il (urla di fedeli esasperati da un segmento omelico, diciamo un omilema [NOTA E. E.: Da questi ed altri consimili stridori nel dettato dell’osservatore e ormai diciamo pure commissario pontificio il lettore è incoraggiato a trarre le più astute e fin audaci illazioni narrative; lettori che non si conducano come eretici sono pregati di togliersi dai coglioni ovvero più urbanamente da qui] che evidentemente non è la prima volta che sentono)––– lasciamo va bene se fate così lasciamo per un momento da parte il discorso che volevo avevo preparato per oggi il discorso sulla vetrina dei giocattoli che comunque la vetrina ci riguarda tutti e torniamo ai due bambini cioè io e la bambina dentro l’albero, perché poiché il punto è che noi due bambini potevamo stare comodamente al suo interno senza poter più vedere il punto da cui si usciva, capite? Il problema non è che dall’Eden si viene cacciati, il problema è che non si sa come andarsene, che cioè poi sì quando si va nella pratica come si fa a intrappolare della gente in un tronco chiederete voi, ma è non so è come se lì il tronco vuoto si arrotolasse in un principio di spirale, non so se riuscite a vederlo come lo vedo io (vago e ispirato gesto spiraleggiante in aria), e i due bambini, noi eravamo lì dentro uno di fronte all’altro cioè altra (pausa lunghissima, quasi a suggerire e perciò imporre ai fedeli un esercizio loyolesco intorno a tutte le implicazioni umane e divine di quell’altra). La bambina abbassò brevemente le mutandine del costume, e poi chiese a me di fare lo stesso. Non ricordo se ubbidii, ma ecco: volevo arrivare lì: era ritrovatalì, in quell’ulivo, per un breve momento la lieta la bella immortalità di Adamo ed Eva: e anche questa volta lo vedete anche voi non racconto storie era stata la femmina a innescare la rivelazione poiché perché no ma cosa ma perché poiché lasciatemi dire prima di poiché cioè anche perché la cacciata dall’Eden altro non fu che la somma rivelazione, cioè perché una rivelazione del genere? Perché una rivelazione del genere? Perché? (braccia alzate in alto come un profeta da kolossal americano; nel frattempo se ne sono andati quasi tutti, dopo aver ricevuto una quanto mai irregolare comunione da un diacono che sbucando con solo un indice da una delle navate laterali ha invitato i fedeli, come uno zio svampito che di nascosto propina ai nipotini dei biscotti alla crema proprio prima di cena; restano ad ascoltare il sacerdote alcune donne il cui parletico rende impossibile capire se stiano capendo qualcosa). Non ricordo se anch’io feci lo stesso, intendo le mutande, anzi il costume da bagno. Mutande o costume. Be’ be’, non importa. (Lunghissima pausa, come se dopotutto importasse. [NOTA E. E.: Qui, sul margine sinistro, a matita e forse di altra mano: «Estasi?»] Lunghissimo sorriso alle signore, quasi a propria volta il sacerdote si fosse medusizzato in un rictus che, sia detto fuor di inchiesta e mero scopo illustrativo, tiene comunque nel complesso, tra sacerdote e vecchie signore e tutto, del demoniaco). Poi arrivò mio padre e ci portò via da lì me e la bambina con le mutande. Non so dove fosse la mamma.

Ora. Ora. Ora. Restate con me. Quando Adamo vide le coppie di animali, chiese a Dio di avere anche lui una compagna, ma chiediamoci chiedetevi nessuno si è mai chiesto perché non chiese se esistesse una compagna anche per Dio? Io come Adamo da Adamo mi sarei aspettato non dico fossi stato Dio che non bisogna nemmeno permettersi di pensare sia pure come impossibilità questa possibilità in quanto non (allarga le braccia, sorride come dire “Che dobbiamo fare, siamo imperfetti sputacchi di fango, eppure com’è buffa e se si vuole spassosa questa vetrina in cui ci hanno sistemato, n’est pas?”) non pos-si-bi-le, appunto, mea culpa mea culpa mea maxima cul–– ma dicevo io come Adamo mi sarebbe venuto da chiedermi o almeno da pensare che anche Dio avesse diritto a un po’ non so io di coccole un po’ non so di calore, non dico poi per me ora, non dico ora, ora non mi sognerei mai di chiedere una cosa del genere ma dico da Adamo che non dimentichiamoci è come un bambino non dimentichiamo che Adamo è un bambino perché troppe volte dimentichiamo l’innocenza che troppi qui e chi ha orecchie da intendere, allora, ancora troppi qui scambiano l’innocenza per impudenza, no? non ho ragione?

