Viaggio a Timbuctù /1

René Caillié tradotto da Barbara Fiore

di in: Timbuctù
22 Caill Puntata 1

Al re

Sire,
Se oso offrire alla Maestà Vostra l’esiguo racconto
dei miei viaggi
in Africa, è piuttosto come un pegno di devozione
al servizio della Maestà Vostra
e al bene del mio paese che come un libro degno della Vostra
considerazione. Questo sentimento soltanto mi ha sostenuto durante le
prove penose: ambivo, come la più bella di tutte le ricompense, all’onore
di offrire un giorno al mio re il frutto di qualche scoperta tentata nei paesi
ignoti che furono tomba di illustri viaggiatori. La bontà che la Maestà
Vostra ha di gradirne l’omaggio colma tutti i miei voti e aumenta la mia
riconoscenza e la mia devozione per l’Augusto Monarca a cui la Francia
deve la sua gloria e la sua prosperità.
Io sono, con il più profondo rispetto,
della Vostra Maestà,
Sire,
l’umilissimo e fedele suddito”

R. Caillié

Premessa

Offro finalmente al pubblico il mio resoconto, che da lungo tempo doveva apparire, del viaggio che feci nell’interno dell’Africa; molte cause ne ritardarono la pubblicazione fino ad oggi, dopo più di quindici mesi da che rividi il suolo natìo. Dalle regioni percorse avevo riportato note fuggevoli e molto laconiche, scritte tremando e per così dire di corsa, dal momento che sarebbero divenute un inesorabile capo d’accusa se fossi stato sorpreso a tracciare caratteri stranieri svelando in un certo senso ai bianchi i misteri di quelle contrade. In Africa, e soprattutto nei paesi occupati dai Fulani e dai Mauri, l’ipocrisia religiosa è il più sanguinoso degli oltraggi che uno straniero possa fare, per cui è cento volte meglio passare per cristiano che per un falso musulmano. Di sorta che se il mio sistema di viaggio aveva vantaggi, che il successo d’altronde ben giustifica, gli inconvenienti erano terribili. Portavo infatti costantemente con me nella mia sacca una condanna a morte, e quante volte quella sacca la consegnai in mani nemiche! Al mio arrivo a Parigi, le note prese per lo più a matita erano talmente affaticate, talmente cancellate dal tempo, dalle traversie e dalla mala sorte che ci è voluta tutta la mia tenacia, tutta la scrupolosa fedeltà della mia memoria per ricostruirle e riprodurle come base delle mie osservazioni e dei materiali della mia relazione.

Ma la scrupolosa fedeltà che deve presiedere alla redazione dei viaggi e che considero il più grande merito della mia, esigeva che vi consacrassi il tempo necessario a niente omettere di essenziale e a presentare i fatti nell’ordine stesso in cui li avevo osservati e annotati. Il ritardo ha poi un’altra causa, non meno legittima: la lunga e pericolosa malattia che qualche mese dopo il mio arrivo in Francia venne a prostrarmi e a strapparmi via le forze che le lunghe fatiche e le privazioni di diciassette mesi di viaggio su un terreno bruciante e così sovente funesto per gli intrepidi viaggiatori europei non erano riuscite ad esaurire. Bisogna aggiungervi l’estensione stessa dei materiali raccolti che ammontano a circa tre volumi, la mia poca abitudine nell’arte dello scrivere, e la risoluzione presa di non ricorrere a penne estranee se non per qualche scorrettezza di stile che senz’altro doveva sfuggirmi nella più difficile e delicata delle lingue, dal momento che volevo offrire al pubblico una redazione che mi appartenesse tanto quanto il fondo stesso delle mie osservazioni, una redazione, se non elegante e studiata, almeno semplice, chiara, sincera, che con fedeltà riproducesse tutto il mio viaggio ma anche il viaggiatore coi tratti che gli sono propri. Non vi si troveranno, e me ne spiace, considerazioni elevate sulle istituzioni politiche o religiose, sui costumi delle popolazioni attraversate: quand’anche i miei studi antecedenti avessero portato il mio spirito verso questo genere di riflessioni, le poche risorse di cui potevo disporre con la conseguente necessità di un rapido passaggio non avrebbero permesso un soggiorno sufficientemente lungo perché le mie ricerche fossero fornite di una solida base. Mio scopo primario era raccogliere con cura ed esattezza tutti i fatti che mi si presentavano allo sguardo, di qualunque natura fossero, e dedicarmi in particolare a tutto ciò che mi sembrava interessare i progressi della geografia e del commercio in Africa.

Un lungo soggiorno nei nostri stabilimenti e nelle nostre colonie del Senegal e forse anche la mia propria esperienza mi avevano insegnato quanto quel commercio, da così lungo tempo languente, avesse bisogno di nuovi sbocchi e di nuove relazioni all’interno del continente, per stabilire i quali però e per imporre alle lontane popolazioni il tributo della nostra industria, occorrevano nuove scoperte, nuove conoscenze geografiche, assolutamente indispensabili agli sforzi che il governo avrebbe tentato e agli incoraggiamenti che avrebbe prodigato ai nostri uffici commerciali della costa. Il vivo sentimento di questa necessità, di questo impellente bisogno che urge nel nostro commercio in Africa, divenne in qualche sorta l’anima delle mie informazioni e delle direzioni da me prese soprattutto in una certa parte del viaggio; ero convinto infatti dell’influsso potente che sulle nostre colonie e sulle nostre relazioni commerciali avrebbero presto o tardi esercitato notizie chiare e positive, attinte alle fonti stesse e depositate nelle mani del governo del re, zelante e chiaro protettore di interessi tanto importanti e che, soprattutto, riguardano oggi così da vicino la prosperità del regno e forse anche della sua pace interna.

