E dico la fine

di in: Bazar (0)
e_dico_la_fine

I hide myself within my flower,
That fading from your Vase
You, unsuspecting, feel for me –
Almost a loneliness”

Emily Dickinson

Ti volti mi guardi e non vedi
nessuno.
Non si muore di niente,
ma sempre in qualcuno.

 

*

‘Ma ora resteremo buoni amici, vero?’,
disse rientrando nelle sue mutande.

Furfante.

 

*

 

Mi sono fatta il vuoto intorno,
per averlo.
Ora ho il vuoto
e non ho lui, che non ha cura
d’aver me. In totale,
vuoti tre.

 

*

 

L’uomo l’idea che ne ho
sempre l’idea l’uomo no.

 

*

 

Io amo come,
e dico il modo,
i cani che vanno a morire,
e dico la fine.
Scompaio.

 

 

*

 

 

Esser vorrei soltanto un po’
oca di piume leggiadre, rococò.

 

*

 

Lui parlava e il tempo
si fermava: nevicava
nevicava,
ogni cosa andava a posto.

Nevicava anche ad agosto.

 

*

 

Avellino ha nome d’avello
piccolino, coi morti stretti in fila e come
già distesi, gli uni agli altri noti
e gli uni agli altri un poco invisi,
non perché il morirsene sia strazio,
ma l’esserlo da vivi, e senza spazio.

 

*

 

Ho opposto resistenza,
sono stata azzannata.
Ho offerto la gola,
sono rimasta sola.

 

*

 

Ganglo a ganglo,
pezzo a pezzo
delle cose il corpo morto,
operare l’autopsia:
fare che l’io sia.

 

*

 

Sottile piacere, pagare un Soggetto
Supposto Sapere,
dieci sedute che gli urlo ‘Provo schifo!’,
all’undicesima singhiozzo ancora, quando dice:
– Ho pochi dati, ma secondo me è andata
che lui, pur conoscendoLa bene, ha pensato
Lei potesse accettare un certo ruolo mentre
Lei, pur conoscendo bene lui, ha pensato lui potesse
non affibbiarglielo.
O non vi conoscete affatto, la qual cosa
escludo, o questa storia è capitata a due
sconosciuti che si sono incontrati e via,
si son piaciuti.
Concludo: al centro è il bisogno che avevate
entrambi, di vedere l’altro per quello che non
era e sì, potremmo in tal caso parlare di ‘evasione’,
ma non solo da parte di lui.
Ben miserabile anche il Suo, di carcere,
se, a quanto vedo, Lei va disperando e,
disperando, giurerei: Lei spera,
il ritorno di un uomo che non c’era.

E ora, mi perdoni, se la sente
di parlarmi dello schifo?

 

*

 

Mi ascolti da lontano
come niente fosse stato,
come fosse, per te, tutto
azzerato, mai nemmeno
cominciato.

Devo averlo immaginato.

 

*

 

T’avessi a tiro ora ti direi
Mi manca il niente che sei,
dovessi nominare il dire che direi
lo chiamerei mia resa,
a te e a quella specie di sporta della spesa,
cibo alla buona appena comprato,
offerta del giorno al supermercato,
tuo nutrimento tua sopravvivenza,
ci fosse uno straccio d’indicazione di scadenza!
È che non ti capaciti poterne stare senza,
rinsaldi anzi la stretta, come niente
il niente che ti dico stringe il niente, e l’orma
l’orma, e insieme fanno il paio.
Di tale inerte grazia e bene materiale
un conto è averne,
e non averne un guaio:
per questo, se penso che ce l’hai,
I miss the nought you are,
e chiamo amore il mancare,
per quel poco che vale.

 

*

 

Spogliamoci,
nudi e un po’ scassati
come siamo,
giri di carne e anni
sul tuo addome sui miei
fianchi,
rappresi alla faccia che faremo dopo
guardandoci, importuni e sospesi
come già stati,
del passato non volendo,
trepidando ora che è tardi,
mescolando le distanze e gli errori
di allora a questi spasmi,
come a risarcire adesso il danno
di tutto il tempo che abbiamo mancato,
del mistero che non ci è toccato,
guardinghi come fantasmi in un’ora
da ladri, trafugando gli ori che fan vivi i vivi:
attimi, respiri,
intanto che la pioggia s’accanisce sui vetri
sferzando la notte di un remoto emisfero
e dentro casa la luna, così artificiale,
è una lampada messa a guardare.

 

*

 

Voi domandate a me
dell’ubbia spiccia
che sfoggia ognora
quella tal signora.

Che so io d’una donnina
che letica il buon prezzo
nel mercato, a bella posta
mostrando alle comari
il pesce raro?

Ah, l’orrendo lezzo
non val che me ne curi!

