Media e mediatori

Questo scritto è tratto dal blog collettivo www.nazioneindiana.com [26 marzo 2003]. È parte di un intervento letto al convegno "Che cosa ci aspettiamo dalla letteratura", organizzato da Radio Popolare a Milano (giugno 2002).

di in: Col coltello

L'immagine è le lettera "A" della serie Frammentato abbecedario di un viaggio, di Raffaella Garavini.

Cosa si aspetta dalla produzione artistica odierna tutta la grande schiera dei mediatori che opera nel mondo della cultura? Cosa si aspettano dalla letteratura coloro che selezionano i cavalli da ammettere alla corsa, e su cui poi loro stessi, oppure altri, fanno le loro puntate, recensendoli bene o male a seconda di come gli va meglio per continuare a gestire il loro piccolo potere di mediatori? Quelli che trattano la scrittura contemporanea come una scacchiera su cui mettere la propria bandierina?

Si parla moltissimo del potere dei media, del terribile apparato mediatico che schiaccia e vanifica gli sforzi di artisti e scrittori. Secondo me bisognerebbe parlare anche dei mediatori. I media non sono un canale fluido, le loro operazioni non sono senza soggetti. Il canale è popolato di figure il cui ruolo è appunto quello di creare un’interfaccia tra la produzione culturale-artistica e… stavo per dire il pubblico. Ma no, non è al pubblico dei lettori che si rivolgono i mediatori! Sì, certo, si rivolgono anche ai lettori, ma come ultimo anello della catena. Prima del pubblico vengono tutti gli altri mediatori. I mediatori si parlano fittamente tra di loro.

Prendiamo i critici teatrali. Sappiamo bene quale sia il potere delle loro recensioni. Ce l’aveva del resto già descritto Balzac nelle Illusioni perdute. Da allora a oggi non è cambiato molto. Il loro ruolo è lo stesso. C’è però una cosa che invece è cambiata enormemente. Il giornalista che scriveva nella Parigi dell’Ottocento si rivolgeva soprattutto a chi lo spettacolo sarebbe andato a vederlo. La sua recensione faceva o non faceva affluire pubblico. Oggi la recensione del mediatore fa piuttosto avere dei finanziamenti ministeriali, date in altri teatri, presenze ai festival ecc. I mediatori odierni quindi parlano prima di tutto ai direttori dei teatri pubblici d’Italia, che selezioneranno gli spettacoli da mettere in cartellone, alle commissioni ministeriali, agli organizzatori di festival, ecc. Parlano insomma ad altri mediatori.

Cose analoghe succedono in letteratura e in altri campi della produzione artistica e di pensiero.

Quando si parla di mediatori la prima cosa che viene in mente sono i giornalisti culturali, i critici d’arte, i critici teatrali, i critici letterari, cinematografici, ma sarebbe semplificante vederla solo così. È una macchina molto più estesa, che, a seconda dei campi, può inglobare i consulenti, i distributori, le giurie dei premi, i consigli d’amministrazione, i curatori di festival, di mostre, gli animatori culturali, i creatori di eventi, i venditori di poetiche (quelli che per esempio appiccicano le etichette agli scrittori: “gruppo 93”, “parola innamorata”, “cannibali”, “avant-pop” ecc., cioè gli costruiscono addosso una poetica che funziona esattamente come un logo), e poi i cacciatori di tendenze, quei critici cioè che vanno a caccia di nuove tendenze nei territori dell’arte per trasformarle in poetiche-logo, così come quei nuovi operatori del marketing chiamati cool hunter vanno nel territorio metropolitano, nelle discoteche, per le strade e là dove si producono eventi, a caccia di stili di vita all’avanguardia, da trasformare in capi d’abbigliamento ecc.

I mediatori sono tutti legati, nel senso che si vincolano l’un l’altro. E ciò che la macchina richiede loro è di produrre semplificazioni. Sono obbligati a semplificare per poter tradurre in pillole, oppure in etichette, in poetiche, in stili, in logo, e così rendere facilmente comunicabili, i pacchetti di cultura o di valore estetico che mettono in circolo.

C’era una volta l’industria culturale di cui parlavano i critici della cultura. Oggi quell'”industria” è diventata qualcosa di molto diverso da come l’aveva descritta Adorno. È una macchina diffusa, che opera in modo diverso, sul territorio, con piccoli poteri da gestire: è una rete di micropoteri, quasi diventati invisibili ai nostri occhi. Ed è fatta anche di prebende e di divieti introiettati, dai mediatori stessi e anche, spesso, dagli scrittori. Questi mediatori sono poi diventati quasi una casta di intoccabili. Perché la loro attività, così come si è specializzata dentro al circuito, è autoreferenziale, le loro operazioni, scollate dalla realtà culturale viva, si autoconvalidano: per il fatto stesso di mediare essi sono continuamente riconfermati mediatori.

Su questo circuito si inseriscono poi i rapporti di potere trasversali, quelli dei clan, delle famiglie, delle piccole o grandi lobby, dei piccoli e grandi do ut des che, soprattutto in Italia, sono il pane quotidiano dei più. Ho detto “si inseriscono”, ma forse bisognerebbe dire che coincidono, o che non sono separabili. Anche questi sono parte integrante della macchina, che agisce elargendo visibilità, identità e mediazioni. Eppure non vengono quasi mai messi a fuoco come rapporti di potere. Si tende a farne astrazione.

