Fadimata /2

di in: Bazar
Fiore Fadimata 2

“Sono nata sotto una tenda, a quel tempo vivevamo nel deserto. Mio padre è un funzionario, un veterinario di arrondissement, serviva nel villaggio che è un capoluogo amministrativo e in tutta la zona circostante e dal momento che non aveva ancora figli da mandare a scuola lasciava la famiglia all’accampamento, non lontano dal villaggio. Un accampamento composto di una quindicina di tende, quella della mia famiglia e quelle dei fratelli di mio padre, dei cugini, di tre famiglie di bellah che si occupavano degli animali, delle famiglie di fabbri che facevano per noi le ciotole di legno, le lance, i coltelli e le spade, le selle per i cammelli e i cavalli, oggetti decorati dalle loro donne con trafori di pelle e colori. Mio padre aveva due mogli, poi tre, contrariamente al costume perché i Tuareg possono risposarsi solo dopo aver divorziato, era una legge che la donna esigeva.

La vita nell’accampamento era fantastica! Venivamo svegliati prestissimo per non fareedisse walabasane, il sonno cattivo che impedisce di vivere a lungo, rende i bambini golosi, ostacola la fortuna e la buona sorte. Si dice che il sonno rende brutti e insoddisfatti nella vita. Perché tutto quello che è buono il buon Dio lo distribuisce all’alba, verso le cinque del mattino, se dormi non avrai niente, solo disgrazie. Subito si cominciava a riordinare l’accampamento, si accendeva il fuoco per il tè, la madre metteva il latte in un otre per batterlo, togliere il burro e dare a ognuno una ciotola di legno piena di latte cagliato, la serva veniva con l’isaltife, un oggetto di legno fatto appositamente, a togliere la sabbia sotto le stuoie che i bambini di notte avevano bagnato, andava poi a gettare la sabbia lontano. Gli uomini prendevano i capretti, li legavano, portavano al pascolo gli altri animali, le vacche erano già andate prima dell’alba, verso le dieci tornavano, un bellah le mungeva, la madre distribuiva di nuovo il latte ma questa volta allungato con acqua perché altrimenti viene tukusse, la malattia del caldo.

Il latte si metteva nel takabat, un contenitore di legno, tutti gli oggetti erano di legno, e il latte cagliato si metteva dentro tazawat, si mette di sera, sul fondo, un po’ di latte cagliato, si riempie di latte fresco, si copre con un coperchio intrecciato o con un ventaglio di paglia, la mattina al risveglio si beve, è diventato a quel punto una specie di yogurth, buonissimo. Di nuovo si prepara, quando tornano le vacche, col latte appena munto e verso il pomeriggio è cagliato. Il latte cagliato si mette poi nelle otri per batterlo e fare il burro. Bisogna batterlo altrimenti diventerà sempre yogurth, mescolarlo bene, in genere c’è una grande marmitta di terracotta, si riempie fino all’orlo di latte, si mette sul fuoco in modo che il burro si separi dalla schiuma, dalle impurità, si versa poi in un grande recipiente, molto grande, taghasselut, fino a riempirlo, per prenderlo ci sono grandi cucchiai di legno. Il burro si mangia con il riso o con la carne, certe donne ne bevono per ingrassare. La mattina presto si può prendere burro fresco, mia madre me ne dava sempre un po’, a me non piace, dicono che è buono per la salute, io preferisco il burro cotto, col riso. Il latte si beve due volte, cagliato e fresco, ma il latte fresco si beve sempre sul latte cagliato, mai l’inverso.

Prima sempre latte cagliato, magari allungato con un po’ d’acqua, ognuno a gusto suo, la consistenza preferita. Tutti bevono il latte, alcuni, se ce n’è in abbondanza, si nutrono solo di latte, normalmente non mangiano altro. Avevo due cugine che venivano ingrassate da una vecchia bellah, con un imbuto le costringeva a bere cinque litri di latte al mattino, a ingoiare trenta palle di miglio macinato a mezzogiorno, non cotto, con acqua, nel pomeriggio dovevano bere la stessa quantità di acqua del latte del mattino, al crepuscolo dovevano vomitare per poter bere il latte della notte, ogni due giorni prendevano un mestolo di burro fuso e un brodo di carne con il burro. In un anno erano diventate grassissime e sono state date in matrimonio.