 

*

 

Vi muove la confidenza
giù per la china ripida
del giorno, cheto lo sguardo
e il viso un poco sfatto,
ancora piegato nell’antro
notturno delle bocche
amanti.

Siete così, incuranti.

 

*

 

Tu sogni, deliri, ti correggi:
– Tu vaneggi!

È uno dei miei pregi.

 

*

 

Affamava la preda per meglio nutrirsene;
la costringeva a un tenore innaturale,
forzatamente casto; consumava a tempo
e luogo il programmato pasto.
Erano strategie collaudate.
Erano minestre riscaldate.

 

*

 

Lo cavalca e dà di schiena
braccia piene polsi spessi
maschie mani
impegnate fino all’unghia
nell’amplesso,
ma quell’alveo lanceolato
che gli strina e serra il petto,
sarà pure lilla, rosa:
è un sarcofago perfetto.

 

*

 

Mi rimprovera un gesto da ebrea,
in emulsione sociale il rigirarmi le mani,
vinta dalla presenza di troppi esseri umani.
Io banditore io merce, bell’affare
il prendere o il lasciare:
presa mi sento al laccio, eppure
persa, la sinistra cerca il conforto
della destra, e viceversa.
Lui invece l’ha rinchiusa
in un cassetto a scomparsa:
sulla nuca,
la voglia, desiderio e vergogna,
della fuga.

 

*

 

Spiove da un colmo cassonetto e il vento
la solleva, anima candida di plastica
leggera: la sera è quieta, la strada è vuota,
l’asfalto luccica, il parabrezza è vasto e
accoglie la discesa, leggo: ‘Salvate la
natura’, penso: ‘Salvate,
vi prego, questo sacchetto
della spazzatura’.

 

*

 

Castità trapassare
quel corpo là:
nella sua determinatezza,
nella sua irraggiungibilità.

 

*

 

Dice di me che sono
vuoto a perdere, come le bottiglie,
che al cinema starei col mio
vicino di poltrona,
dice che ci starei così,
per mettermi alla prova,
solo volessi
dirmi chi sono.
Dice di noi che siamo una famiglia,
blanda invenzione!
Dice di sé che è mio fratello,
per l’occasione!
Dice questo e tace dell’incesto,
accrescendo il mio squallore
del suo resto.

 

*

 

Meraviglia dei sensi quando danno
affanno, è illudersi d’averne presto
scampo, coltivarne la fine sul finire,
finir la fine a forza di respiri,
meravigliarsi ancora l’ultima,
al limite di un altro che svanisce,
che ripete – È finita – e non capisce.

 

*

 

La nana incinta quale
meraviglia,
Buddha sul punto
di partorire
l’India.

 

*

 

Dice di condurre, là al paese del diavolo,
un’esistenza libera prospera
civile e decente.

Secondo me mente.

 

*

 

Caro potertelo dire
caro doverlo celare.
Di nascosto pensare
di volerti baciare,
e intanto parlare, parlare!
Marsiglia, le cozze, le giovani attrici
– m’importa la voce,
non quello che dici:
m’importa la voce.

T’importan le attrici.

 

*

 

Fossi l’acqua che bevo
o quello che guardo,
le cose non mi sfuggirebbero
come un paesaggio da un treno
in corsa. E tuttavia le rincorro,
col dire che dice un altro dire
e dicendo si complica:
metti invece la Ferrarelle
detta da una bollicina!
Per questo se mi chiedi chi sono
non rispondo, in guisa di parola
mi nascondo nel fondo di un
foglio, nello splendore senza
spessore di un’altra omissione,
di un’altra finzione!
Per questo giro rigiro tesso
trame opportune cerco
acconce tane al discorso
so della vena cava sotterranea
corruttrice di ogni segno dico
e sdico nel contempo amo
il nascondimento che concilia
il fine ludico infimo infinito
la lingua il paravento il dito.

 

*

 

Una settimana prima che morisse,
ero seduta con lui al fresco,
pensavo a un fatto buffo
dall’ottico provavo un paio di occhiali.
Come mi stanno, scusi, per via che non
vedevo da quello specchio al naso, e la signora
grassa che mi guardava fitto, mi fa Tanto spiacente,
neanch’io vedo
e lui mi dice, la voce assottigliata
appena più distinta del respiro,
la mano già protesa sul mio braccio,
lì tutta intera la sorpresa, e lieve,
e così calda al tatto: – Com’è bello!
ed io: – Bello che cosa?
– Tu prima sorridevi!

Allora gliel’ho raccontato,
e papà s’è addormentato.

 

*

 

Si sbrighi a salutare.
Non me l’hanno detto,
ma lo pensavano.
Non si chiudono da sole,
le bare.
E allora sì, d’impulso
Ciao, papà,
non ti preoccupare,
ci vediamo presto.

L’eternità passa subito.

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