Ma dobbiamo tornare a Waltzwaltz, perché dell’Eden non si sa più nulla perché sentitemi bene non si vuole sentire più nulla noi davanti all’Eden ci tappiamo gli occhi e quindi se è così torniamo insieme a Waltzwaltz perché non ci rimane altro dove andare. Uno dei ragazzi più grandi quindi del villaggio turistico di Waltzwaltz era soprannominato Dio, e da lì, per me, be’ be’: vi confesso: perché esiste anche la confessione del pastore al proprio gregge per me vi dico la solita immagine del vegliardo del vecchietto con la barba bianca che hai voglia la teologia e i mistici ma tutti chi più chi meno quando si parla di Dio–– ma per me vi confesso che quell’immagine è in competizione con quegli occhi tutti slavati e come si dice mesti di quel ragazzo che forse non so se un po’ ritardato, ritardato… non si può o si può dire ritardato non so più nemmeno quello che si può dire o non dire invece nell’Eden lo sapevamo ma tanto poi si disubbidisce lo stesso perché le parole se sono lì stan lì per essere dette e se Dio avesse voluto dei santi non aveva che farci tutti muti come maggiolini e allora vedevi che paradiso ma mi stavo confessando era un bel momento torniamo lì, dicevo quel ragazzo facciamo allora diciamo allora quel ragazzo un po’ speciale che tutti chiamavano Dio e che non ricordo o non ho mai saputo il nome e da bambino nel dormitorio del villaggio turistico di Waltzwaltz mi ritrovavo a fantasticare che forse Dio cioè il ragazzo, Dio, che chiamavano Dio, lui era lui il vero Dio, che se Dio avesse voluto nascondersi quale angolo migliore del cervello di un ritardato speciale, e forse poi se ci pensi la faccia l’espressione mezzo imbambolato e imbronciato delle sue labbra molli dal far niente non era ebetudine ma un coprire lo sforzo di concentrazione a che Dio cui Dio è ininterrottamente sottoposto per tenere in piedi ciò che alcuni me compreso chiamiamo Mondo.

Dio passava la gran parte del tempo a disegnare creature per un complicatissimo e non mai visto prima videogioco che aveva intenzione di realizzare e che chissà ma non–– (…omissis, su ingiunzione della Sezione per l’Igiene Psichica del Tribunale dell’ex-Ducato di Schwarzschwarz momentaneamente distaccato presso i rioni sud-orientali del distretto Venezia/Jakarta; i materiali verranno desecretati una volta conclusa l’istruttoria per la valutazione di eventuali connessioni, addentellati e tangenti col/al concomitante e interminabile ovvero non ancora propriamente avviato processo a carico dei cd Figli del Capitan Visiera in merito alla diffusione non autorizzata di materiali sensibili vincolati al protocollo di riservatezza per la fase BRAVO dei test su NITA™) Dio usava e forse usa ancora quasi soltanto il colore nero, e sul grande tavolo dove gli orfani a ore, a giorni, mesi e infine anni del villaggio turistico di Waltzwaltz consumavano, gli (gesto delle virgolette con le dita; risvegliata all’improvviso e chissà perché dal gesto, una delle vecchie si scuote e inizia a mormorare una specie di cantilena in quel che un compositore tardoromantico nonché austriaco potrebbe indicare come un <sic ––– nonché bah> Pianisimo più possibile e disperato, che si srotola ininterrotta a bordone del resto dell’“omelia”) “orfani”, i loro pasti, uno spazio non piccolo era riservato a Dio e ai suoi disegni, e mai come quando era chino sullo schizzo, che so, di un demone non più grande di una falena e con una minuscola testa da uccello dal cui becco usciva una furia di farfalla, la nerezza della sua lingua spiraliforme–– ([NOTA E. E.: A conferma del nostr precedente invito alla diffidenza, da qui in poi la rigidità della trascrizione si fa più blanda ovvero più grammaticalmente sorvegliata] Lunghissima pausa. Capo chino, come a dover reggere il peso di un’intera cattedrale di assortiti non-sum-dignus e de-profundis-clamavi-ad-te. [NOTA E. E.: L’osservatore/commissario pare inoltre qui essersi lasciato scivolare in un’autoindulgente sonnolenza verbale dalla quale si biforcano come si vedrà brevi epperò per le nostre indagini quanto mai preziosi fantasmini, chiamiamoli così] Ad involontaria – ma poi comunque chissà – enfatizzazione della tragicità religiosa del discrimine, non si sente che il Pianisimo della vecchia, un lamento senza parole o troppo sommesso per distinguerne parole in cui però tacendo il sacerdote si possono ora distinguere rade increspature di un rimpianto senza nome che piaccia o no finisce per penetrare nell’animo e spezzare il cuore, come la voce di ogni madre del mondo fin da prima che comparissero gli umani, il pianto della Madre sul cui bestiale amore ricade la responsabilità di ogni esistenza vivente eccetto la propria, la superba disperazione dell’ur-gallina che pigola “Sono venuta prima <sic> iooooooooooo…”)

