Un romanzo veramente europeo

Miloš Crnjanski (1893-1977). Chi è questo grande scrittore serbo del XX secolo? Rispondo come ho risposto qualche anno fa in un contesto internazionale in cui nessuno lo conosceva: un’interrogazione costante «sul nostro destino comune». Per «nostro destino comune», intendevo quello europeo.

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Miloš Crnjanski (1893-1977). Chi è questo grande scrittore serbo del XX secolo? Rispondo come ho risposto qualche anno fa in un contesto internazionale in cui nessuno lo conosceva: un’interrogazione costante «sul nostro destino comune». Per «nostro destino comune», intendevo quello europeo. Crnjanski ha concepito la sua esistenza e la sua opera letteraria come un ponte verso l’Europa e le grandi civiltà occidentali, le quali, nel corso della Storia, hanno spesso ignorato, se non avversato la giusta rivendicazione delle piccole nazioni di possedere le stesse radici del grande albero europeo e il loro desiderio di veder riconosciuta tale eredità. Una rivendicazione e un desiderio, inoltre, che sono stati spesso capaci di emancipare la cultura delle piccole nazioni da ogni ghettizzazione, da ogni oppressione ideologica, da ogni nazionalismo paranoico, da ogni patriottismo minoritario. In questo senso la biografia di Crnjanski supera le frontiere individuali e si fa biografia spirituale di un popolo, di una cultura, di un mondo che chiede di essere riconosciuto e che si interroga su «un destino comune». Dopo aver combattuto nella prima guerra mondiale sul fronte galiziano e italiano ed essere entrato in diplomazia, nel 1945, alla presa del potere di Tito, decide di prolungare il suo esilio in Inghilterra. Tornerà a Belgrado, malgrado la sua avversione al comunismo, nel 1965. Nel 1971 pubblica Romanzo di Londra. Poi, dal 1972 al 30 novembre del 1977, giorno in cui muore di una morte lenta e volontaria, non scriverà più nulla di nuovo. Quasi tutta l’opera matura di Crnjanski è stata pensata e scritta da espatriato in un paese straniero, ai margini del dibattito politico e letterario jugoslavo, ai margini della società letteraria inglese e perfino ai margini della stessa comunità serba di Londra. Probabilmente a causa di ciò, la sua gloria postuma non ha mai raggiunto quella del suo grande compatriota Ivo Andrić, premio Nobel nel 1961. Per Crnjanski e sua moglie Vida gli anni in Inghilterra furono privi di luce. E di questo si narra in Romanzo di Londra. I personaggi cambiano nome, ma la sostanza umana è la stessa. Povertà, frustrazione e nostalgia sono le dee che visitano il minuscolo appartamento di Mill Hill, alla periferia di Londra, dove vivono il principe russo Repnin e sua moglie Nadja. Repnin, come Crnjanski, a dispetto della sua conoscenza delle lingue e della sua cultura, si arrabatta tra mille difficoltà: commesso in un negozio di scarpe; praticante in una libreria; aiutante in un maneggio di cavalli. Mentre Nadja se ne va in giro per la città a vendere le sue bambole di stoffa. Ma – e questo è il motivo per cui questo romanzo dovrebbe essere letto – a dispetto della sua esclusione sociale, del suo essere straniero e della sua impotenza a cambiare le sorti della sua esistenza, o forse proprio in virtù di tutto ciò, Repnin è in grado di gettare uno sguardo tanto spietato quanto pieno di humour sulla nascente società di massa che nella Londra del secondo dopoguerra, tra discriminazioni e prime vacanze al mare, mostra già il suo volto perfettamente disumano.  

Miloš Crnjanski, Romanzo di Londra, (traduzione di Alessandra Andolfo e postfazione di Božidar Stanišić), Mimesis, Milano-Udine, 2019, pp. 907.

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