Dopo averle munte, le vacche si lasciano andare, che si allontanino in cerca di erba e a quel punto si possono slegare i vitelli perché pascolino ma bisogna sorvegliare che non si allontanino dall’accampamento, rischierebbero di perdersi per andare in cerca delle madri. Le vacche, soprattutto quando hanno i piccoli, tornano sempre, ma un pastore deve comunque seguirle per portarle sui pascoli migliori. In generale sono i bambini più grandi che se ne occupano.

Mio padre e i cugini andavano a caccia, tornavano con gazzelle, faraone, otarde, anatre, la salsa allora era ricca! Le donne invece si riunivano sotto una tenda o sotto un grande albero, passavano la mattina a parlare e a lavorare, se qualcuno aveva bisogno di una tenda la confezionavano cucendo le pelli, se una famiglia aveva un ospite ognuna mandava il burro del giorno. I ragazzi giocavano alla lotta o a tirare con la carabina che il grandfrère di mio padre prestava perché imparassero, un altro cugino insegnava a usare coltello, lancia e spada. Nei giorni di festa si organizzava il tendé, il tam-tam, si facevano gare di bellezze: le donne con i capelli intrecciati in in gofa, veli di bazin bianco oppure azzurro con sopra l’alasho, il tessuto indaco, noi bambine tutte rasate in arafatan, con boubous di bazin ricamato, alla maniera tuareg, i ragazzini anche loro con la testa rasata e grandi boubous e gli uomini col grand boubou bianco e il turbante indaco, in cima ai cammelli più belli. Dopo le corse dei cammelli cominciava la musica e poiché mia madre era una grande danzatrice di tehardent, la chitarra tradizionale, mi obbligava a danzare, all’inizio mi vergognavo poi sono diventata la danzatrice più brava, danzare è la cosa che più mi piace al mondo.

Poco prima che scenda la sera i ragazzi devono legare i piccoli degli animali perché non raggiungano le madri altrimenti non c’è il latte da bere la mattina. Le bambine invece preparano le ciotole di legno per il latte da mungere, le lavano, le mettono tutte in fila, coperte, poi preparano le stuoie e le coperte tessute dai tessitori neri che si comprano al mercato, per la notte, nel periodo delle zanzare  montano le zanzariere. Poi si siedono in attesa della madre, perché durante la giornata la madre le manda continuamente a fare commissioni ma la condizione è che la sera racconti una o due favole. « Se fai questo, stasera ti racconto una favola ». Di giorno non si raccontano le storie, bisogna sorvegliare i vitelli che non vadano a prendere il latte. Allora la sera «Aiwa!», diceva la madre, è il momento dei racconti. Di giorno nel deserto fa molto caldo, la notte è fredda, ma è talmente bello, con il chiaro di luna e le stelle sulla duna bianca! Si passava gran parte della notte a giocare a nascondino o a danzare col tam-tam o con tehardent, a volte giocavamo a fare i cammelli, uno diventava un cammello e gli altri gli salivano sopra, andavamo girando così per l’accampamento.

Oppure, un po’ più tardi, quando tutti hanno mangiato e alcuni già vanno a dormire, è sceso il silenzio, i ragazzi più grandi si chiamano uno con l’altro sottovoce, «Vieni! Andiamo, andiamo!», ci si riunisce tutti per il tendé in un luogo che sta esattamente al centro nello spazio tra i vari accampamenti, tutti quelli che sentono il tendé arrivano, a piedi o sull’asino, o a cammello, dipende da quanto stanno distanti. Ci si incontra con tutti i giovani degli altri accampamenti, si festeggia, si festeggia, si festeggia ! a volte fino alle tre, le quattro del mattino, chi canta, chi danza, chi fa giochi… in generale è quando c’è il chiaro di luna, quando la luna non c’è non si vede nulla tutto intorno, ma con la luna c’è festa. Siccome si torna molto tardi, quasi all’alba, non si va a dormire nell’accampamento perché di mattina nell’accampamento non si può dormire, quindi ci si allontana, verso le tende degli antichi schiavi, oppure ancora più in là, sotto gli alberi, per cercare di dormire senza essere disturbati, ma se i grandi ti vedono subito ti svegliano, con la luce è vietato dormire.

