Diario del mio trasferimento (Giugno-settembre 2002)

di in: Circolari (0)
diario

Giugno. In questi giorni sto esaminando i miei ragazzi di quinta. È l’ultimo incarico al Nord. Il ministero, difatti, mi ha trasferito, su mia richiesta, in un istituto vicino a casa, a più di mille chilometri dalla sede in cui ora mi trovo: da Zogno in Val Brembana a Casarano nel Salento.

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Luglio. Sono a Galatina ormai da diversi giorni, nella casa dei miei genitori, e spesso, insensatamente, mi capita di pensare alla mia prossima partenza per il Nord. In realtà non partirò più, perché la mia nuova sede di lavoro, come ho detto, è vicino casa, e quindi alla fine di agosto non dovrò più ripercorrere l’autostrada per prendere servizio il primo settembre, ma mi basterà fare circa venti chilometri per andare a lavorare. Mi sembra incredibile! Ho un solo rimpianto: mia madre non ha visto il mio ritorno a casa, essendo morta quattro mesi prima che si pubblicasse la notizia del mio trasferimento.

Ho deciso di prendere degli appunti, almeno per qualche tempo.

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Nella casa dei miei genitori c’è un piccolo giardino piantato ad alberi da frutta: un limone, due mandarini, un caco, un pero, un albicocco; su tutti sovrasta una palma canariensis. Fino a qualche tempo fa era il regno di mia madre, che vi trascorreva buona parte della giornata. Poi, da quando si è ammalata, il giardino è diventato una selva, perché lentamente mia madre ha perduto la forza di curarlo, e le piante sono cresciute a dismisura, invadendo ogni spazio.

Il giorno dopo il mio arrivo a Galatina, mi sono recato di buon’ora presso una rivendita di articoli per giardinaggio ed ho comprato una zappa, un rastrello e una sega elettrica, con la seria intenzione di disboscare quell’intrigo di frasche, sterpi e rami. Ho fatto una sudata per potare e per estirpare, per zappare e, nello spazio dove il sole riesce a filtrare attraverso gli alberi, per piantare poche piante di peperone e pomodoro, di basilico e prezzemolo. Ora l’acido lattico fa sentire i suoi effetti nei miei muscoli non abituati a questo tipo di lavoro.

Per qualche istante ho creduto di inimicarmi il genius loci, mia madre. Lei sapeva in quale angolo del giardino c’erano i tuberi di dalie e in quale le cipolline di tulipano e poi le fresie e le mammole e le rose e questo e quest’altro: non c’è verso di metterci mano, senza mutare l’assetto che mia madre aveva dato al suo giardino.

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Se considero il mio posizionamento rispetto ai punti cardinali, mi accorgo che il mio sguardo è rivolto verso nord, mentre volgo le spalle a sud. Solo di rado guardo alle terre d’oriente o verso occidente. Del Sud del mondo mi parlano qualche volta amici che sono stati in viaggio in Egitto, in Tunisia o in Marocco. Si sono rivolti a un’agenzia turistica che li ha trasportati in aereo in un continente africano che potrebbe essere ricostruito a Cinecittà o negli Studios di Hollywood, assai simile ai villaggi turistici disseminati lungo le coste del Salento.

Il Sud di cui ho esperienza diretta termina a Santa Maria di Leuca. Sono qui da circa un mese, e già ho fatto una gita a Leuca, come per segnare il confine dei miei spostamenti in quella direzione. Mi ci sono recato qualche sera fa, percorrendo non la solita strada, la Lecce-Maglie-Leuca, che passa nell’entroterra lungo la periferia di Maglie e Nociglia, e poi attraversa numerosi comuni (Alessano, Montesano, Montesardo, Gagliano, eccetera), ma facendo un giro più largo, da Galatone, immettendomi poi sulla Lecce-Gallipoli-Leuca, strada più recente e più lunga: sessantacinque chilometri contro i cinquantasei della prima. Fa un certo effetto vedere dall’alto della carreggiata, mentre l’auto viaggia a cento all’ora, una grande fabbrica di scarpe chiusa dentro un bosco di olivi. Si ha la sensazione che il latifondo si sia improvvisamente rotto e che nella crepa si sia formato e prosperi un corpo estraneo, come un cisti sottocutanea. Le donne che vi lavorano forse non sono meno sfruttate delle raccoglitrici d’olive col sacco al collo dei primi anni del secolo scorso, ma nessuno le vede e quindi è come se non esistessero.

