Articoli di Angelo Angera

L’indio fischiava e sospirava come un uccello trafitto, agitava le sue fronde di piume distogliendomi dal naufragio, e il riso mi aveva così scavato fin nel più intimo delle viscere che mi era impossibile fischiare e salvare il mio fratello ferito al cuore. Mi sono tirato su, esilarato dalla morte dell’indio, ho incrociato le gambe e senza che dicessi nulla l’indio mi ha consegnato il suo tamburo.

Quando la fame o il caldo sono molto forti, il capitano inventa ragioni più fantasiose: dice di aver sentito le sirene, e che le sirene gli hanno rivelato che la secca è solo un’illusione, l’intera nave non è altro che un sogno, e non deve preoccuparsi di nulla. Quando pensa alle sirene, il capitano diventa molto pericoloso: è in quei momenti che ha cercato di uccidere Gianni Sherwood.

I fogli di giornale si alzano quando tengo le finestre aperte, come qualcuno che ne voltasse le pagine nell’altra stanza. È un rumore piacevole, tanto che si potrebbe pensarci come ad uno strumento musicale passivo, come le campane a vento. Simulazione della presenza.

Poi un suono che ancora gli rimaneva nelle orecchie come se tutti gli arlecchini fossero scattati sull’attenti per farlo a pezzi con le loro corna di cervo lo fece sporgere oltre la sponda del letto, e vomitò.

Pedalo in una strada in salita e sotto di me vedo la luna e l’ombra nera di un castello volante e fabbriche colorate disseminate in un prato e grido “È gioioso!” Poi sento il calore di una mano appoggiata contro la mia schiena.

L’estraneo si era sistemato vicino al corridoio del vagone proprio sull’angolo opposto rispetto a quello dove stava il giovane, e il giovane poteva vederlo nel riflesso trasparente del finestrino, e così, ancora ignaro di quale terribile orrore quell’incontro avrebbe portato nella sua vita, ebbe il comodo di considerare il nuovo venuto dalla testa ai piedi, senza parere sfacciato.

Come che fosse, lampadari o non lampadari, nel corso degli anni era potuto capitare, a chi nella bella stagione passasse per i rioni in cui Sommariva abitava, di incappare in un corpo riverso nelle vicinanze di un muro di gelsomini, come all’inizio di un buon vecchio mistery inglese.

“La voce di S. quando ronzava la nota sotto l’influsso della vibrazione della motocicletta che aveva finito per fondere insieme lei e suo padre non era la voce che S. aveva di solito, e non le era mai stato possibile ripetere quel suono a casa o in qualunque luogo che non fosse la motocicletta nera di suo padre che saliva verso il lago”.

«Quando ci incontravamo, in cammino o seduti nelle nostre ragnatele, ci ammusavamo l’un l’altro, senza vederci veramente o toccarci veramente, e in quel silenzioso ammusamento da insetti era contenuta per intero la nostra felicità».

Ma lo svago prediletto e dagli orridi bracchi e dai loro guardiacaccia era la morte da diporto, o come dicevan tutti Lazzaro, giuoco del quale segue qui un resoconto steso da una terza parte nei modi che la stupenda lettrice vedrà.

Era la bambinaia che a volte quasi senza svegliarla sollevava Sarahs dal divano e la portava nell’altra camera, dove le finestre e le tende erano sempre chiuse. Quando nel sogno Sarahs si avvicinava alla vetrinetta vedeva farsi sempre più grandi i volti della bambinaia e della strega riflessi nello specchio che faceva da parete di fondo della vetrinetta.

Inizialmente il Giabba veniva per lo più usato in sedute spiritiche o da prestigiatori, ma pesavano sulla possibilità di un suo largo impiego le sue dimensioni abnormi. Nessuna fiera itinerante avrebbe mai accettato di dedicare un intero carrozzone al trasporto del solo Giabba, come se si trattasse di un gruppo di leoni.

“La difficoltà del comandamento bellico cinese di conoscere il proprio nemico sta nella sgradevolezza che quella conoscenza ci provoca. Così il più elementare degli stratagemmi può essere messo in atto dal più inumano, indifferente alla nausea, o dal santo, che per il proprio nemico non ha che amore. Per questo è il santo, il più perfetto assassino”.