“Sei una donna di grande nerezza” aveva detto un giorno mio padre a mia madre, ma ancora adesso non so che vuole dire e vorrei regalare un semaforo a quella figlia che non sono e non ho saputo essere. Quale? Quale figlia? Ma quella di Dio, naturalmente, ce ne sono altre per caso?

(Lunghissima pausa, come sopra; le signore non mostrano di aver sentito nulla di queste insensatezze)

Mai come quando era circondato da boccette di inchiostro nero della più varia misura e qualità, con tutti i pennini allineati come armi segrete di una guerra tra soldatini–– (da un altoparlante all’esterno della chiesa arriva il testo di una canzone:) …I’m paranoid for failure… (che poi sfuma nel brontolio del traffico) Mai come in quel momento Dio mi dava l’impressione di essere il vero Dio: sì, doveva essere stato così, da semplici boccette di inchiostro Dio dal profondo del padule del suo ritardo mentale aveva creato e continuava a creare tutti noi per il suo videogioco che eternamente progettava senza mai realizzare definitivamente: in perpetuo ritardo e stonatura sulla realtà, come la voce di un canone che in perpetuo si disarticola, un intero ossessionante cosmo di prototipi e di livelli di prova, una colossale versione ALFA in attesa di passare alla fase BETA ovvero (vezzi di multinazionali del giocattolo) BRAVO. Né, come prova finale della sua esistenza, c’era altro da aspettarsi se non che i demoni catturati sui suoi fogli dessero il via a una serie di eventi che avrebbero portato infine alla rivolta ovvero alla catastrofe: come presto vedremo.

Finora è senza dubbio l’Inferno la prova più convincente dell’esistenza di Dio. Ovvero, per intenderci, quella che potremmo chiamare la fase CHARLIE…”

***

…ma che dire poi dell’Omelia di Natale, ormai un testo a suo modo classico negli archivi di varia eresia ed extravaganze dei sotterranei del Gran Sasso, omelia durante la quale don Giorgio Giorgio aveva proposto agli esterrefatti parrocchiani un affatto inammissibile riesame che sconfinava nella rivalutazione quando non in una sfrontata riabilitazione della figura di Erode, in una chiave che trascendendo il satanico sprofondava in recessi ante- ossia extra- testamentari, tra il babilonese e l’azteco. Ripercorrendo «con acribia capziosa e malevola» (tali o ad esse simili le espressioni utilizzate dagli altrettanto esterrefatti archivisti in fase di catalogazione e descrizione dei materiali a carico del sacerdote nella fase preistruttoria del processo di scomunica, quando ancora – corrono i tempi ormai anche nel cuore dei Cieli – si stava valutando l’eventualità di un preventivo ricovero di don Giorgio Giorgio in un istituto di salute mentale prima di procedere all’espulsione dello stesso dal seno di Nostra Madre Chiesa –– ricovero che poi in effetti ebbe luougo) ripercorrendo l’arcinoto cammino dei magi dietro la stella e ricostruendo con innecessaria puntigliosità le fasi evolutive della statuina di Erode nell’icono- e topo- grafia del presepe tradizionale dalle origini ai giorni nostri, in una Messa per la Notte di Natale che sempre più somigliava ad una tesi di laurea in un indirizzo di studi esistente solo in un universo parallelo, il Nostro o meglio (“Io per me me ne tiro fuori”, fin da subito rifletteva prudentissimo il commissario osservatore) il Loro finiva per riconoscere in Erode nientemeno che il quarto re magio, il re intoccabile che si carica di tutto il male del creato, e in ragione di questo azzardo lo spaventoso racconto della strage degli innocenti finiva per rivelarsi (fuori dalla chiesa falde dickensiane di neve sinestetizzavano loro turbini col suono dei sonagli dei venditori di salsicce del rione a quei tempi orientale di Waltzwaltz) un residuo in realtà eufemico anzi come dire eupoietico, risultato di una sofisticazione depotenziante (gli archivisti si rifiutarono di usare fosse pure agli atti l’“ingentilito” perversamente avanzato da don Giorgio Giorgio) di un rito sacrificale arcaico che prevedeva l’offerta di migliaia di infanti a un dio vivente per propiziarne la gloria e placarne la sete. Fu appunto a seguito di questa rilettura della figura erodiaca che don Giorgio Giorgio aveva cominciato ad attirare su di sé le attenzioni e infine l’attiva ancorché al momento ancora mimetizzata e silente sorveglianza della curia, tutt’altro che disposta a lasciar passare cose come:

“…ggiamo perciò Gesù bambino che gattona trionfante sopra i cadaveri degli altri bambini massacrati da Erode. Egli li massacrò perché in essi riconosceva il Re dei re, il vero Dio. Siamo di fronte miei cari in questa santa Notte a una slogatura dei meccanismi del sacrificio umano, senza che ancora il senso ne sia del tutto perduto; siamo tutti insieme, io e voi, come su una zattera i cui tronchi vanno slegandosi, perciò state con me. Erode, questo il suo segreto ultimo, è il quarto magio: è per cooptazione dei tre che apprende della nascita del bambino, è su non poi troppo velata istigazione dei tre che imbastisce la strage. È in Erode che il sacrificio comincia ossia ricomincia (per subito dopo cessare) a perdere i veli del rito e a mostrare il proprio volto sanguinario. È infine in Gesù che la de-cruentazione del sacrificio giungerà a termine: ma sarà prima dovuta passare per la strage degli innocenti e la crocifissione e chissà cos’altro che non sappiamo. Erode e Giuda sono i due più radicali nunzi del Nuovo Regno. Sono loro i patroni di tutti gli agenti del Terrore che necessariamente deve accompagnare le Rivoluzioni e Rivelazioni di ogni t––”

…e via di questo passo con scarti al limite del lisergico o più corrivamente dello sbronzo patocco come, senza troppo scostarci dalle natalizie montagne di cadaveri innocenti, una paraecologica e non si riesce a capire quanto o no autobiografica confessione avente per soggetto una o un non ancora identificato/a assistente di laboratorio incaricato/a di somministrare un qualche veleno a delle cavie (verosimilmente topolini) e di registrarne i tempi di decesso ed eventuali deviazioni rispetto agli effetti attesi dalla sostanza (è in realtà un obiettivo non secondario della Commissione Scomunicante che si occupa del caso Giorgio quello di identificare al di là di ogni dubbio tale assistente e le circostanze in cui don Giorgio Giorgio ha ricevuto queste confidenze, potendosi configurare nel quadro generale dell’accusa la non piccola aggravante della violazione del segreto confessionale, comunque tanto per avere un’idea:

“È come metterli a dormire. Io apro il coperchio, metto dentro i batuffoli di cotone e ZAC, si addormentano. Poi io procedo con le iniezioni, ma loro dormono sempre, e tutto quello che gli succede da quando chiudo il coperchio, cioè quello che gli faccio, è tutto lo stesso, cioè quello che gli succede da quando chiudo il coperchio coincide con quello che gli faccio cioè che ho fatto, ecco sì in effetti l’ordine giusto è questo, prima glielo faccio, poi chiudo il coperchio e quello che gli ho fatto succede, e comunque sia è tutto nel sonno, le iniezioni, i tagli, le misurazioni, tutto succede nel sonno, cioè nel loro sonno, io naturalmente sono ben sveglio. O sveglia. Non ricordo. Da piccolo (o da piccola) mi succedeva una cosa molto simile (quindi se mi succedeva c’era qualcuno che prima me l’aveva fatta e poi aveva chiuso il coperchio? io però non sono un esemplare, quindi può essere che le cose per me siano differenti, ma non voglio sbilanciarmi subito, insomma, chi può dirlo, con la scienza ci vogliono sempre i piedi di piombo quindi potrei benissimo essere anch’io un esemplare anche se devo dire mi darebbe fastidio), molto simile a quella che faccio agli esemplari. Ecco qua. Prima di addormentarmi c’era davvero un coperchio che si abbassava sopra di me (e ZAC, ecco la prima differenza: il coperchio si abbassava prima che io mi addormentassi, mentre con gli esemplari io lo abbasso quando stanno già dormendo; sembra poco ma anche queste piccole differenze possono essere decisive se messe in una prospettiva–– ma adesso quello che importa è che lo sapevo, sì: lo sapevo che la cosa era diversa tra loro e me: lo sapevo che non sono un esemplare, cosa mi è venuto in mente, poi! un esemplare io! sarebbe come dire che il cuoco è una pietanza, il barbiere un capello, il soldato un bersaglio–– No ma il soldato è davvero anche un bersaglio e un cuoco sufficientemente cicciottello potrebbe in fin dei conti… Mah mah, dovrò tornarci su, la cosa non mi convince, no: piedi di piombo: sì: e però avanzare: avanzare: e tornare: avanzare e ritornare, tre passi avanti e due indietro e a volte anche viceversa come nei girotondi zuavi ma aspetta cos’è che volevo dire ah sì) e il coperchio subito dopo diventava il tetto di una vecchia capanna, poi venivano le streghe e mi aprivano la pancia, proprio come faccio io con loro, nel sonno. Meraviglie della scienza, già, cose che succedono solo a chi è predestinato, mentre gli altri sono costretti ad essere spettatori, e magari preferiscono così, ma tu cosa vuoi sapern––”

[NOTA E. E.: Su questi materiali incombe un appunto mentale del commissario osservatore, cui questi riferimenti a laboratori e cavie hanno fatto tornare in mente che l’Istituto presso il quale per breve tempo don Giorgio Giorgio è stato tenuto sotto osservazione psichiatrica è forse lo stesso in cui sono stati ricoverat–– ma non divaghiamo])

…o ancora, dopo questo mare natalizio (non dimentichiamoci mai che mentre fuori dalla porta della chiesa fioriscono balocchi infiocchettati, sbuffi di zampognari e mangiafuoco, nella parrocchia di san Satiro si ha poca voglia di scherzare) di morti tra bambini e cavie di laboratorio, una logorrea di ricordi infantili propinata ai fedeli da un pulpito trattato come il lettino di uno psichiatra o il bancone di un pub, logorrea la cui unica utilità oggi è forse quella di poterne estrarre un diagramma minimo di cosa può essere l’infanzia di un eretico contemporaneo:

“Ho comprato un vecchio giradischi. Mi ha ricordato mia madre e l’ho comprato. Avevamo un giradischi pieno di pulsanti che io trovavo incomprensibili; io volevo sempre alzare il volume al massimo, invece ai miei genitori piaceva tenere il volume bassissimo, dicevano che dopo un po’ l’orecchio si abituava, come con l’occhio quando è scuro, e allora è come se il volume diventasse alto e alla fine io avevo trovato che era vero, e la stessa cosa infatti succedeva nella mia camera quando andavo a dormire, per quanto buio ci fosse dopo un po’ l’occhio si abituava alla tenebra e iniziava a distinguere i contorni, ma quando la maestra di religione ci parlava dell’abisso ci diceva che anche l’abisso ha degli occhi e allora io avevo pensato che volesse dire che quando la maestra di religione era in camera sua e guardava nel buio, dopo un po’ iniziava anche lei a distinguere i contorni, e così quando le cose nella penombra della mia camera mi sembravano musi di mostri io pensavo che era l’abisso della maestra di religione che iniziava a vedere anche me, e a volte pensavo ossia speravo che era per fare amicizia, ma il più delle volte invece ne avevo un terrore sanguinante. Cercavo di vedere se tra i corpi dei mostri ci fosse anche la maestra di religione ma non l’ho mai trovata. Se il tuo occhio ti scandalizza, strappalo e gettalo nell’abisso. Ci aveva letto questa frase dei Vangeli e io mi ripetevo quelle parole e pensavo che gettare l’occhio nell’abisso era come gettarlo in una camera con la luce spenta, proprio come la mia, e forse era questo che si aspettavano tutti da me, la mamma, la maestra, i mostri, tutti. Non avrei mai avuto la forza di strapparmi un occhio se mi avesse scandalizzato, e quando leggevo i Vangeli pensavo a Gesù e a tutte le persone in fila davanti a lui come davanti al maestro di ginnastica, e solo i migliori riuscivano a strapparsi l’occhio, perché non esiste un occhio che almeno una volta non abbia portato scandalo, e solo loro venivano promossi e accettati e solo loro potevano parlare con Gesù a fine giornata, quelli senza un occhio. Scandalizzare voleva dire vedere donne nude. I pirati dei libri per ragazzi si erano strappati l’occhio a vicenda per prendere in giro Gesù e gridargli parolacce dopo aver avuto il permesso di parlargli. Sì, era come quando ci si prepara per un esercizio di ginnastica molto difficile e quasi tutti hanno paura. Guardavo le persone per capire se sarebbero state capaci di strapparsi un occhio e gettarlo nell’abisso. Se qualcuno si tira giù le mutande di colpo davanti a me vuol dire che devo strapparmi un occhio? Avevo paura che mio padre incontrasse Gesù e si lasciasse convincere a strapparsi un occhio. Poi se ne sarebbe pentito. Per quello non entrava mai in chiesa: altrimenti il sacerdote l’avrebbe convinto, sì, bastava parlargli un po’ e lui finiva sempre per convincersi, anche solo come forma di gentilezza verso chi gli parlava: questa cosa questa, non so, qualità non è la parola giusta, perché aveva devastato la vita di mio padre; a volte pensavo a cosa avrei potuto convincerlo io, il suo stesso figlio, a fare, e dal terrore strappavo pezzetti di cuscino coi denti. Se gli avessi giurato che da allora in poi sarei stato felice l’avrebbe fatto. Se avessi pianto si sarebbe cavato un occhio. L’abisso era la mia camera quando spegnevano la luce, era lì che finivano tutti gli occhi strappati. Dal giradischi, a volte, o meglio dai suoi altoparlanti, si potevano sentire le parole o le liti di radioamatori, o forse anche soltanto i discorsi di gente appoggiata a un cancello o a un palo della luce, o persone con una protesi metallica in qualche parte del corpo che faceva (la protesi metallica) da antenna radio––” [NOTA E. E.: …già: siamo anche noi, lettore compagno di naufragio, su una zattera che si sfa… Ogni tentativo di ricomporla, benché incoraggiato e festeggiato, non potrà che portare a stiramenti e contorsioni da scenetta di vaudeville o film muto… Un Ridolini o un Goofy su quattro legni tenuti insieme con lo sputo, e sempre più vicino e alto il rumore bianco di un generico ma non perciò meno micidiale Niagara: né può avere alcun valore il vecchio “Uomo avvisato…”]

…che dire poi dell’angelologia dongiorgiogiorgesca, sulla quale occorrerà tornare più diffusamente (il tempo e già che ci siamo anche lo spazio sono tiranni) ma che in prima istanza vuole gli angeli siano in origine una setta di estremisti fondamentalisti autoevirati o vicendevolmente evirantisi in nome di un dio superiore. Satana vorrebbe però conservare i propri gioielli, e da qui sarebbe partita la tutto sommato scusabile se non a questo punto proprio legittima rivolta (ma, in una sorta di mise en abysme eretica, l’originale cacciata dei demoni non sarebbe altro appunto che l’estetizzazione dell’orripilante macello castrativo attuato dalla setta a culmine della più indimenticabile delle loro riunioni… ed ecco allora tutte quelle spade e questi draghi di cui gli angeli sono sempre agghindati svaporare in un monticello semifreudiano di frattaglie –– resta tutta da analizzare, chiunque ne abbia vaghezza, la propensione iconica del Nostro ovvero del Loro verso i monticelli insanguinati). Angelologia che (in attesa di ulteriori approfondimenti quando che sia) don Giorgio Giorgio non si era peritato di applicare a contesti apocalittici esemplificati non sui testi canonici (e quando mai) bensì attraverso un quanto mai irregolare e immediatamente accolto tra i capi d’accusa commento omeliaco dell’arcano XX dei tarocchi marsigliesi LE IVGEMENT, dal mazzo realizzato nel 1713 ad Avignone da Jean-Pierre Payen:

“Come è sufficiente una lacrima in punto di morte per ottenere il Paradiso, così se ne può essere cacciati per un inciampo all’ultimo secondo: essendo la vita umana non comparabile all’eternità, non passa alcuna differenza di valore tra un’intera vita e un breve istante, tra un’esistenza di santità e un nanosecondo di demonico deragliamento. Sapendo questo, nel giorno del Giudizio il diavolo, mascherato di carne umana, si mise a vagare tra i miliardi di miliardi di morti che verminavano fuori dal pianeta Terra, tutti tendendosi verso i Cieli che si stavano riarrotolando… Ora il diavolo guardava le anime sante con ammirazione, facendole così inciampare nella vanagloria un millimetro prima del traguardo; oppure si atteggiava egli stesso a santo, già votato al cielo degli stessi serafini; e i morti risorti spostavano allora lo sguardo dal Cielo a lui, scivolando nell’idolatria. Né c’era più tempo per pentirsi di questi ultimissimi peccati commessi sulla soglia dei Cieli… in breve, uno dopo l’altro caddero, e nessuno si salvò. Come aveva potuto Dio dimenticare che non si dà esistenza che sia pura dal peccato, quando il primo dei suoi angeli gli aveva dimostrato il contrario? O era forse stata fin dall’inizio una macchinazione ordita con l’aiuto di Satana, per aggirare la promessa in capo alla quale il Paradiso si sarebbe trasformato in una chiassosa e puzzolente accozzaglia di santi uno più imperfetto dell’altro? Già era abbastanza molesta la presenza degli angeli, già Dio era abbastanza tediato da quei nugoli di troni e dominazioni a braccetto a cavalcioni: che se ne potrebbe fare di un’intera galassia di vermi in eterna adorazione? Perciò…”

…e sempre in tema di uso indebito di materiali più o meno centrifughi, non è passata inosservata alla Commissione la ricetta per un fantomatico “Pan di doglie” sulla base della traduzione di (per una volta, ma visti gli esiti a questo punto erano meglio i Tarocchi) Sal. 127,1-2: “Se l’Eterno non edifica la casa, invano vi si affaticano gli architetti; se l’Eterno non guarda la città, invano vegliano le guardie. Invano vi levate di buon’ora e tardi andate a riposare e mangiate il pan di doglie; egli dà altrettanto ai suoi diletti, mentr’essi dormono”; un pane, come è risultato poi, che don Giorgio Giorgio ha preparato con una pasta a base di banane e uvetta e nel quale si fatica a individuare un qualsiasi significato spirituale, religioso o meramente catechetico; né è passata inosservata la passione di don Giorgio Giorgio per circhi e luna-park, corroborata dalla lettura (dal pulpito!) della Fleur du Mal n. LVII À une Madone, segnatamente (come il dotto lettore avrà già indovinato) i vv. 38-44, affiancati da un improvvido fac simile del dipinto miracoloso orgoglio della chiesa di s. Satiro, riprodotto su una bersaglio per il tiro delle freccette…

…della stessa indole da fiera il commento capriccioso all’evangelico Modicum et non videbitis me: “Le parole di Gesù hanno il ritmo provocatorio e circense del prestigiatore che annuncia il suo numero. La Resurrezione è la madre di tutti i numeri di fuga (pare, ma la notizia potrebbe far parte dell’epos negativo che prolifica intorno al personaggio, che don Giorgio Giorgio si fosse fatto costruire un confessionale con doppi fondi a imitazione delle casse magiche di Houdini, con una serie di numeri e incidenti che il gioviale lettore può immaginare da sé). L’importante è restringere i tempi perché nessuno degli spettatori si addormenti: è così che il numero del prestigiatore fa sensazione. La Resurrezione al contrario dilata il tempo: è questo che le conferisce verità. Il centurione addormentato è il padre di tutti gli allocchi o di tutti i corrotti, la prova vivente che c’è stato un inganno. Le telecamere erano spente proprio nel momento cruciale. Eppure ecco cosa succede: è quando viceversa l’inganno è più difficile da smascherare, è quando ti invitano a controllare palmo palmo la cripta e il sudario e il macigno perché tu sia certo che non ci sono botole o marchingegni o manichini o cartapesta, è lì che a numero finito la gente si limita ad applaudire senza gridare al miracolo. Il segreto di Gesù dovette essere una sorta di infantile innocenza, la rinuncia a qualsiasi sfida verso il pubblico; i suoi concorrenti del tempo sbagliarono proprio in questo: i loro miracoli erano troppo più perfetti dei suoi, troppo veri e nello stesso tempo privi della lentezza di un moto naturale. I loro miracoli insomma non esigevano alcuna reale complicità, quella dolcissima complicità che spinge il genitore ad accettare dal proprio figlio le bugie più manifeste, per poter dimostrare a se stesso il proprio amore disinteressato e insieme la propria superiorità. La complicità è la vera chiave di ogni fede religiosa. Nessuno avrà soltanto fede in te: ci vuole anche la complicità: ho fede in te ma quando nessuno ci guarda ti do di gomito e ridacchio. L’uomo vuole sempre la controparte malvagia, l’uomo sceglierà sempre anche le tenebre.”