I bambini vanno in giro nudi. Dagli otto anni fino ai dodici, tredici anni che per le bambine è il tempo del velo,  portano un grand boubou, indaco o  nero, sono i due colori del deserto, i colori di tutti i giorni. Quello bianco è il colore della festa, la grande festa di Tabaskì. A partire da dodici, tredici anni, le bambine che sono già delle donne portano il velo. Fino a dieci anni i capelli sono rasati, secondo diversi modelli, si fanno dei zig-zag, piccole corone, ciuffi, uno qui uno lì, ma a partire dai dieci anni è assolutamente vietato tagliare i capelli. Le bambine portano una collanina di perle azzurre con la zakat, la punta di agata, oppure con kukoro, un anello d’argento, le perle nere, kufia, con grosse perle nere al centro, ma quando le bambine sono piccole c’è uddetan, un ornamento che si attacca al ciuffo che hanno sulla testa, fatto con una striscia di pelle che arriva fino in fondo alla schiena tutta ornata con le antiche conchiglie disposte una dopo l’altra. Oggi non si vede quasi più, è molto raro.

Ci si lava con l’acqua, si riempie un recipiente, si va dietro un albero e ci si lava, ci si versa l’acqua addosso, si porta direttamente con sé il velo per cambiarsi, i capelli si lavano con acqua e con certe piante particolari, una hoy la strizzi bene nell’acqua e poi i capelli diventano molto lucidi, brillanti. Per il viso, ad esempio, si usa prendere un po’ di henna, ci si mette il burro,makara, che è una pietra gialla, si mescola, si mette sul viso come un fondotinta che diventa giallo, giallo come un uovo! e poi tazult per truccare gli occhi e khaidatan, che è una pietra rossa con cui si truccano le palpebre, è molto bello ! un giorno, inshallah, me lo metto. Oppure si truccano le labbra passandoci sopra il velo indaco, in modo che prendano il colore blu. I capelli si intrecciano, si mettono zakaten, e ornamenti d’argento. Sulle mani e sui piedi, henna. Certe radici servono per lavare i vestiti, altrimenti si lavano con l’acqua.

Si dorme tutti vicini, sulla stessa stuoia della madre, nella parte sud della tenda, la madre sta sempre al centro, il padre sempre a nord. Gli animali dormono vicino, a volte nel sonno noi bambini andavamo a finire vicino al loro recinto. Tutti i bagagli sono disposti sui due lati della tenda e legati con le corde, non dovevamo mai sederci là vicino, né nella parte dietro della tenda, è la zona che si chiama assaiketalu, là stanno i kel tenere, i diavoli. Di pomeriggio,  quando il sole comincia a calare si ripiega il telo della tenda verso l’alto, al mattino, quando il sole sorge, lo si cala nuovamente, se fa freddo o se piove si tiene abbassato.

Il tramonto è il momento dei giochi, tciri e la lotta per i maschi. Tciri è il pallone fatto con gli stracci che si fa saltare con colpi di bastoni. Le bambine giocano a tizadjes ou tikwa, imparano a intrecciare i capelli e a cucire le pelli. Tutti passano molto tempo ad ascoltare i racconti, è la nostra istruzione, che avviene oralmente.

