Gino /30

di in: Gino
Andreini Gino

Il romanzo di Francesca Andreini, Gino, si era concluso con il capitolo 29, nella seconda serie di ZIBALDONI E ALTRE MERAVIGLIE, con la corsa del protagonista sognante per le strade di Siena. Ora, inaspettatamente, ma con nostro grande piacere, riprende. Da dove? Dal capitolo 30, naturalmente, al quale seguiranno altri otto episodi, che – l’autrice assicura – costituiranno il vero finale della storia. Noi, per il momento, le crediamo, anche perché siamo contenti di continuare a seguire gli sviluppi di un racconto che ha accompagnato la nascita e la vita fin qui di ZIBALDONI.

30. Osvaldo Prandi

Dopo quel pomeriggio, la vita a Gino gli si posò pari pari sui giorni e sui mesi, come la sabbia di un sacco bucato giù su una strada liscia. Tutto il giorno stava al magazzino, tutte le sere le passava nella stanzetta. Aveva sempre gli stessi pochi soldi e scambiava sempre le stesse poche parole. Perché, e con chi fare conversazione? I signori Ricci c’avevano il lutto stampato nel cervello e Marzio, lui era sempre più alacre e più schivo.

Nemmeno di far quattro chiacchiere sul lavoro gli riusciva, a Gino, perché gli affari andavano sempre peggio e di clienti ne entravano pochi, sempre meno.

“Mica è colpa di nessuno, sono i tempi signor Ricci… n’è già chiusi due, di magazzini nella zona”.

Il contabile cercava di consolare, cercava di consigliare.

“Cerchiamo di risparmiare sugli acquisti, quest’anno bisognerà comprare un po’ meno…”.

Il signor Ricci annuiva e comprava poco. Quindi le pezze adesso rimanevano le stesse per dei mesi. Ne spariva solo un pezzettino alla volta, perché la gente c’aveva sempre meno soldi e allora veniva solo quando i vestiti gli cascavano di dosso e per lo più comprava per fare dei rattoppi.

Pezzettini piccoli, striminziti di stoffa che solo a Marzio gli riusciva di tagliarla e impacchettarla con amore, con gioia. Di restituire l’acquisto al cliente come se avesse comprato il raso per una sposa. Di accompagnarlo alla porta e augurare la buona giornata.

Gli altri del magazzino lo guardavano muti e ammirati. Con un tanto d’occhi che per poco gli riusciva di mandare a monte tutta quella bella scena di Marzio e di far capire al cliente quanto poco aveva comprato.

Un giorno il contabile venne a licenziarsi e salutare. C’aveva troppo pochi clienti. Andava a Ferrara, sua città natale, dove il fratello aveva un’attività. Così, a lavorare in famiglia avrebbe avuto meno spese… però gli dispiaceva tanto. Era stato un piacere, lavorare per il signor Ricci, e arrivederci e buona fortuna. La porta chiusa tanto in fretta che sputò in faccia al signor Ricci un refolo di freddo.

Nei giorni dopo, fu un gran consumarsi di testa e di matite. Il signor Ricci si appuntava il cervello, sui numeri e le partite doppie, a ore intere. Poi sbuffava e sbatteva i quaderni di lato. A lui, fare i calcoli, gli riusciva proprio a fatica. Sapeva fare gli affari, mica i conti! Si agitava tanto sullo sgabello del contabile, che quasi ruzzolava giù, come un bimbo dal seggiolone.

Finché una mattina presto, che ancora non c’era che Gino in magazzino, la porta si aprì e si richiuse da sola. Siccome Gino era dietro il bancone, c’ebbe questa impressione: che si fosse aperta e richiusa da sola. Come se un fantasma fosse scivolato dentro… Gino, coi bordoni nella schiena, per poco cacciò un urlo.

“Buongiorno”.

La voce era presente e viva e anche piuttosto profonda. E veniva da dietro il bancone, dove Gino si affacciò a tuffo.

C’era un nano, dietro il banco.

Col collo di pelliccia spelacchiato, un cappello di cammello macchiato, gli occhiali montati d’oro, uno chevalier al dito. Doveva essersela passata bene, in altri tempi.

“Sono Osvaldo Prandi, vorrei parlare con il signor Ricci, per favore”.

E il tono deciso, forte, cortese.

A Gino gli riuscì di farfugliare solo tre frasi corte corte, tant’era stupito. E poi, anche se gli pareva brutto, non riusciva a smettere di fissare il testone di Osvaldo Prandi, che s’era tolto il cappello e lisciava con una mano i capelli neri, impomatati, divisi da una discriminatura dritta come un fuso. Sotto si slargava una faccia seria e tonda, attaccata senza ritegno al petto enorme, bombato.

