Sul romanzo in versi

Il romanzo in versi sembra competitivo con il fratello più fortunato, sia sul piano della resa di uno o più personaggi che di un'impressione sintetica di società, giovandosi di quel tanto di frammentario dovuto agli inevitabili salti impressi dalla poesia, piuttosto in linea con la sensibilità odierna.

di in: Captaplano (0)

Già nel 2017 Mario Baudino scriveva di un ritorno del romanzo in versi nella letteratura italiana, notando la ravvicinata uscita di Dario Voltolini con Pacific Palisades (Einaudi), su cui maggiormente si concentrava, e Qualcosa su Lehman (Mondadori, 2016) di Stefano Massini. Opere entrambe legate al teatro, l’una che vi andava per un recital di Baricco l’altra che proveniva dalla celebre trilogia sulla dinastia di banchieri americani, scritte da non poeti e, se si vuole, non propriamente in versi liberi. Si aprirebbe qui un ventaglio di problemi tangenti tanto lo statuto mutante e perciò incerto del romanzo, che quello della poesia, a sua volta di nuovo attratta dalla vogue della prosa poetica, che lasciamo però a uno studioso capace di sistematizzare casi e sfumature. Se si risale agli illustri predecessori ottocenteschi, Onegin di Puskin e Aurora Leigh di quel Robert Browning che con i suoi fortunati monologhi ugualmente potrebbe stare dentro un romanzo o farsi biofiction, potremmo fissare i paletti della presenza di trama e personaggi realizzati con veri e propri versi. Così come fece Attilio Bertolucci ne La camera da letto, grande predecessore del secondo novecento e capace di stare alla pari, per respiro e accuratezza di dettagli, con i più importanti romanzi familiari della nostra storia prosastica, o, in versione avanguardistica, il Pagliarani de La ragazza Carla e La ballata di Rudy. Andrea Cortellessa cita, dagli inizi degli anni Dieci, come discepoli dell’autore del Gruppo 63, Gasometro di Sara Ventroni, Ogni cinque bracciate di Vincenzo Frungillo , poi Canto di una ragazza fascista dei miei tempi di Anna Lamberti-Bocconi e, risalente agli anni Novanta, Tiresia di Giuliano Mesa. Si può aggiungere anche il non ancora affermatissimo narratore Edoardo Albinati di La comunione dei beni (Giunti, 1995), curiosamente poco narrativo.

Tutti i nomi precedenti vengono dalla postfazione di Cortellessa all’edizione 2019 Mondadori del Perciò veniamo bene nelle fotografie di Francesco Targhetta, già edito nel 2012 da Isbn, e che rappresenta probabilmente per la sua qualità il punto di riaffermazione del genere. Se lo si volesse invece incasellare in un sottogenere romanzesco, bisognerebbe incrociare la letteratura generazionale con quella del precariato intellettuale. L’io narrante centrale è contornato da un coro di amici più o meno addottorati che dal Veneto hanno deciso di “inurbarsi nei bar” della Padova universitaria. In una parte spintamente (e parodisticamente) multietnica, in cui spesseggiano centri estetici, locali, prostitute di varia provenienza straniera, nonché gli immancabili dirimpettai indiani che osservano lo sfatto appartamento degli studenti: “nella geometria non euclidea / nel nostro sviluppo / – sempre un poco peggio – / e i salotti dei padri ci sembrano regge”. Lì convergono i venti euro di spesa da discount (“l’unica forma di democrazia”), distinti da “marche oscure”, che si trasformano in piatti tossici: il risvolto ironico e blandamente maledetto dei decenni rampanti Ottanta e Novanta. E le rime di solito ribattono gozzaniane questo quotidiano rivoltato in scherno amaro: “che tutto, anche questo, / la grigliata mista, ti rende cupo / fatalista?”; in particolare la denigrazione di sé che tali ribelli svuotati prediligono attraverso “ingiurie con i congiuntivi”. Circola molto alcol nelle teste e nei piedi circolanti nelle notti cittadine, a dimenticare i lavoretti sottopagati (“Al call center è come / Henry Ford e Frederick Taylor / ma senza le auto da montare, / soltanto incatenare le persone / per farle sentire meno spaiate” e le relazioni sentimentali alquanto volatili: “in ombra un pensiero, forse / intravisto nei tic delle mani, / perché è questo, spesso, in fondo, / è solo questo / che ci vorremmo dire.” Nonché un ambiente che vede fascisti da bar, leghismo diffuso e soprattutto baronato universitario: “Pacchioni, per gli assegni, / fa passare i suoi”. Del resto “aver compiuto un’azione / con ripercussioni sul futuro / già ti inquieta, ti spaventa”, anche perché l’esito è finire ingranaggio d’azienda o docente supplente; e qui si aggiungono esilaranti pagine al già ricco catalogo dell’ulteriore sottogenere romanzo della scuola. Non è facile allora dire “basta / basta l’overdose / di adolescenza strisciante”, nemmeno per il lettore, dato che a fine anni Venti del nuovo secolo i temi del romanzo non hanno perso la loro piena attualità.