L’accampamento si spostava solo dopo che un uomo che aveva perlustrato il territorio e tornava a dire di aver trovato un luogo in cui l’erba era fresca e non calpestata dagli animali. Allora all’alba si disfacevano le tende, si lasciavano vitelli e capretti con le madri, si legavano i bagagli sul basto degli animali, due cavalli per i fratelli di mio padre e una decina di cammelli per le donne, molti asini e buoi per i bagagli. Le bellah camminavano dietro gli animali per controllare che i bagagli non cadessero. Io preferivo salire sul cammello, che è una cavalcatura eccezionale, così dolce! perché l’asino invece spesso è cattivo, soprattutto se non è castrato, se vede un’asina è il disastro, grida, salta, fa cascare tutto il suo carico. Ma siccome ero piccola mi mettevano sempre sull’asino, ogni tanto c’era un incidente. Per noi bambini gli spostamenti erano divertentissimi, gli asini che si incrociavano, i bagagli che precipitavano a terra, i bellah che gridavano perché gli asini lontani prendessero la direzione degli altri, certe donne sui buoi tutte tremanti per la paura di cadere… La mia cuginetta Taya aveva una gatta graziosa, era una gatta selvatica, per un lungo periodo è stata legata fino a che è diventata domestica ma un giorno al momento dello spostamento delle tende se ne è andata, noi diciamo che i gatti non amano gli spostamenti, temono di essere anche loro caricati di bagagli come gli asini e i cammelli! Perché non fuggano bisogna legarli oppure la padrona deve tenerli con sé, sulle sue ginocchia.

Arrivati a destinazione bisognava ricostruire tutto, montare le tende, fare i recinti per le capre e le pecore, preparare da mangiare, riprendere la vita normale, tutti lavoravano, i ragazzi aiutavano gli uomini per i recinti e a separare i piccoli dalle madri, la bambine aiutavano la madre e le schiave, i più piccoli già si erano sparsi alla ricerca di frutti selvatici. Se come succedeva a volte l’accampamento era molto distante da un pozzo o da uno stagno, bisognava fare attenzione a non sprecare l’acqua perché gli uomini e le bellah partivano la mattina per il pozzo e tornavano solo di sera. I grandi si privavano di acqua per tutto il giorno per lasciarne ai bambini, non si cucinava, si beveva solo latte.

Dal momento che era un funzionario, mio padre era obbligato a stare in città e abbiamo quindi passato dei periodi a Tonka, a Goundam, ma sempre, appena arrivava il periodo delle piogge, ci mandava nel deserto, dovunque fossimo. A quel tempo avevamo moltissimi animali, bestiame, una situazione di grande benessere. Via via che crescevo le cose continuarono così, soltanto quando mio padre si è spostato a Gargandou e noi abbiamo cominciato la scuola, è andato lui nel deserto mentre noi figli  stavamo nel villaggio con una delle maman che prendeva con sé un terzo degli animali, se ne occupava durante l’anno scolastico, per le vacanze tornavamo tutti in brousse.

Dopo i miei sette anni, mio padre è stato trasferito in un villaggio songhay, la mia famiglia ha cercato di continuare a vivere come tra i Tuareg ma non era possibile. Io dovevo andare a scuola, mia madre che era legatissima alle tradizioni non voleva, diceva « Diventerà tacafar!», ossia infedele, per lei andare a scuola voleva dire abbandonare l’Islam, diventare come i Bianchi, perché in effetti a quei tempi la religione che veniva insegnata era quella cristiana, la storia, la letteratura, quelle francesi. «Perderò mia figlia!», gemeva, ma mio padre non ha cambiato idea, ho cominciato le scuole. Certo il cambiamento è stato completo! E poi si parlava un’altra lingua, ma non mi ci è voluto niente a integrarmi, danzavo con le altre ragazzine, tornavo a casa cantando le canzoni songhay, mia madre si disperava, mi rimproverava : « Hai fatto presto a farti rovinare! Lo sai che non devi cantare queste canzoni, ci sono quelle che cantavamo all’accampamento!».

Ma appena c’era una vacanza mio padre ci mandava subito in brousse nell’accampamento del suo grandfrère. Passavamo vacanze meravigliose. Ogni mattina come tutti i bambini dell’accampamento andavamo sulle dune, c’era un gioco che facevamo dopo la pioggia, ci tiravamo palle di sabbia umida, oppure andavamo a raccogliere i frutti selvatici, oppure negli stagni a lavarci quando le serve si spostavano di chilometri a cercare l’acqua. Il mio gioco preferito comunque era issorar, è il gioco che fanno le bambine, fanno le piccole tende, i personaggi, i cammelli fatti con l’osso della mascella degli animali, si parte in viaggio, “Io voglio andare in quell’accampamento!”, “Ecco siamo arrivati!”, “Ah! Ci sono ospiti stranieri, bisogna ammazzare il montone!”, tutto un viavai, si costruiscono storie, tutto come i grandi, si prepara da mangiare, la carovana parte, arriva. Quando ci chiamano perché è pronto si lascia tutto così e si va a mangiare.