Dopo, anche a Marzio gli si spalancò la bocca di stupore. Lui che era sempre precisino e cortese. Il garzone si mise addirittura a ridacchiare e venne spedito a far commissioni.

Il signor Ricci, invece, rimase tranquillo. Lo conosceva di nome, Osvaldo Prandi, e sapeva già di chi si trattava. Lo invitò nel retro, gli offrì di sedersi (“no, grazie, rimango in piedi”) e di parlare. E, pochi minuti dopo, l’aveva assunto.

Un contabile esperto, Osvaldo Prandi. Si arrampicò sullo sgabello del vecchio impiegato e infilò il naso fra le carte. Pochi minuti dopo, il signor Ricci sospirava di sollievo.

Anche a Gino gli fece piacere quell’arrivo perché Osvaldo Prandi parlava spesso e volentieri. I conti li faceva in quattro e quattr’otto e poi, siccome non c’aveva nessun altro posto dove lavorare, restava a cianciare di questo e di quello.

Soprattutto, si appassionava della guerra. Di tutte le guerre, quelle passate e quelle in corso. E parlava ore e ore dei fedelissimi Ascari, della sconfitta di Guadalajara, dell’oasi di Cufra conquistata da Graziani.

Il garzone si distraeva, si perdeva fra le sabbie dell’Abissinia, volava nel cielo col bimotore. Ci voleva Marzio, che gli schioccava le dita in faccia, per farlo tornare al lavoro.

Era meglio del cinegiornale, Osvaldo Prandi. Perché sapeva tutti i particolari e quando parlava lui, con il vocione corretto e profondo, pareva di starci, nei posti; era come lottare accanto agli eroi.

Passa il tempo, passano le campagne vittoriose. E Gino sempre a aprire e chiudere, imballare, spostare, prezzare. Passano le battaglie, passano le sconfitte. E Osvaldo Prandi, in magazzino dalla mattina presto, dopo aver pulito gli occhiali in un panno immacolato di lana. Dopo aver rimesso a posto i capelli con le due mani e i conti del signor Ricci con due freghi di matita, Osvaldo Prandi, dal suo sgabello, si accendeva sulle ultime notizie. E non parlava solo dei grandi eventi, Osvaldo Prandi. Parlava anche di ciance comuni, della gente del quartiere.

“I Tocci se ne sono andati”, disse un giorno.

“I Tocci… con quel bel magazzino. Perché?”.

“Eh… erano finiti in brutte mani….”.

Il signor Ricci si sgranava in meraviglia.

“Brutte mani?”.

Osvaldo Prandi si spenzolava dallo sgabello e sussurrava il finale.

“Usurai…”.

Sapeva un po’ tutto di tutti, Osvaldo Prandi. E cercava di istruire il signor Ricci, che però lo seguiva male, nei meandri delle informazioni.

“I signori dell’ultimo piano, del palazzo davanti…”.

“Quelli con due figli magri magri?”.

“Sì, quelli…”.

“Quelli che hanno la nonna inferma?”.

“Sì, quelli…”.

“Quelli tornati…”.

“La famiglia che vive qui di fronte, all’ultimo piano, signor Ricci! Mi faccia continuare…”.

Tutti col fiato sospeso e le facce rivolte in basso, verso Osvaldo Prandi.

“L’hanno arrestata tutta!”.

“No…e perché?”.

“Pare, niente in particolare ma piuttosto l’atteggiamento poco prudente, commenti a voce alta… di questi tempi, che anche i muri hanno le orecchie…”.

E così via.

Partiti i Tocci, ne erano rimaste solo due di botteghe aperte. Anche il fratello del signor Ricci aveva chiuso. Aveva perso il genero, militare in Albania, e il giorno dopo la notizia aveva chiuso. Da un momento all’altro, senza più toccare niente, senza sistemare le cose; solo non c’era più andato e l’aveva finita lì.

Poi venne il giorno della dichiarazione e tutti se ne stavano a impazzire d’entusiasmo per la strada con i canti di gioia e gli inni, le ovazioni, le esclamazioni che finalmente ce l’avevano fatta, a entrarci mani e piedi anche loro nella guerra.

Il signor Ricci non era uscito di casa, non era tipo da far chiasso, lui.

Il garzone s’era unito a dei suoi amici che erano passati davanti al magazzino cantando “Giovinezza” ed era andato a arruolarsi volontario.

Gino e Marzio stavano dietro il bancone, tutti stretti intorno alle proprie viscere, a dondolarsi sui tacchi e a far finta che sarebbero entrati i clienti.

Invece entrò Osvaldo Prandi. Muto.

Era pallido e gli occhiali gli erano scivolati sulle gocce di sudore fino alla punta del naso. La brillantina gli s’era spanta tutta sul colletto della camicia insieme alla tintura dei capelli.