…o infine venuto fuori chissà da dove questo untuoso e profumato cardinale o aiutocardinale che ad un certo punto il commissario pontificio ha cominciato a notare durante le funzioni che era incaricato di sorvegliare (ah! quella speciale e impagabile sensazione spionistica che l’aiutocardinale – sempre che niente del genere esista nelle gerarchie cattoliche –– doppia tonaca bianca e rossa, una specie di versione aristocratica delle tuniche dei chierichetti – che l’aiutocardinale abbia deciso deliberatamente ad un certo prestabilito momento di farsi notare dal commissario: che una qualche trappola stia per scattare…).

“Mi si è avvicinato con fare caricaturalmente concettoso”, mormora il commissario pontificio nel microfono del proprio cellulare, una volta rientrato nei propri locali; “Voleva forse farmi credere di essere un seguace di don Giorgio Giorgio pronto a tradire e rientrare nell’ovile? “Tra ludere e precludere”, mi ha sussurrato sfavillando attraverso due occhietti tremuli un sorriso da vecchio jolly delle carte da gioco, il mignolo inanellato e fallicamente proteso come quello di un cattivo da TV dei ragazzi, e quasi sfiorandomi una guancia con quello stesso mignolo (era seduto in una panca dietro alla mia, e mi parlava mentre gli davo le spalle) mi ha mostrato, come evidente segno di buona volontà e per farmi credere (il maliardo! [NOTA E.E.: A quanto pare al commissario pontificio, che in realtà si sta divertendo un mondo in quella che sempre più sta prendendo l’aspetto di quelle che il commissario in cuor suo non riesce proprio a fare a meno di chiamare missione segreta, al commissario piace infilare nelle proprie note audio degli aggettivi da romanzo d’appendice come appunto qui ora maliardo –– risvegliato dalla mascherata dell’aiutocardinale come un cobra dalla cesta di vimini di un fachiro, un bambino assetato d’avventura bisbiglia anche lui poco sopra le sua spalle un ininterrotto romanzo di spie e corridoi segreti, che finirà per portare il commissario alla rovina]) di non sapere che io sapessi già dell’esistenza dei corridoi impermanenti lungo la pseudonavata bramantesca, mi ha mostrato l’ingresso al Pio Istituto di san Satiro, protetto da vecchi broccati e finti stucchi la cui paglia è ormai marcita”.

Complice la sonnolenza nonché l’abito professionale che gli ha ormai contaminato il derma fin sotto i muscoli, il commissario osservatore si lascia sfuggire quella che fossimo in una fiaba chiameremmo una morale, ma che qui suona come un omilema in odore di bogomilismo o quel che è: “Se il cattivo è di solito l’unico personaggio un po’ divertente, è solo perché la cattiveria è più contigua a quel che si suole chiamare vita. I deserti del bene sono troppo contigui alla morte perché il primo arrivato ci si possa arrischiare impunemente. Liberati in un’arena vasta quanto il cosmo, il leone e il gladiatore finirebbero per non incontrarsi mai.” Né può avere idea di quanto i fumi delle sue assonnate riflessioni di pretino frustrato colgano, molto più di quanto lui stesso potrebbe mai desiderare né tampoco temere, nel segno. “La difficoltà del comandamento bellico cinese di conoscere il proprio nemico sta nella sgradevolezza che quella conoscenza ci provoca. Così il più elementare degli stratagemmi può essere messo in atto dal più inumano, indifferente alla nausea, o dal santo, che per il proprio nemico non ha che amore. Per questo è il santo, il più perfetto assassino.”

***

Se l’Eterno non edifica la casa, invano vi si affaticano gli architetti.

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“Tra precludere e ludere, the second, pleeeeeease! Hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi!”

[continua il 9 ottobre]

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