Tutta la giornata passa così.

Nella stagione delle piogge si vanno a raccogliere i frutti selvatici, tarakat, le bambine di oggi non sanno neppure cos’è, sono piccoli frutti rossi, buonissimi! Passavamo la giornata a raccoglierne, riempivamo le ciotole. Così si imparava a conoscere le piante. Ci si allontanava dall’accampamento, verso gli stagni dove stanno alberi che danno frutti.

A dodici anni mi hanno detto che dovevo portare il velo, «Basta testa scoperta!», era come dire che ero diventata grande, non potevo più passare il tempo a giocare coi bambini, dovevo stare con le donne e imparare il ruolo che mi spettava. Per me era difficile dal momento che restavo solo tre mesi in brousse e per il resto dell’anno ero a scuola, la vita era completamente diversa. Mia madre si arrabbiava, mi insultava, mi dava continuamente ordini, mi diceva che il mio modo di comportarmi era indegno di una tuareg, io ero di fatto così turbolenta, allegra, non facevo che ballare e cantare, lei pretendeva che danzassi solo nelle grandi occasioni, come faceva lei, che fossi tranquilla, posata, che camminassi con eleganza misurando i miei passi, che quando parlavo non guardassi dritto negli occhi, che diventassi grassa! e a un certo punto ha deciso infatti di farmi ingrassare dalle schiave, un tormento, ma mio padre per fortuna quando è tornato da uno dei suoi viaggi e mi ha visto si è opposto, ha vietato che continuassero. Io ero insomma esattamente il contrario di quello che lei avrebbe voluto.

Avevo solo due anni quando mi hanno fidanzata al figlio del grandfrère di mio padre, un bambino che a quel tempo andava a scuola. Gli era stato dato il nome di un grand marabout e i figli del marabout  hanno giurato che non sarebbe mai riuscito alla scuola dei Bianchi. Difatti poi ha cercato di passare l’esame tre volte, niente da fare, nonostante fosse stato sempre il primo della classe, fino a che ha lasciato la scuola, è passato a quella coranica, è diventato anche lui un grande marabout. Questo è avvenuto al tempo in cui io passavo il mio DEF. Allora mi hanno fidanzato al suo petit frère che era un funzionario statale.

Anche io non sono riuscita a passare il bac dopo il liceo, per diversi motivi, in primo luogo mi godevo la mia libertà, andavo a ballare quando volevo col fatto che la mia famiglia non poteva controllarmi, stavano a duecento chilometri di distanza e per arrivare ci voleva un’intera giornata, le strade sono pessime e le piste difficili. In secondo luogo mi rifiutavo di avere rapporti intimi con i professori, i quali li pretendevano, con quello di fisica e chimica avevo davvero un problema! così alla fine ho dovuto abbandonare i corsi e quando c’è stato l’esame non l’ho passato. D’altra parte mia madre non faceva che fare benedizioni perché non riuscissi e siccome io credo a queste cose è andata a finire così. E mia madre tutta contenta!

In brousse comunque non ci volevo stare. A quel tempo la mia famiglia era tornata nella zona dove sono nata, allora ho deciso di andare a Bamako da mia sorella che si era sposata con un nostro cugino. Non ho chiesto il permesso ai miei genitori, non me l’avrebbero mai dato, per loro Bamako era una città dannata dove le ragazze stanno nei bar, si dimenticano chi sono. Quindi sono direttamente partita.