Volgo lo sguardo verso oriente, una terra ostile, da cui provengono ospiti indesiderati, da ricacciare indietro o da dislocare nel nord dell’Europa, manodopera ora utile ora superflua, a seconda dell’andamento dell’economia e delle stagioni. Verso oriente decollano aerei da guerra, per intimidire o per punire. A pochi chilometri da casa mia si addestrano piloti di aerei da guerra presso la locale scuola aeronautica. Li sento mentre sorvolano l’abitato nelle sere in cui fanno le esercitazioni.

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Come si fa a capire quando si scrive male e quando si scrive bene? Il modo migliore è imparare a leggere e, dunque, a leggersi – e anche questo non è per nulla facile. Un filtro deve impedire il passaggio di tutte le parole vane, di tutti i discorsi vuoti. Bisogna sempre chiedersi perché abbiamo scritto quello che stiamo leggendo, quale fine abbiamo voluto raggiungere, se abbiamo avuto un interesse a scrivere, o, nel peggiore dei casi, se abbiamo voluto usare il lettore per qualche oscuro o biasimevole fine. Anche nella scrittura ci sono i sette peccati capitali e innumeri peccati veniali.

Perché, dunque, ho cominciato a scrivere questo diario? Per capire quale sia la mia nuova posizionenel mondo? Farsi una posizione, avere una posizione…, no, non mi interessa tutto questo. Voglio sapere invece quali racconti attraversino lo spazio nel quale mi trovo. Non ho niente di meglio che raccontare questa situazione.

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Dal lungomare di Leuca volgo lo sguardo al mare, come quando ero ragazzo immagino in un luogo imprecisato la confluenza dei due mari, che mio padre mi additava in un punto lontano dell’orizzonte, ammiro i riflessi della luna sul mare e il volteggiare delle luci del faro nella tenebra, e dimentico che al di là vi sono litorali dove nessun idillio può aver luogo e dove si preparano ogni giorno tristi destini. Tornato a casa, a notte fonda, il telegiornale di un’emittente locale mi avverte che in quelle ore una motovedetta della Guardia costiera al largo di Santa Maria di Leuca aveva per errore speronato un scafo di clandestini, e alcune persone non si erano potute salvare. Il mio non può essere stato un idillio, ma solo un abbaglio dovuto alla calura estiva, un inganno della coscienza.

Ho trascorso molte estati a Leuca, quando il problema dei clandestini non c’era e io ero giovanissimo. C’erano le Brigate rosse, le ultime fasi della guerra fredda, l’Albania vicinissima eppure irraggiungibile, separata da noi come un altro pianeta, difesa, si diceva, da bunker e casematte lungo tutto il litorale. Io ero troppo giovane per capire il perché di quell’odio e di quella separazione, il mio corpo cresceva senza che io sapessi come, nello spazio che andava attraversando. In verità, anche allora non c’era idillio nella visione di quel mare, ma solo la proiezione di una vaga inquietudine.

Un ricordo assai nitido che conservo riguarda una giornata d’agosto della metà degli anni settanta, quando si diffuse la voce che in alto mare erano state avvistate molte carcasse di vacche, di cui qualche trafficante si era disfatto al sopraggiungere della Guardia di finanza, gettandole in acqua. Dicevano che fossero gonfie come otri, puzzolenti, mostruose, e volevano impedirci di fare il bagno per evitare possibili contagi. Cercavano di spaventarci con storie di squali che si erano avvicinati alla costa richiamati da quelle carcasse, ma nessuno riusciva a vedere né queste né quelli. E così ci buttammo lo stesso in acqua, anzi con gusto maggiore.