Avrò felicemente realizzato gli scopi che mi ripromettevo, le speranze che osavo concepire con i miei antichi compatrioti del Senegal per adempiere al compito che mi ero imposto e pagare così il mio tributo al governo del mio paese? Sta ai miei giudici naturali, oggi depositari dei frutti delle mie ricerche, sta al successo delle imprese che queste dovranno far nascere, rispondere per me a questa domanda.

Introduzione

Avendo avuto fin dalla mia più tenera infanzia un gusto spiccato per la carriera del viaggio, ho sempre colto con sollecitudine le occasioni che potessero facilitarmi i mezzi per farmi un’istruzione, ma malgrado tutti gli sforzi per supplire alla mancanza di una educazione accurata non ho potuto procurarmi che conoscenze imperfette. Consapevole dell’insufficienza dei miei mezzi spesso mi affliggevo nel pensare a tutto quanto mi mancava per adempiere al compito che mi ero imposto. Tuttavia, riflettendo sui pericoli, sulle difficoltà di una tale impresa, speravo che le note e le informazioni che avrei riportato dai miei viaggi sarebbero state ricevute con interesse dal pubblico. Non rinunciai dunque un solo istante alla speranza di esplorare paesi sconosciuti dell’Africa e la città di Timbuctù divenne l’oggetto continuo di tutti i miei pensieri, il punto d’arrivo di tutti i miei sforzi. Presi una decisione: raggiungerla o morire. Oggi, felice di aver portato a termine il mio progetto, spero che il pubblico accordi una qualche indulgenza al racconto di un viaggiatore senza pretese, che semplicemente riferisce ciò che ha visto, gli eventi che gli sono capitati, i fatti di cui è stato testimone.

*

 

Sono nato nel 1800 a Mauzé, dipartimento di Deux-Sèvres, da parenti poveri, che ho avuto la sventura di perdere durante l’infanzia. Non ho ricevuto altra educazione che quella offerta dalla scuola gratuita del mio villaggio. Non appena ho saputo leggere e scrivere, mi è stato insegnato un mestiere di cui ben presto mi disgustai a causa della lettura dei viaggi che occupava ogni momento libero. La storia di Robinson infiammava la mia giovane testa, bruciavo dell’avere le sue stesse avventure, sentivo già nascere in me l’ambizione di mettermi in luce per qualche scoperta importante.

Mi prestarono libri di geografia e mappe: quella dell’Africa, in cui non vedevo che paesi deserti o segnati come ignoti, più delle altre eccitò la mia attenzione, fino a che questo gusto divenne una passione per la quale rinunciai a tutto. Cessai di prendere parte ai giochi e ai divertimenti dei miei compagni, mi rinchiudevo, la domenica, allo scopo di leggere le relazioni e tutti i libri di viaggio che riuscivo a procurarmi. Parlai a uno zio, il mio tutore, del mio desiderio di viaggiare: mi disapprovò, mi dipinse con forza i pericoli che avrei corso per mare, il rimpianto che avrei provato lontano dal mio paese e dalla mia famiglia, non trascurò nulla per dissuadermi dal mio progetto che era tuttavia irrevocabile. Insistetti nuovamente per partire, egli non si oppose.

Possedevo soltanto sessanta franchi, somma esigua con la quale mi recai a Rochefort, nel 1816, e mi imbarcai sulla gabarra la Loireche andava in Senegal.

È noto che questa imbarcazione andava di conserva con la Méduse , sulla quale si trovava il Signor Mollien, che allora non conoscevo affatto, e che doveva fare scoperte tanto interessanti nell’interno dell’Africa. La nostra gabarra, che fortunatamente si era discostata dalla via che la Méduse seguiva, arrivò senza incidenti nella rada di Saint-Louis, da dove mi recai a Dakar, villaggio della penisola del capo Verde dove furono condotti dalla Loire i disgraziati naufraghi della Méduse. Dopo un soggiorno di qualche mese in quel triste luogo, quando gli Inglesi ebbero consegnato la colonia ai Francesi, partii per Saint-Louis.

Quando arrivai, il governo inglese stava organizzando una spedizione per esplorare l’interno dell’Africa alla guida del maggiore Peddie. Una volta pronta, la spedizione si diresse verso Kakondy, villaggio posto sul rio Nunez. Il maggiore morì arrivando e il comando della spedizione fu preso dal capitano Campbell il quale si mise in cammino con la sua numerosa carovana per traversare le alte montagne del Futa-Diallon. In pochi giorni perse gli animali da carico e molti uomini ma, ciò nonostante, egli decise di continuare la rotta.

 

[…]

 

La seconda parte di questo testo è stata rimossa. Tutto il libro di Caillié, curato e tradotto da Barbara Fiore, è stato pubblicato in formato EPUB, MOBI, PDF. Si può acquistare qui su ZIBALDONI o qui su AMAZON o su qualsiasi altro store online.

 

Viaggio a Timbuctù

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