Dopo due mesi a Bamako sono tornata nel Nord con mia sorella e suo marito, abbiamo passato un mese in famiglia. Ho comunicato ai miei che sarei tornata nella capitale con loro per riprendere a studiare, non più il liceo, qualcos’altro. Mia madre si opponeva, rispondevo che se mia sorella fosse partita e non mi avessero lasciato andare con lei mi sarei persa nella brousseper seguirla. Mio cognato allora si è impegnato a prendersi la responsabilità di tutto quello che mi riguardava e alla fine mia madre ha dovuto accettare. Tutti invocavano benedizioni su di me, mi davano consigli, facevano raccomandazioni, soprattutto per quel che riguarda gli uomini!

A Bamako ho fatto domanda per una scuola professionale, ma non avevo appoggi per entrare, quindi non c’era che da affidarsi alla fortuna, che è arrivata in un altro modo. Mio padre aveva infatti un amico medico, anche lui tuareg. Questo mi ha convocato nel suo ufficio, l’Unicef aveva bisogno di una interprete animatrice e dal momento che avevo già perso quattro mesi aspettando di sapere qualcosa sulla scuola professionale senza nessun risultato ho accettato la proposta. All ’inizio ho fatto uno stage di un mese, poi dovevo lavorare a Gossi ma mio cognato ha rifiutato a causa dello stipendio che mi proponevano. Ma era arrivato già il mese di agosto, il migliore per le vacanze in brousse… Di colpo non avevo più nessuna voglia di lavorare! volevo solo stare con la mia famiglia e i miei genitori a godermi insieme a loro la stagione delle piogge. Abbandonate le giacche e le gonne, mi sono messa il velo nero, mi sono fatta le trecce tradizionali, sono partita per Gargandou. I miei erano già in brousse, è venuto mio fratello a cammello, abbiamo fatto una giornata di viaggio per arrivare all’accampamento, era bellissimo! passavamo per tutti gli antichi posti dove le tende si erano spostate negli anni, ero talmente felice!

Siamo arrivati nel momento in cui il sole si nasconde dietro gli alberi, tutti si sono precipitati verso di me, mia madre piangeva, mi ha fatto scendere dal cammello, anche io piangevo di gioia. Come quando arriva uno straniero hanno ucciso un montone, le altre famiglie hanno mandato il latte per accogliermi, la bellah ha montato per me la zanzariera, e mentre scendeva la notte tutti continuavano a starmi intorno,  chiedevano notizie, di mia sorella, di suo marito, di tutte le famiglie tuareg di Bamako. Poi le mie sorelle hanno organizzato in mio onore il tam-tam intorno a un grande fuoco, le ragazze e i ragazzi degli accampamenti vicini si sono uniti a noi… Ho continuato quella bella vita per due mesi.

Quando è arrivato il giorno di tornare in città, per studiare o per lavorare, mi hanno riaccompagnato al villaggio, ero talmente triste!, ma bisognava che partissi non potevo più restare a divertirmi, volevo fare qualcosa per aiutare i miei, vedevo come la natura aveva cominciato a degradarsi tutto intorno, capivo che quella vita magnifica era già cambiata, bisognava fare qualcosa per il mio popolo innocente rimasto nell’ignoranza, un popolo che neppure i colonizzatori sono riusciti a cambiare e che nell’ignoranza è rimasto. I Tuareg, i nomadi di un tempo in realtà stanno scomparendo. Nel Sahel di allora, quando ero bambina, le pianure erano verdi, deserte, vi si trovava ogni tipo di animali selvatici, le piante da foraggio avevano tutte le loro qualità, fiumi e laghi erano pieni di pesci e di sauri, le isole verdeggiavano di tappeti di fiori con colonie di uccelli posati sotto il sole. Dalla natura prendevamo tutto, i frutti, le granaglie, la carne. Nell ’accampamento, all’alba, cavalli di tutti i colori, ruggine, bianchi, grigi e neri nitrivano di gioia, i cammelli col dorso ricurvo e la coda che sbatteva sui fianchi, la testa verso il cielo, bramivano gravi di forza e di grandezza, vacche e capre coprivano le vallate e le cime delle dune. Dovunque c’era gioia, serenità, le tende di pelle color ocra ondeggiavano sotto il grande cielo, le dame sedute, una scodella colma poggiata sul cavo della mano, sorseggiavano lentamente il latte cagliato, i signori del luogo si offrivano piacevoli risvegli. Appena le greggi e le mandrie si avviavano verso i pascoli, cominciavano le chiacchiere, i giochi mescolati a canti e a poemi, le dame si incontravano sotto una  tenda dove si davano a un lavoro comune, cucire le pelli o filare il cotone, le ragazze si mettevano in disparte, accompagnavano col violino o con lo strumento monocorde arie penetranti.