Caso piuttosto curioso e inedito per un romanzo in versi il misurarsi con la fantascienza come accade con Quando arrivarono gli alieni di Gherardo Bortolotti, pubblicato da Benway Series nel 2016 e oggi in Low (Tic, 2020) insieme alle precedenti raccolte Tecniche di basso livello e Senza paragone. La trilogia si tiene perfettamente insieme per i versi in prosa sbandierata, dentro brevi e successivi capitoletti numerati e, almeno all’inizio, anche per l’atmosfera velenosamente neutra: “Quando arrivarono gli alieni, ci trovarono privi / di un progetto, pronti ad accedere a un ulteriore / salto di coscienza, verso lo stadio più avanzato della / nostra ignavia […]”. In più si ritrovano i personaggi, come il puro nome bgmole, che, per altro, in questo terzo testo, apparentemente più plottizzato, fa un sacco di cose, come la resistenza agli invasori. “L’inverno nucleare” o “i colpi d’obice” paiono del resto più che altro una citazione ironica del genere e, come nel Marziano a Roma, forse nulla cambierà con il passaggio dei visitatori nella precedente piattezza tecnologica.    

Chiudendo questo breve aggiornamento sulla persistenza dei romanzi in versi incontriamo Il conoscente (Marcos y Marcos, 2019) di Umberto Fiori, che si misura con il genere forte degli ultimi anni, l’autofiction. Il titolo invero ci conduce al co-protagonista del Fiori personaggio (di cui gli “aspetti apparentemente autobiografici sono frutto di pura immaginazione”), che sta in scena quanto lui, suo antagonista e doppio dostoeskiano. Il genio russo viene alla mente già per la brillante apertura: “È vero: ci sono giorni / che le vostre parole più chiare e buone / mi suonano come insulti, / giorni che dal mattino alla sera il sole / splende contro di me / come un ritaglio di lamiera”. Questo conoscente, di cui il narratore all’inizio non si ricorda il nome e che poi scorda di riferire, appare proprio uno dei meschini demoni della letteratura russa con sfumature da commedia all’italiana: gradasso fin dal fisico ben descritto quanto sottile nell’insinuazione, facondo e loico, citazionista cialtrone e provocatorio sempre nello smuovere il peggio del protagonista. Forse un infiltrato nel Movimento anni Settanta durante la comune giovinezza, onnisciente conoscitore di polverosi scrupolosissimi e infine inutili dossier biografici, cantore dei tempi nuovi del riflusso egoico, accumulatore e decostruzionista, e la sua rima insistita è con “niente”. Eppure nel primo capitolo conduce il protagonista, allegramente impegnato in una cena tra amici, dentro ad un paesaggio arcadico, verso un viscido sotterraneo che conserva “il segreto”. Ecco allora che in corso di narrazione, proprio come nei romanzi classici, il personaggio del conoscente cambia, facendosi ombra interiore del protagonista; spirito della contraddizione tipicamente fortiniano (Fortini è centrale per l’atteggiamento generale come Caproni lo è per l’interno dialogismo e il giro delle rime) che dall’interno sgretola la falsa coscienza, le ideologie, lo status di poeta dello scisso Umberto Fiori, a sua volta spesso in rima imperfetta con “fuori” (da sé, dal passato e dal presente). Addirittura a volte pare pietoso quanto ambiguo maestro che, diagnosticando il male, esorta il protagonista (“Prova a scrollarti di dosso / i pregiudizi, a liberarti dai blocchi”), lo invita a lasciarsi andare alla leggerezza, vero totem dei decenni Ottanta-Novanta di cui il romanzo in versi sa restituire un’acuta radiografia (per esempio attraverso il fin troppo esplicito ed eterno piccolo-borghese, berlusconide e parafascista, Olindo).

Insomma il romanzo in versi sembra competitivo con il fratello più fortunato, sia sul piano della resa di uno o più personaggi che di un’impressione sintetica di società, giovandosi di quel tanto di frammentario dovuto agli inevitabili salti impressi dalla poesia, piuttosto in linea con la sensibilità odierna. Il lettore è costretto a soffermarsi sui vuoti e ugualmente a ripetersi il di più, di suono e di senso, di certe righe in rima o aperture metaforiche; certo si tratta di piccoli spostamenti rispetto alla lettura usuale, stante una fondamentale leggibilità di linguaggio che gli autori hanno dimostrato di volere, che va verificato nel suo assorbimento a lunga distanza. Solo così, con l’adesione fedele dei lettori, il romanzo in versi potrà stabilmente presentarsi, come ad esempio con altre specificità il graphic novel, sullo stesso scaffale del suo prepotente simile, e non rappresentare una passeggera moda letteraria.    

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