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L’aristocrazia del Basso Salento tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo ha segnato il confine del Capo di Leuca con numerose ville monumentali affacciate sul mare. Il punto prospettico privilegiato da cui occorre guardare le ville leucane è il mare. Penso alla Valle dei Templi di Agrigento come doveva apparire nel V secolo a.C. ai naviganti che si avvicinavano alla costa. Anche nel caso di Leuca, chi viene dal mare riceve una serie di informazioni dallo spettacolo di quelle ville: che sta per approdare in una terra opulenta, in cui alcuni signori dominano su uomini e cose, dove gli agi e gli ozi della villeggiatura si coniugano con la saldezza del potere economico e politico, sotto la protezione di Santa Maria de finibus terrae.

In quel punto liminare la potenza del latifondo, spezzato, ma non estinto, mostra tutto il suo fascino di sirena.

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Agosto. Sapendo che il temporale estivo aveva fatto crescere in fretta la rucola alla periferia della città, mi ci sono recato per raccoglierla con mia figlia Giulia, sette anni. C’ero già stato l’anno scorso, nello stesso periodo estivo, quando ero ritornato a casa per le vacanze. Questa volta ho dovuto insistere per far venire Giulia con me, perché non voleva distaccarsi dal suo cane, un cucciolo che vive con noi da poche settimane. Alla fine si è decisa a seguirmi, invogliata dal giro in scooter che avremmo fatto insieme.

Una periferia disadorna, ufficialmente denominata zona industriale (in effetti vi sorgono non pochi capannoni ad uso industriale), piena di cumuli di macerie, elettrodomestici abbandonati, copertoni d’auto e ferraglia varia tra cespi di timo e bianche pietraie. La rucola vi cresce saporita più che nel terreno coltivato, ma bisogna stare attenti a non tagliarsi con qualche vetro che si nasconde sotto le foglie come una serpe in agguato. Mentre raccoglievamo la rucola, badando a scegliere le piante più rigogliose, ecco che Giulia mi indica, poco lontano dal nostro scooter parcheggiato sul ciglio della strada, una masseria ristrutturata di recente, circondata da un alto muro per tutto il perimetro del parco alberato che, come per magia, le era nato intorno. Insomma, una piacevole oasi di verde in quella brulla periferia.

– Ma papà – mi fa Giulia – l’anno scorso noi ci siamo venuti in questo posto,
e non c’erano quelle palme così alte!-.

Giulia non aveva fatto caso alla masseria ristrutturata né al muro di cinta né agli altri alberi che si levavano nel parco della masseria, ma era stata colpita dalle numerose palme che inspiegabilmente erano cresciute in così poco tempo. L’albero della palma aveva attratto l’attenzione di Giulia perché, come ho già detto, nel giardino della nostra casa c’è una palma.

Giulia conosce la storia della nostra palma, sa che il suo bisnonno paterno la regalò a mia madre nel primo anniversario del matrimonio dei miei genitori, e sa che le palme non crescono alla velocità dei funghi. Infatti, quella di casa nostra ha quarant’anni, eppure il suo fusto non supera i quattro metri. Come mai, dunque, le palme nel parco della masseria svettavano alte otto metri e più?

– Giusta osservazione, cara Giulia – le ho risposto. – Il fatto è che quelle palme sono state piantate lì già bell’e cresciute.

– E perché?

– Beh, forse perché chi le ha piantate non aveva tempo per vederle crescere.

– Ma allora perché non sostituiamo la nostra palma con una più alta?

