Una mostra sulle scritture sacre e talismaniche dal Nord della Nigeria

Subito era nata una riflessione su come un oggetto, pensato, fabbricato, utilizzato in modo coerente con la cultura che lo ha prodotto, quando sia separato dal suo ambiente e trasportato altrove, presso una società lontana che ne stravolge la funzione, non perda la sua identità ma, in una sorta di rite de passage, acquisisca un nuovo status a seconda dello sguardo che ad esso si rivolge: di objet témoin della cultura che lo ha prodotto, per l’antropologo; di oggetto artistico, per l’esperto d’arte; di oggetto di analisi, per lo storico; di oggetto da collezione per il collezionista; di curiosità, per il visitatore di passaggio, così che tutte le sue dimensioni, funzionali, estetiche, simboliche vengono alla luce.

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Scenario migliore non avrebbe potuto esserci: la trecentesca Cappella Palatina all’interno del Maschio Angioino, possente fortezza medievale che guarda sul mare, a Napoli. La prima impressione che si riceve, entrando in uno spazio espositivo, ha indubbiamente un peso determinante su chi si accinga a visitare una mostra, e qui il passaggio dalla luce quasi abbagliante della giornata estiva sulla spianata di pietra grigia della fortezza all’interno spoglio della Cappella, aveva dato luogo a una sorta di sospensione, di annullamento di quanto lasciato fuori, pausa necessaria alla concentrazione.

Lungo le pareti bianche dell’unica navata, nella luce naturale filtrata dal rosone sovrastante il portale e dalle strette monofore, erano esposti come quadri gli alluna, termine con il quale gli Hausa della Nigeria del Nord indicano le tavole di matrice islamica usate come supporto di scritture coraniche e talismaniche. Tavole di legno in forma di rettangoli, che per la presenza di un manico a T evocante una testa al centro della parte alta, e delle due estremità create dalla curva convessa in basso, assumono un aspetto antropomorfo, come di corpi estremamente schematizzati tutti percorsi da scritture. La scelta felice dei due curatori, Andrea Brigaglia e Gigi Pezzoli, di una messa in scena assolutamente minimale tesa a valorizzare al massimo gli oggetti esposti, faceva sì che lo sguardo automaticamente cogliesse una sorta di parallelo tra le pure forme architettoniche gotiche e quella essenziale delle tavole per dirigersi poi sulle complesse elaborazioni della scrittura araba, e vi si fermasse, quasi a perdersi negli intrecci calligrafici.

Subito era nata una riflessione su come un oggetto, pensato, fabbricato, utilizzato in modo coerente con la cultura che lo ha prodotto, quando sia separato dal suo ambiente e trasportato altrove, presso una società lontana che ne stravolge la funzione, non perda la sua identità ma, in una sorta di rite de passage, acquisisca un nuovo status a seconda dello sguardo che ad esso si rivolge: di objet témoin della cultura che lo ha prodotto, per l’antropologo; di oggetto artistico, per l’esperto d’arte; di oggetto di analisi, per lo storico; di oggetto da collezione per il collezionista; di curiosità, per il visitatore di passaggio, così che tutte le sue dimensioni, funzionali, estetiche, simboliche vengono alla luce.

La scrittura permette di produrre modelli e messaggi aventi lo scopo di mantenere, attraverso la continua circolazione di forme ideologiche, la coesione tra i membri di un gruppo. Per i musulmani l’arabo è la scrittura, sacra, condivisa, che trascrive la parola divina, e la sua venerazione è accompagnata dalle fantasiose elaborazioni della calligrafia: le alluna esposte davano modo di osservare come le operazioni sul segno grafico lo possano impreziosire fino quasi a esaurire tutte le sue potenzialità, per senso dell’arte, per il culto di una forma ricca e ornata, così come nelle culture orali avviene nell’arte verbale del griot. Ecco quindi esposti gli strumenti della scrittura, il calamo fatto di canna (“Il tuo Signore è il generosissimo. Colui che ha insegnato l’uso del calamo”, è scritto in Corano XCVI,3-4), con la punta tagliata per obliquo “come becco di colomba”, dice un poema, l’astuccio per contenerlo, la piccola zucca per l’inchiostro. Inchiostro sottoposto a rituale, lavato e custodito una volta usato per scrivere il testo sacro.

Nella mostra erano esposti oggetti provenienti da collezioni private e databili tra il XX e il XXI secolo, suddivisi a seconda della loro funzione: manoscritti coranici, oggetti per la divinazione, opuscoli di ricette contenenti testi esoterici usati in pratiche protettive e ottanta alluna divisi a seconda della loro funzione: tavole su cui gli allievi scrivono in arabo il testo del Corano; tavole diploma di fine corso; tavole “per bere” scritture talismaniche; tavole talismaniche per la protezione della casa.

Allo è la trasposizione in lingua hausa dell’arabo al-lawh, termine che si trova nel Corano ad indicare il materiale su cui si scrive ma anche “la tavola nascosta” o “ben custodita”, al lawh al-mahfuz, supporto celeste del Corano stesso prima di essere rivelato e di tutte le decisioni divine riguardo al creato, poi rivelate al Profeta, e che la tradizione popolare vuole sia stata creata di perla bianca e di giacinto, pietra preziosa dotata di proprietà magiche. Dovunque, in Africa occidentale come altrove, ogni allievo di scuola coranica ha la sua tavola sulla quale imparerà a scrivere e leggere, così come dovunque la tavola è usata da “coloro che sanno” per comporre, a partire da versetti del Corano aventi “virtù speciali” e da appositi trattati magico-religiosi, le complesse scritture che guariscono, che proteggono, che difendono dal male.