“Non so che gli è preso, a tutti…”.

Lo sussurrò così piano che le parole soffocarono fra le pezze.

Gino e Marzio gli dettero un po’ d’acqua e gli portarono una sedia, ce lo tirarono sopra. Ma non riuscirono a fargli raccontare nulla.

Nei mesi dopo, gli affari andavano sempre peggio. Andarono tanto male che un giorno il signor Ricci dovette parlare con Osvaldo. Di nuovo sul retro, di nuovo uno a sedere e l’altro in piedi per guardarsi negli occhi. Il signor Ricci tossiva e si interrompeva, faceva gesti e pause e pareva che non dovesse mai finirla. Ma invece a un certo punto la finì e lo licenziò. Non c’era più ragione di avere un contabile, anche un bambino poteva fare quei due conti miseri, ora.

Osvaldo salì un’ultima volta sullo sgabello, riordinò i fogli fra i quaderni e le matite nei cassetti. Pulì gli occhiali e scese per salutare tutti, corretto come sempre. Si mise la paglietta, rincalzò le spalle nella giacca e sparì.

Fu un peccato, perché dopo non ci fu più nessuno a parlare con voce forte e precisa. A far volare gli aerei sui deserti, a far arrampicare i soldati sulle montagne.

Non c’era chiacchiere e non c’era lavoro. In realtà, non c’era più soddisfazione. Le pezze non saltavano più fra le mani. Le stoffe restavano lì a prender polvere sugli scaffali e a ingiallire di tristezza. Le pezze e Marzio, c’avevano la stessa aria disgraziata.

Lui le srotolava lo stesso, le pezze. E le sciorinava sul banco e gli parlava. Amorevole come sempre. A lui gli mancavano proprio, gli affari, più che a chiunque altro. A Gino gli pareva che quando faceva prender aria alla stoffa facesse finta di parlare coi clienti che non c’erano, come le bambine che giocano alle signore. Ma non c’avrebbe potuto giurare. Erano bisbigli, sogni fra le ciglia dei tempi migliori. E a Gino quel gioco gli dava noia, gli metteva un’uggia peggio di tutto il resto.

Il signor Ricci faceva finta di niente. Arrivava presto la mattina, ben vestito e rasato, e restava tutto il giorno, come sempre.

Forse avrebbero potuto restare così, a far finta di nulla chissà per quanto. A Gino a un certo punto gli sembrava anche che sarebbe davvero rimasto tutto fermo. Di mandarlo via non se ne parlava. Non lo pagavano più, vero, però vitto e alloggio ancora ce l’aveva.

Marzio qualche lira la prendeva e gli bastava per venire tutti i giorni a giocare alle signore.

In casa la radio andava per notizie tutte le sere e adesso anche Gino la ascoltava. Seduto in un angolo del salotto, accanto alla sguattera.

A luce bassa, i Ricci a semicerchio e loro in un angolo, se ne stavano tutti composti con le mani perse e gli sguardi in grembo. A cercare di capire come le truppe e i fronti, Sidi el Barrani e Marsa Matruh, i siluri degli inglesi, la Grecia e le sue reni potessero arrivare fino a loro.

A parte questo non faceva molto altro, Gino. Già andava poco in giro, da quando era lì e adesso s’era finito di rintanare in casa e nel magazzino. Perché anche se non era più stanco di lavoro era spossato di quel non fare nulla; del borbottio di Marzio e del padrone rasato e vestito.

Riprese a scrivere a casa, tanto per far qualcosa. E da casa ripresero a scrivergli.

Tutti bene, come sempre, e sopratutto il babbo, che era stato richiamato. Col grado di Capitano, perché aveva già fatto l’altra guerra da ufficiale, aveva una bella divisa e addestrava le reclute. Non c’aveva più la gastrite e fumava un pacchetto al giorno perché stare sempre all’aria aperta a urlare ordini l’aveva reso sano come un pesce.

I fratelli sempre bene, studiavano ancora tutti e due. Così poi magari si potevano impiegare in posti buoni, se Dio voleva. Tanto bravi, se lo meritavano di riuscire, almeno loro.

Però i tempi erano difficili per tutti e allora, gli dispiaceva tanto ma non poteva mandargli nulla per questo mese. Lo tenevano sempre in casa? E da mangiare, ce l’aveva? Che di questi tempi c’era da ringraziare anche solo ad avere un pezzo di pane…

Gino non sapeva mai che scrivere. Ormai non se li ricordava quasi più, i suoi. Nemmeno se si sforzava riusciva a vedere la faccia dei fratelli e anche il babbo… solo qualche espressione, qualche momento qua e là ma un disegno, quello non l’avrebbe saputo fare. Della mamma, chissà perché, si ricordava bene solo le mani. E poi, anche quel poco che ricordava, un profilo, un momento degli occhi, un bacio, chissà se era ancora vero? Chissà se era ancora uguale a come se lo ricordava lui? Di anni ne eran passati diversi.