– Perché per noi quella palma è un caro ricordo, Giulia.
Il nostro sacchetto di plastica nel frattempo si era riempito di rucola, e noi ci eravamo avviati verso casa. Appena arrivati, Giulia corre dalla mamma:

– Mamma, lo sai che le palme si possono piantare anche già bell’e cresciute?
E comincia a raccontare la storia della nostra passeggiata, di noi che eravamo andati per rucola e avevamo trovato le palme cresciute troppo in fretta.

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L’ultimo arrivato nella nostra casa è un cagnolino, al quale abbiamo dato il nome Fox, perché somiglia a una volpe. Ce lo ha regalato un vicino di casa, da tempo indaffarato per sistemare nel migliore dei modi la cucciolata nata nello scorso maggio. Fox è il trastullo di Giulia e Sofia. Ripeto loro che non devono considerarlo un giocattolo, ma un essere vivente che ha bisogno di cure e di affetto. Anche questo è un segno che il trasferimento ha avuto luogo e che la vita sedentaria comincia. Con un cane in casa, come potrei più ripartire?

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Nel romanzo Il Gattopardo, laddove don Ciccio Tumeo dialoga con don Fabrizio, Tomasi di Lampedusa, commentando la scena, e qualificando il personaggio di don Ciccio Tumeo, dice che era uno snob, e precisa che lo snob è il contrario dell’invidioso; definizione molto sottile, che ho compreso solo recentemente, facendone diretta esperienza.

Camminando ieri sera per le strade del centro storico di Lecce, guardavo le persone intente ad ammirare i palazzi e le chiese del capoluogo salentino, ed anch’io non mi sentivo immune al fascino del barocco, di cui andavo ammirando i vari elementi architettonici: capitelli corinzi, figure zoomorfe, colonne tortili, balconi decorati da eleganti balaustre, eccetera. E tuttavia, pur tra queste osservazione, non potevo non pensare che l’edilizia sacra e civile della città non è altro che l’espressione raffinata e prepotente di una aristocrazia agraria che ostentava così il suo potere. Importa poco questa considerazione nel giudizio di un’opera d’arte. Ma a me è venuto di pensare che sulle bocche e negli sguardi dei visitatori della città d’arte vi fosse disegnato il sentimento di ammirazione di don Ciccio Tumeo per don Fabrizio, cioè dello snob per il potente, l’esaltazione incosciente e cieca del suddito, che diviene rispetto religioso e assume un’aria di compunta pietas dinanzi all’edilizia sacra. E improvvisamente mi sono sentito anch’io, almeno un po’, don Ciccio Tumeo, e gli altri mi sono sembrati uguali a me, una vera folla di don Ciccio Tumeo, che rendeva omaggio alla rappresentazione scenografica del potere salentino, entro la quale ci veniva consentito il passeggio. E dal momento che l’uomo ama esprimersi figuraliter, ho capito che si trattava di un omaggio metaforico che il popolo salentino, unitamente ai numerosi turisti venuti da fuori, rendeva all’attuale classe dirigente, all’aristocrazia più o meno agraria che domina questo territorio.

Così la mia passeggiata serale si è trasformata in un rituale snobistico, e io stesso, da critico d’arte (come m’ero per l’occasione improvvisato) in novello don Ciccio Tumeo.

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Sofia, mia figlia, è ritornata dal mercato del giovedì con un pulcino, che ha sistemato in una gabbia per uccelli. Le ho detto che presto quel pulcino diverrà un gallo o una gallina, e dovremo provvedere per un pollaio. Sofia ha risposto che per ora sta bene lì. A quattro anni si può fare a meno di prevedere il futuro. Al cane, dunque, ora si è aggiunto un pulcino, un’altra ragione per non partire più.

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Quante cose stanno accadendo, una dopo l’altra. Eventi infinitesimali, che segnano le giornate e sono poi subito dimenticati. E io sono qui, intento a prendere nota di questi piccoli mutamenti!