Si denuncia magari la mercificazione dell’arte, le spietate leggi del mercato, lo strapotere dei media, descrivendoli come dei mostri anonimi e perfetti, a cui ci dovremmo rassegnare, facendo quel poco che si può, cioè quello che è opportuno (l’opportunismo, del resto, è l’eterno correlato della rassegnazione). Invece non vengono descritti tutti questi vincoli che imbrigliano molti – che imbrigliano spesso anche coloro che si chiamano pomposamente gli “intellettuali”, compresi quelli di sinistra che firmano appelli contro il restringersi della libertà di espressione nel nuovo regime che si sta delineando in Italia. Anche loro talvolta sono imbrigliati in rapporti di potere di tipo personalistico, quasi clientelare, che limitano la loro libertà di parola, la quale ovviamente può esistere solo se è totale.

Credo quindi che questo convegno sarà un ottimo momento di confronto se si fa subito fuori questa idea di un idillico picnic nel parco della letteratura contemporanea, dove tutti noi parliamo in libertà delle cose che vorremmo crescessero in quel parco, e mangiando tartine. Innanzitutto questo parco non esiste. Non esiste questo parco in cui noi che siamo così diversi facciamo finta di porre lo stesso tipo di domande alla letteratura. Non esiste per fortuna nemmeno questa astrazione insiemistica che chiamiamo letteratura. Anche questa è una semplificazione prodotta dalla macchina astratta. Per questa industria culturale ogni cosa che si scrive dovrebbe trovare tranquillamente il suo posto qui dentro, per la gioia dei mediatori che appunto qui si riproducono. E dovrebbe anche essere contenta di starci, ad occuparsi di finzioni, di stili, di linguaggio e di tutte quelle altre cose specializzate che essa sa fare bene.

Non esiste questo parco in cui si fa finta che non vi sia il potere.

I mediatori dicono che nel parco ci sono solo due cose: da un lato gli scrittori, specializzati appunto in produzione di finzioni, di rappresentazioni artistiche del mondo, di uso figurale del linguaggio, di valore poetico, di stile ecc.; dall’altro ci sono loro, gli specialisti in scrittori.

I mediatori prosperano sulle specializzazioni, sulle gabbie. Poi dicono che dentro di esse tutto è aperto e che vi si può fare di tutto. Ma non è vero che si può fare di tutto nelle gabbie predisposte per fare di tutto. Per esempio non si può uscire dal parco. Nel parco i mediatori hanno il loro ruolo. E così vorrebbero che ce l’avessero anche gli scrittori. Qui nel parco ogni cosa è specializzata, con il suo bravo ruolo già fissato, persino la scrittura lo è.

Perciò quando sento dire “cosa ci aspettiamo dalla letteratura contemporanea” e vedo tutto questo accordo nel rispondere (sì, sì, diciamoci cosa vogliamo: tu vuoi la realtà? io voglio lo stile? tu vuoi il linguaggio? io la verità?), senza nemmeno chiedersi se forse, nel fare questo, non stiamo per caso già assecondando la logica della specializzazione di cui si alimentano i poteri nella società contemporanea, io mi allarmo.

So bene che le singole domande possono essere interessanti e importanti. Ma è la domanda globale che mi pare falsa, soprattutto se ce ne resta opaca la premessa. Non c’è in questo modo di porsi di fronte alla produzione contemporanea qualcosa che la immiserisce, che la rende inerte e già morta in partenza? Non sentite il recinto? Non è un po’ come chiedere ai consumatori che cosa vorrebbero da una lavatrice, per poi dire, ecco abbiamo prodotto la lavatrice che meglio risponde alle esigenze del 75% degli italiani?

È come dire a chi scrive: “Ecco, tu fai parte di un settore particolare della produzione contemporanea, a cui noi esprimiamo i nostri desiderata: questa è la tua specializzazione, questo è il tuo recinto. Fa’ il tuo meglio lì. Tu hai questo compito. Lo puoi fare come preferisci. Ma qui stai. E da lì non esci. Tu stai in questo parco in cui noi ora siamo venuti a fare un picnic, per parlare liberamente di ciò che vorremmo che in questo parco crescesse. Intanto mangiamo panini”.

E anche quelli che chiedono alla letteratura di sorprenderli, a me pare che finiscono per recintarla ancor più. È come dire: “Tu sei specializzata nella produzione di sorpresa, di spaesamenti”. – “E come la misuri la tua sorpresa?”, gli chiede lo scrittore. “Dal fatto che tu mi darai cose che non mi aspetto” – “E tu cosa ti aspetti?” – “Mi aspetto che tu mi sorprenda” – “Beh, allora qualunque cosa faccio avrai quel che ti aspetti. Qualunque cosa faccio esiste già!”

Ma perché ci piace tanto mettere la scrittura contemporanea e il pensiero dentro al suo bravo recinto? Come mai siamo così contenti di poter imbrigliare, semplificare, impacchettare e mediare? E perché lasciare fuori dal nostro campo visivo il fatto che, probabilmente, questo sfera specializzata e regolamentata su cui prosperano i mediatori è già in sé un’azione del potere?

Io allora non voglio nulla dalla letteratura italiana contemporanea. Ragionare con queste astrazioni, con queste coperture, a me sembra abdicare al pensiero. C’è chi ha abdicato al pensiero, e per questo a volte ne ha anche paura. E c’è invece chi pensa e non vuole smettere di farlo. Nonostante quella macchina astratta, autoreferenziale abbia invaso il campo della cultura (purtroppo anche della cultura all’opposizione), nonostante questa macchina abbia prodotto attorno a sé un vuoto culturale e spirituale spaventoso, io credo che dappertutto vi sia del pieno. E per quanto questa macchina abbia prodotto negli anni una stratificazione di divieti introiettati che fanno sì che molte persone non si ritengano libere, io credo invece che siamo tutti molto più liberi di quel che immaginiamo.