A partire dall’età in cui si considera che abbia raggiunto la capacità di intendere (aqli), il bambino viene introdotto alla conoscenza del testo fondante e della lingua in cui è scritto. Nella scuola coranica comincia il suo apprendimento a partire dall’inizio, quando le prime lettere, , sīn, mīm, dell’invocazione bismillāh “nel nome di Dio”, che apre il Corano e poi ogni sura, gli vengono scritte dal maestro sul palmo della mano. Deve allora leccarle, a significare che il testo dovrà via via penetrare dentro di lui, così come dovrà penetrare dentro di lui attraverso il suono di ogni parola ripetuta infinite volte ad alta voce e cantilenata. Senza comprenderne inizialmente il senso dovrà poi imparare a scriverlo e memorizzarlo interamente, imparare a tracciarne ogni carattere secondo i dettami di un determinato stile di scrittura, ogni carattere diverso a seconda della sua posizione, isolato, iniziale, mediano o finale. Tra le tavole per l’apprendimento esposte, quelle del livello più elementare, pure nella loro semplicità, testimoniavano di tutta la cura messa nel tracciare i caratteri che come un cartiglio rettangolare ricoprono la metà superiore della tavola, e l’intento infantile nella decorazione della metà inferiore: ad esempio, una scacchiera a pieni e vuoti tutta contornata di piccole punte di freccia, un quadrato con dentro un tondo ingenuamente decorato, ecc. Nelle tavole di livello intermedio la scrittura diventa via via più elaborata fino a raggiungere in quelle dei diplomi di fine corso una perfezione grafica che i ricchi decori multicolori che la inquadrano, accrescendone l’effetto visivo, mettono in pieno risalto.

Ma un ulteriore aspetto della scrittura è quello del suo ruolo di mediazione tra uomo e cosmo, ed è a questo che si riferisce tutto il corredo talismanico messo in mostra. Un corredo ricco e illustrato con sapienza: pelli percorse da scritture usate come tappeti di preghiera da asceti e mistici; tavole con scritture che, lavate, vengono passate sul corpo o bevute; tavole poste a segreta protezione della casa; copie manoscritte del Corano; oggetti divinatori e l’Ummu Musa, opuscolo di ricette che da secoli ha enorme circolazione tanto da arrivare attraverso venditori itineranti, e in copie di copie di copie, sui mercati dei più remoti villaggi di paesi lontani. Proprio dall’Ummu Musa provengono molte delle figurazioni zoomorfe e a volte terrifiche, e degli impressionanti intrecci di caratteri volti a comporre immagini che illustrano le tavole talismaniche protettive.

Attraverso gli infiniti percorsi indicati dalle lettere, Macrocosmo e Microcosmo si trovano tra loro collegati, così che chi abbia in sé assorbito il testo sacro e approfondito la conoscenza dei trattati di scienze esoteriche, di astrologia, della scienza dei numeri e delle lettere, potrà attraverso la scrittura scoprire, indagare, operare così da ottenere prodigi, curare e allontanare il male.

Da Napoli la mostra è stata trasferita a Milano nella Galleria Lorenzelli di corso Buenos Aires. Qui, nello spazio completamente diverso delle tre belle sale illuminate da geometrici lucernari, le tavole sono quasi a portata di mano, e c’è di fatto una diversa percezione dei materiali, delle tonalità dei legni di cui sono fatte, dei colori e degli spessori degli inchiostri, dell’andamento e delle fantastiche evoluzioni della scrittura. Gli strani esseri che accompagnano il testo talismanico appaiono in tutta la loro potenza protettiva o aggressiva. E qui, oggetto di rara preziosità che non era esposto a Napoli, al centro di una sala, una straordinaria tunica talismanica carica all’inverosimile di scrittura e di amuleti, indossata a sua protezione da chissà chi.

Superfluo dire che per chi si interessi agli aspetti culturali della scrittura, la mostra offre materiale pressoché inesauribile, tanto da rendere indispensabile, per potervi in seguito tornare a piacimento, il prezioso catalogo che la accompagna corredato da splendide riproduzioni di tutte le tavole e da saggi di studiosi specialisti dei vari settori.

Nel nome di Dio Omnipotente. Pratiche di scrittura talismanica dal Nord della Nigeria.

Napoli, Maschio Angioino Cappella Palatina, 7 maggio – 21 luglio 2021.

Milano, Galleria Lorenzelli, 27 ottobre 2021 – 22 gennaio 2022.

A cura di Andrea Brigaglia, ricercatore presso l’Università di Napoli “L’Orientale”, specialista di storia dell’Islam in Nigeria, e di Gigi Pezzoli, direttore del “Centro Studi Archeologia Africana” di Milano. Da un’idea di Andrea Aragosa per “Black Tarantella srl”, in collaborazione con il “Centro Studi Archeologia Africana”.

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