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Rifiutare l’idea che tutto ciò che è vecchio debba essere restaurato, poiché la retorica del restauro nasconde la vanità del potente di turno, il quale non vuole che il passato passi definitivamente e predispone i luoghi rappresentativi del suo potere come una messa in scena nella quale il passato funge da garante del suo attuale prestigio e legittima il suo potere. La casa restaurata significa il potere rifondato, ovvero implica la continuità del potere. Ben venga, allora, l’elogio della casa diruta (Gianni Celati), che smaschera in modo semplice e chiaro, con l’arma dell’antitesi, la messinscena della casa restaurata.

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I nuovi ricchi fanno a gara per accaparrarsi le masserie abbandonate, che un tempo furono unità lavorative importanti alle dipendenze dei proprietari locali, al fine di restaurarle per viverci come signorotti d’altri tempi. Sono masserie fortificate contro le incursioni dei briganti e dei saraceni, e quindi si può capire come l’idea di avere un fortilizio dove potersi sentire potente, e al sicuro, tenti molti ricchi moderni. Il restauro è al servizio del potente. Spiegasi così la miriade di pubblicazioni degli editori locali sul restauro delle masserie, dei muretti a secco, dei palazzi di città e delle ville di campagna.

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Il mio ovest più immediato è Gallipoli e le numerose marine che si affacciano sulla sua baia. Immagino uno sguardo dal mare, verso le spiagge e le nere scogliere, lo sguardo di un navigante d’estate che abbia perso la rotta e che veda gli innumerevoli bagnanti lungo la costa, il giorno di ferragosto. Che cosa potrebbe impedirgli di pensare d’essere giunto alla foce del Gange nel tempo del bagno rituale? In fondo, l’India non è così lontana, e non mi sembra assurdo ipotizzare che si ripeta d’estate un antico rito indù, di cui qui si sia persa memoria, o meglio, a cui si attribuisca un senso diverso, più immediato – prendere la tintarella e fare il bagno -; insomma, i profani che fanno il bagno e prendono il sole stipati gli uni vicino agli altri come sardine non sono altro che persone che hanno dimenticato il vero significato sacrale dei loro gesti, e non sanno più che ci stanno a fare sulla spiaggia in riva al mare. Infatti, che senso ha fare il bagno e prendere il sole in quelle condizioni?

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Pensavo che non sarei più ripartito, e invece, dopo un mese e mezzo dal mio trasferimento, eccomi di nuovo in macchina con la famiglia, destinazione Napoli, dove siamo stati invitati da alcuni amici. Da molto tempo ormai non partivo più per puro piacere, ma spinto dalla necessità di lavorare. In realtà, il nostro non è stato un vero viaggio, ma una semplice gita durata cinque giorni. Ho affidato alle cure di mia sorella il piccolo Fox e il pulcino di Giulia e Sofia, e inoltre le mie poche colture. Per andare a Napoli ho percorso vie traverse (l’Avetrana, la Jonica, la Basentana, un pezzo della Salerno-Reggio Calabria), rifiutandomi di prendere l’autostrada a Bari, l’autostrada che porta a nord.

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Settembre. Ho preso servizio presso il Magistrale di Casarano, che raggiungo dopo aver attraversato in moto una ridente campagna, investito da profumi in questo periodo assai intensi: l’uva è matura e i fichi cominciano a fermentare a causa dei primi acquazzoni estivi che li hanno resi immangiabili. Prendo la strada per Noha, la oltrepasso in direzione di Collepasso, seguo la circonvallazione di Collepasso, imbocco la Maglie-Gallipoli e, dopo un chilometro, costeggio Parabita e Matino discendendo tra boschi di olivi interrotti da capannoni industriali e da una sequela di supermercati, verso Casarano. Circa ventidue-ventitrè chilometri in venti minuti. L’impressione che ho avuto vedendo per la prima volta la mia nuova scuola è stata di squallore. Un edificio anni sessanta, funzionale e impersonale, un po’ scalcinato, come molti edifici scolastici che ho finora conosciuto in Brianza o in Val Brembana.

