Articoli di Angelo Angera

«Atene e Lacedemona, che fenno l’antiche leggi e furon sì civili, fecero al viver bene un picciol cenno verso di te, che fai tanto sottili provedimenti, ch’a mezzo novembre non giugne quel che tu d’ottobre fili.» (Purgatorio VI, 139-144) Calza buffamente a pennello con la situazione attuale il celebre passo dal sesto del Purgatorio, dove [continua]

Minuzie, si dirà: ognuno è libero di avere lo stile che gli pare. O no? Secondo noi no: un ministro non è libero mai: è viceversa un servo. E dal servo della cultura esigeremmo, in ogni occasione, degli scritti che non sembrino redatti con la penna in una mano e il telefonino nell’altra, cinque minuti prima di andare in onda (ovvero, dato che oggi si preferisce così, in rete…).

Il presente accumulo di personaggi situazioni e battute che qui si sciorina a mo’ di “nelle-puntate-precedenti” non tragga in inganno il lettore. Molte cose nella penna, zero cose sullo schermo: è uno dei motti Bapak Rolex…

Ci meravigliamo di come i personaggi delle fiabe si lascino sempre scappare la seconda occasione, solo perché nelle fiabe i fatti minuscoli che senza pietà ci uncinano fuori dal nostro destino vengono mutilati dalla narrazione; la narrazione è il veleno che avvelena la storia ma di cui la storia non può fare a meno.

La potenza narrativa di una mera sequenza di nomi è prova da un lato della nostra sete di storie (che per una volta non siano la nostra storia), dall’altro del potere magico delle parole. Magico ovvero libero da un senso preciso. I nomi propri sono per noi come parole sconosciute: di fronte a loro siamo come neonati che non capiscono quello che gli si dice; ed essendo appunto l’infanzia la sola età in cui il linguaggio si manifesta completamente e propriamente come mistero, la nostra lettura dei nomi propri avviene sempre in modo misterioso, ovvero estatico.

(Lei ora taceva, fissandolo, le pareti della stanza elettrificate dalla sua rabbia, e senza un motivo apparente il plasma del televisore alle sue spalle si mise a crepitare e l’apparecchio si sintonizzò sullo spot di un nuovo software, insinuando il suo borbottio nella lite).

Il flauto stridulo di Per un pugno di dollari, semiscala discendente che è l’esatta versione speculare dello zufolo con cui Papageno risponde al richiamo di Tamino nel Zauberflöte, e come quel flauto ogni segmento tematico che Morricone sbriciola lungo i “suoi” film, è come una lama invisibile il cui scatto libera immediatamente i personaggi di quelle lardosità che usiamo chiamare “psicologia”, restituendo loro la grazia terribile della marionetta.

Cos’è che ho visto? Un’isola? Non era forse una penisola, tutta tracciata di sentieri, come quella che si dipana lungo la costa ovest del lago di Waltzwaltz? O forse era jl. Mata Hari di Jakarta? Al risveglio ho sentito dei rumori dall’ingresso dell’appartamento, rumori come un forziere di legno che viene aperto.

È buffissimo leggiucchiare qua e là sui social le reazioni di certo personale universitario di fronte al recente Requiem per gli studenti di Agamben, in particolare laddove l’inerzia con cui l’università sta accettando la propria dematerializzazione viene paragonata a quella con cui a suo tempo assecondò l’ascesa del fascismo. Citiamo il passo incriminato: «I professori [continua]

E quasi quasi avrebbe voluto cercare le telecamere. *** DECOR: ** gennaio 20**. Trovata semisepolta nella sabbia del lungomare di Waltzwaltz un’ostrica chiusa. Sorriso di vagina decrepita nella sabbia ingrigita dai riflessi impossibilmente azzurri della giornata. Nell’ostrica ballava qualcosa. L’ho sentito, scuotendola vicino all’orecchio come un bambino. Apertala, ho trovato un grumo insabbiato, solido. Lo [continua]

El Trinche non si è mai spostato dalla città dove è nato: Rosario, sul fiume Paranà. Raccontano che quando Menotti lo convocò come titolare della nazionale argentina, el Trinche accettò di raggiungerlo a Buenos Aires. Giunto alle porte di Rosario, però, attratto dalle acque del fiume, el Trinche decise di fermarsi a pescare…

Quello che non s’è mai visto prima è il mondo degli oppressori, che è il nostro e vostro mondo, agghindarsi a vittima con slogan così nauseanti. Andate nelle zone del pianeta dove ogni anno ci sono milioni di morti di ogni età per quanto di peggio si possa immaginare tra inedia, malattie e guerre, e provate un po’ a dire, “Certo che questa polmonite… una cosa mai vista prima, eh?”.

«C’era una volta un fiore bianco che tutti chiamavano Zampadileone. Non si capiva se quel nome era per prenderlo in giro (cosa mai può avere a che fare un fiore con un leone?) o se era perché la sua corolla poteva davvero assomigliare all’artiglio di un leone (e quindi dopotutto i fiori e i leoni qualcosa in comune ce l’hanno). Zampadileone viveva in un prato vicino al villaggio di Briwen. Briwen sembra un paesino di case giocattolo, abitato da bambole e pupazzi, tutto quanto sul punto di precipitare in un dirupo, e quando lo si guarda ci si sente dei giganti, e viene da pensare di poter spazzare via tutto con quattro manate».