Stava rientrando dall’ufficio postale, dopo aver spedito una lettera ai suoi, Gino, quel giorno che rividero Osvaldo Prandi.

Tremava e piangeva come Gino non aveva mai visto nessuno. Soprattutto era notevole la voce, che non era più bassa ma un falsetto da eunuco che saltellava fra i singhiozzi.

Stavano nel retro, Osvaldo Prandi e il signor Ricci, e Marzio stava sullo spigolo dell’entrata senza che nessuno gli facesse cenno di allontanarsi. Anzi, quando vide Gino gli fece con le mani di correre lì anche lui, di mettersi a ascoltare.

“Non l’ho mai fatto… non l’ho mai fatto prima, lo giuro”.

Il povero Osvaldo singhiozzava e il signor Ricci, che ancora non sapeva di che si trattava, gli metteva una mano sulla spalla per cercare di consolarlo.

“Si calmi, signor Prandi… che le è successo?”.

“Lei è una persona così brava…”.

Giù un soffione di moccio nel fazzoletto di mussola.

“E io non l’avrei mai fatto, lo giuro… io non le ho mai fatte queste cose ma sa, il momento è così brutto…”.

Il fazzoletto a spiaccicarsi nel taschino e i lucciconi trattenuti a stento negli occhi, a Osvaldo Prandi gli si gonfiò il petto enorme prima di riuscire a scoppiare fra i labbri la confessione.

“Con le pressioni del momento… io allora mi volevo cautelare perché non si sa mai, di questi tempi, cosa può succedere”.

La confessione non era mica venuta, e anche il signor Ricci cominciava a spazientirsi.

“Mi scusi, non vedo cosa…”.

“L’ho tradita, signor Ricci”.

E la voce intrappolata nell’imbarazzo.

Il signor Ricci doveva già immaginarsi in carcere, già fra i bastoni e l’olio, si immaginava, per scontare chissà quale delazione. Allora cominciò a tremare e balbuziare.

“M… ma io non ho mai… mai messo il naso, n… nella politica… cosa può… cosa può aver detto…”.

“No… no… ma che ha capito”.

Gino e Marzio si guardarono. Anche loro avevano capito quello. E s’erano bell’e visti coinvolti nell’inchiesta, a prendersi in faccia gli interrogatori e le accuse…

“Ho rubato”.

Il signor Ricci era così sollevato che gli venne quasi da sorridere. Scosse la testa per cacciare la paura e per aprirla a quella nuova, brutta notizia.

“Le giuro, non ci avevo pensato, all’inizio. Io non le ho mai fatte, queste cose… ma poi, quando è scoppiata la guerra… ho avuto paura. È una brutta cosa, la guerra. Io ho passato anche la prima…”.

Il signor Ricci, adesso, si era alzato in piedi e gli era passato il sollievo.

“Anch’io ho passato la guerra, e ci ho perso un fratello. Mica mi son messo a rubare!”.

Osvaldo Prandi si issò sul torso corto, si intirizzì, si protese verso l’ira. Gonfiò le parole ben benino nel grande petto prima di bombarle fuori.

“Non se ne sarebbe nemmeno accorto, se non glielo avessi detto! Io vengo qui, con gli occhi in mano… vengo qui a confessarle qualcosa che lei non avrebbe mai saputo altrimenti… e lei la prende così?!!”.

S’era offeso.

Gino e Marzio, a stecchetto tutti quei mesi, stavano a mordersi i pugni per non andare a spiegargli quanto poco c’aveva da offendersi, il signor Prandi, quando il signor Ricci gli si attaccò al collo. Non era un bel vedere, il signor Ricci grande e grosso a strangolare uno alto come un bambino.

Marzio e Gino corsero a staccarglielo di dosso, a Osvaldo Prandi, quel buonuomo di Ricci che pareva una furia.

Osvaldo Prandi si mise carponi a cercare di respirare e in quel mentre gli caddero gli occhiali. Gino lo aiutò a mettersi in piedi e gli rimise gli occhiali sul naso. Si erano storti un po’ da un lato.

Marzio intanto aveva fatto sedere il signor Ricci e lo stava calmando.

Osvaldo Prandi cercava di respirare e di non piangere, e intanto frugava sotto il gilet, frugava sul petto grosso e curvo.

Poi tirò fuori una busta gialla striminzita.

“È tutto qui, quello che ho preso. Che credeva… con quel poco che ci fate, col magazzino!”.

(Continua)