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Ho costruito un pollaio. Non sapendo dove rifornirmi del materiale necessario, ho deciso di usare quello intravisto durate l’escursione con Giulia nella zona industriale. Ho caricato in macchina una quindicina di mattoni forati di cemento ancora in buono stato di conservazione e li ho trasportati nel giardino di casa per costruire un riparo per Pìu-pìu (questo è il nome che Sofia ha dato al pulcino, che intanto si è trasformato in gallinella). Durante il lavoro, ecco che salta fuori un piccolo serpente, che aveva trovato la sua tana in un mattone forato. L’avevo portato con me in macchina fin nel giardino, e ora lì trovava la sua morte: decapitato da un colpo di zappa.

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Davanti alla Chiesa di Santa Croce, dunque, non si può essere che un nuovo don Ciccio Tumeo oppure un critico d’arte? Non c’è un altro modo per guardare la facciata di Santa Croce? Non sono forse l’arte, la poesia tutta un’altra cosa, che nulla ha a che fare con i monumenti, con le chiese, con le opere d’arte ad uso dei turisti? E non è questo che già le avanguardie degli inizi del ‘900 andavano predicando? A distanza di un secolo e più è ancora necessario distruggere i musei, abbattere i monumenti, e fare piazza pulita degli scenari che il nuovo potere va inaugurando ogni giorno per la propria celebrazione? No, non distruggeremo più nulla, lasceremo tutto questo sullo sfondo, come inevitabile fondale (sfondato) contro il quale più precisamente si staglino i contorni della vera poesia.

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Il mio est significa Otranto. Un centro storico ripulito, bellissimo: un non-luogo. Questo gran parlare dei centri storici! Il recupero dei centri storici, la conservazione dei centri storici, la loro valorizzazione! Quale amministratore locale rinuncerebbe a inserire nel suo programma elettorale gli importantissimi, improcrastinabili interventi di restauro?
Ma che c’è da lamentarsi! Accetteremmo di lasciare in piedi i nostri ruderi finché vuole natura, accetteremmo di costruire sempre più in là, sempre più in là, senza restaurare mai niente? Sopporteremmo di vedere le nostre città diramarsi intorno a sempre più numerose rovine? No, meglio ristrutturare il passato, fagocitarlo pezzo per pezzo, meglio restaurare i centri storici piuttosto che lasciarli decadere come inutili mucchi di pietre inservibili. Ma che almeno la si smetta con la retorica dell’antico, che tira acqua solo al potente di turno.

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Guardo a nord, verso Bologna o Milano, come alle capitali – come si dice – del progresso, della moda, della cultura. Un tempo, quando ancora qui non era arrivata la ferrovia, si guardava verso Napoli, la capitale, dove i giovani andavano a frequentare l’Università. Mio padre mi racconta che ancora ai suoi tempi, negli anni trenta e quaranta del secolo scorso, molti leccesi si recavano a studiare soprattutto a Napoli, e molto meno altrove.

Oggi Napoli è divenuta pressoché estranea al Salento. E’ Milano il capolinea dei treni che partono da Lecce, è Milano che io vedo in fondo alla strada che va verso nord, è Milano il centro, e il Salento, la sua lontanissima periferia. Il Salento: terra di oliveti e di supermercati.
Immaginarsi un mio conterraneo, Baldassarre Papadia, da giovane, verso il 1768 (aveva vent’anni) che si reca per la prima volta a Napoli, per frequentare i corsi di Giurisprudenza di quella Università! Avrà viaggiato a bordo di una diligenza tirata da cavalli, partendo da Lecce, su strade polverose e infestate da briganti, e ci avrà messo almeno tre giorni per coprire 450 chilometri. Napoli era lontana, ma Milano era veramente un altro luogo della Terra!

Devo rileggere l’autobiografia di Gioacchino Toma, che racconta la sua fuga da Galatina a Napoli verso la metà dell”800.

