Progetto di un Almanacco (1992)

Ho deciso di pubblicare questo scritto di dodici anni fa senza toccarne neanche una virgola, lo lascio tale e quale (oppure è questo il mio intervento-aggiornamento, lasciarlo stare). Ma è importantissimo lasciare la data, 1992. È offerto a Zibaldoni e altre meraviglie. La prima idea di un almanacco (dei narratori) risale a Aelia laelia (io e Giorgio Messori, e ne parlammo negli anni 80 con Gianni Celati); quegli appunti però li scrissi dopo il seminario-presentazione di Narratori delle riserve, che non fu molto bello; poi alcuni, in seguito a queste sollecitazioni ormai condivise di un almanacco, fecero Il Semplice, cui io non aderii. Ecco.

di in: Bazar (0)
progetto

 I.

Ovvero un laboratorio di scrittura e di pensiero, e insieme un inventario di testi e altri materiali, lontano dal culto dell’attualità e della notizia. Ma non troppo lontano dagli eventi, dalla possibilità di riflettere e confrontarsi con la quotidianità del mondo e della storia. Tono e linguaggio prevalentemente narrativi; il che non significa soltanto “racconti” (che rimandano a un tipo specifico della narrazione), ma che l’istanza narrativa deve contaminare e legittimare gli altri tipi e giochi linguistici. Narrazione come misura che consente di ascoltare il mondo, fuori da quei codici informativi o esplicativi che non fanno comprendere e vedere più nulla. Narrare per situare nelle cose e negli stati del mondo, anche percettivi e affettivi, lo svolgimento di un’attività di pensiero.
Immagino interventi che si pongano il problema del proprio tono, della propria voce; una coscienza dell’intonazione e del valore della tonalità, ma anche scelta di campo a favore di certe tonalità invece di altre…
Colui che scrive dovrebbe per esempio ricordarsi di avere un corpo, e che la scrittura nasce soprattutto come gesto. Avere un corpo significa essere immersi in vicende quotidiane, e che ciò che è quotidiano è immediatamente già storico. Il tono di chi scrive dovrebbe quindi essere quello di chi ha coscienza della storicità e quotidianità, dunque anche mortalità, del proprio corpo e del proprio dire (penso, e vorrei che tutti le leggessero, alle poesie di Gerald Bisinger). Colui che scrive deve allora cogliere l’occasione di scrivere come un’occasione; dare il giusto risalto alle occasioni, all’evento, e da lì alle circostanze entro cui l’evento si staglia, al fatto insomma che viviamo immersi continuamente in circostanze. (Mi è sempre parsa interessante, degna di nota, la locuzione “scritti di circostanza”: esistono forse scritti fatti apposta per “durare”? E cosa significa scrivere per e in una determinata circostanza? Resta il fatto che spesso gli scritti più piacevoli e vivaci, nella letteratura come nella filosofia, sono da annoverarsi tra quelli detti di circostanza: lettere, pamphlets, conversazioni, interventi, reportages. Dove è soprattutto questione di tono, intonazione.)
Se colui che scrive non dimentica di avere un corpo e una storia – di essere corpo e storia – sicuramente il suo tono sarà vero. (Ma che cosa è “verità”? Mi viene in mente un’intervista che Enrico Filippini fece a Max Frisch: “vorrei sapere che cosa si prova ad avere freddo ai piedi”, disse quest’ultimo rispondendo a una domanda su scrittura ed esperienza).
Non si tratta tuttavia di predicare una tonalità e una verità del pensiero “tonale”, di contrapporre un altro pensiero, magari “debole”, a una metafisica della verità e del linguaggio assertivi e armati. Tutto il contrario di una predicazione, fosse anche una predicazione del pudore. Trovare la verità non nello scopo ma nei mezzi. Senza neppure l’ombra di una sacralizzazione del proprio dire e dello scrivere, sarà l’apertura alle circostanze e alle occasioni, alla non-ideologia, che caratterizzerà un’idea di impegno. Un ascolto del mondo, degli stati del mondo, dove il pensiero della contingenza e del contesto si incontra con la forma universale dell’incanto propria al narrare. Non ideologia, non pregiudizio, non verità rinchiusa in un linguaggio-armatura; storicità, quotidianità, tonalità da declinare.

II.

Parole come volti. Non so agli altri, ma a me capita sempre più spesso, come ascoltatore o parlante, come lettore o scrivente, di sentirmi schierato mio malgrado entro le fila degli uccisori (vediKafka). Parlare è davvero un po’ come uccidere? (vedi Blanchot, che a sua volta vede Lévinas): Pensare al volto: di fronte al quale “non possiamo più potere”. Qualcuno ha proposto: parole e linguaggio “inermi”. Io lo intendo così: puro affetto, puro percetto, come l’inquadratura di un primo piano che soffre (che s’offre). Ma direi anche: linguaggio o parola strettamente privato. Ciò che implica un ripensamento estremo dell’emissione (per non chiamarla più produzione, parola troppo economica) di ogni parola e della sua “circolazione”, ovvero del suo agire, del suo viaggio verso la comprensione e l’ascolto altrui: non per forza e assicurativamente un arrivare a destinazione, non per forza un arrivare a segno; non per forza partecipare a un genere di discorso già dato e già noto, né per forza fondarne di nuovi. Poiché tutte queste possibilità presuppongono un divenire pubblico del linguaggio e della parola (delle frasi) emesse, una “pubblicità” (in tutti i sensi della parola: da Kant al Dixan). Avere cura di non travalicare la sfera privata delle parole significa forse impedirne ogni valorizzazione (ogni valore), ogni potere, ogni persuasività che la ridurrebbe a segno (di altro), agonismo, per finire a slogan. La parola pubblica è condannata ad aumentare l’inquinamento della semiosfera per la sua “circolazione” (questa parola sempre più, anch’essa, immaterialmente economica), per una corruzione costitutiva al suo nascere (come la televisione? sì, come la televisione).
Immaginiamo uno scenario tutto diverso, qualcosa che assomigli un po’ (vado per approssimazioni), alla diffusione bocca-orecchio della narratività orale. Priva di apoditticità e di ideologia, di ogni strategia di convincimento o persuasività, priva del tutto di strategia, tranne quella insita nella costruzione artigianale delle novelle tardo medievali: “parole messe a nuovo”, che non si sa da dove vengano (an-archiche). Un po’ come Ezra Pound diceva delle poesie: “news che restano tali anche dopo averle lette”. In esse non vi è un senso pubblico, poiché non vi è pubblicità della parola (non vi è metalinguaggio): null’altro che un prendere (o lasciare) del linguaggio, un far proprio, privato e collettivo, della novella (vedi Benjamin, vedi Leskov, vedi le origini della “novella”, vedi Auerbach), per andarsene poi dove pare e piace (quodlibet).
Resta che anche questo, ovviamente, è soltanto un discorso, che pretende di spiegare qualcosa là dove si vuole rinunciare ad ogni spiegazione convincente. È difficile dire cosa sia “parola privata”: un dire e un ascolto privati, lontani da ogni “comunicazione di massa”. Un dire e un ascolto che non pensano alla durata. Novelle: parole e frasi messe a nuovo, parole e frasi d’occasione, parole di circostanza (come “comunismo”? sì, anche, un’idea indefinibile di comunità).

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