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Qui sono tutti pazzi per la pizzica. Non c’è festa paesana, non c’è santo patrono che si rispetti, se non si balla la pizzica. Tutti tarantolati? In un certo senso, sì. La scenografia restaurata dei nostri paesi richiede queste folle di danzatori pizzicati dalla tarantola, che pensano di curarsi al suono della pizzica. Sono figli dei figli dei contadini di una volta, che dimenandosi al suono della pizzica credono di scoprire le loro radici, laddove i loro padri avevano messo a tacere ogni musica e nascosta al mondo la malattia del sangue. Che senso ha oggi riprodurre nelle piazze dei paesi, davanti al palazzo restaurato del barone, i ritmi sfrenati del contadino sfruttato, assetato, dissanguato dal padrone, che una volta l’anno lo inviava aSantu Paulu de Galatina perché vi bevesse l’acqua del pozzo? Non si è sempre consumata all’ombra dei palazzi e delle chiese la follia della tarantata? E se si restaurano i palazzi e le chiese per la celebrazione del nuovo potere, non è logico che si restaurino le vecchie musiche, le vecchie danze, il vecchio armamentario della messa in scena barocca?

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Lungo le strade che percorro per arrivare da Galatina a Casarano, attraverso giardini, in questa stagione coltivati a verdure e ortaggi: cavoli, rape, finocchi, cicorie, tra oliveti sempreverdi e vigneti che vanno ricoprendosi dei colori autunnali. Passo ogni giorno vicino ad una casina presa in affitto da mio padre venticinque anni fa per farvi villeggiare la famiglia, e penso alla mia unica esperienza di vendemmiatore. Che bella festa che fu quella vendemmia! Sveglia alle cinque del mattino: le donne già tagliavano l’uva, raccogliendola entro grandi cofani, che poi erculei cofinatori trasportavano sulle spalle dentro il carro aggiogato al cavallo. E io dentro il carro assieme al figlio del colono a stompare l’uva coi piedi perché il carro ne potesse contenere di più. E c’era chi diceva che avrei potuto anche pisciarci dentro.

Percorrendo quelle strade, da un giorno all’altro vedo che l’uva è scomparsa dai vigneti, come se un dio invisibile l’avesse raccolta; mi sorpassano furgoni pieni di gente, molti exstracomunitari che qualche capoccia riporta nei paesi vicini. Vedo camion ben chiusi da ogni lato, e penso che forse contengono l’uva raccolta. Nessuna festa; la campagna sembra essere stata rapinata e che chieda inutilmente una cerimonia riparatoria.

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La bellezza di questa campagna è ingannevole. Un tempo – mi racconta mio suocero ottantacinquenne – l’acqua dei pozzi era potabile, e di acqua ce n’era in abbondanza: bastava scavare pochi metri, ed ecco raggiunta la falda acquifera, un immenso fiume sotterraneo diretto chissà dove e di cui nessuno conosceva la provenienza. Oggi l’acqua freschissima è piena di batteri fecali, e d’estate i pozzi sono secchi, mentre prospera una ditta specializzata in trivellazioni di profondità. Inoltre, gli uccelli sono tutti morti, uccisi dai diserbanti chimici. Attraversando questa campagna col mio scooter, vedo solo poche gazze, uccelli spazzini e da rapina, gli unici che riescano a riprodursi perché si cibano di piccoli animali, e non di vegetali irrorati con sostanze chimiche nocive.

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Da quanti anni non mi godevo un autunno a Galatina! Ma forse l’autunno della Valle Brembana non è poi tanto diverso.

Alle studentesse di Casarano ho raccontato la mia storia scolastica, che ho insegnato tra Como e Bergamo per molti anni. L’altro giorno, io, professore di italiano, ho rimproverato bonariamente una studentessa perché usava con le sue compagne il dialetto del luogo. Mi ha risposto: “Ma professore, lei è terrone come noi, non se lo dimentichi!”. Non so più che cosa io abbia risposto, ma questa mia studentessa mi ha fatto sentire a casa, finalmente!

[2002]

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