Erano bellezze senza artificio, piene di candore, bastava uno sguardo ad affascinare, le labbra erano fresche, il sorriso meraviglioso, i gesti mirabili, una tinta perfetta di insondabile splendore, innocente e magnifico. I giovani si davano al bel tempo, a rischiosi esercizi fisici, la lotta, il salto, la lancia, il giavellotto, a gare diverse, gli uomini si riunivano a parlare sotto una tenda, ascoltavano narrazioni epiche, corsi di teologia islamica, poemi antichi, i classici arabi. Tutto respirava benessere, salute, sicurezza, c’era generosità. La caccia era l’occupazione essenziale, non soltanto divertimento. I cacciatori tornavano con le carovane cariche di carne secca, di olio di grasso animale, di pelli di struzzo da scambiare nei centri urbani contro tessuti, miele, granaglie, tè e zucchero. A quei tempi anche chi aveva soltanto i cani si assicurava quotidianamente la carne da consumare. La raccolta delle piante selvatiche e delle graminacee si completava con il latte e la carne come nutrimento essenziale. I fabbri fornivano i gioielli, le scodelle di legno, i letti, le selle dei cammelli e dei cavalli, spade, lance, coltelli di vario tipo. Le donne le sacche da viaggio. I griots, valletti e cortigiani dei ricchi, dei capi e delle belle donne facevano una vita splendida.

marabouts e i guaritori, che conoscevano le scienze e i segreti, avevano il monopolio della medicina tradizionale, trattavano ogni tipo di malattia e di follia, grazie al loro sapere prevenivano incidenti e rendevano la persona immune dal veleno dello scorpione, del serpente e dalle ferite del ferro. Ricevevano per questo centinaia di vacche e di montoni.
I nomadi non sono vagabondi dei grandi spazi, tutti i loro movimenti sono motivati. Avevano capito che una certa qualità di erba ha un valore nutritivo diverso a seconda del tipo di terreno, della stagione e dell’anno. Senza sosta cercavano pascoli per avere latte sufficiente. Se avessero potuto trovare sul posto un pascolo che avesse fornito il nutrimento giusto al bestiame sarebbero rimasti sedentari.

I colonizzatori si resero conto che i Tamasheq erano individui eccezionali. La misura efficace sarebbe stata rassicurare i nomadi in modo che potessero condurre eternamente il loro modo di vivere, ma abbandonati a se stessi i Tuareg hanno subito le conseguenze dell’ignoranza. La natura si degradava di anno in anno, le piante morivano, le dune si denudavano, gli alberi calcinati cadevano, i bei pascoli si trasformavano in dune di sabbia mobile, i nomadi si spostavano verso Sud, tutto precipitava orribilmente. Ormai la società nomade è arrivata al massimo del suo declino, della decadenza, migliaia di proprietari di grandi mandrie e greggi sono tornati a zero. Era lo sbando verso le città. Alcuni si sentirono presi da una misteriosa forza d’amore per i paesaggi noti come se la linfa della terra circolasse nelle loro vene. Se si fosse chiesto a uno di loro perché si intestardiva a rimanere in quei luoghi desolati piuttosto che fuggire verso le zone favorite avrebbe risposto “la gazzella e il suo paese: ha fame, ha sete, resta trattenuta dall’amore per la sua contrada, creperà là, le sue ossa vi si anneriranno”. Così interi accampamenti per anni e mesi si intestardirono a vagare intorno a qualche pozzo familiare, in un paesaggio da tempo distrutto, lo sguardo rivolto al cielo e a quella madre natura esausta e muta che non poteva dare più nulla. Le carestie avanzavano, prove terribili in cui la gente perse la testa. La siccità provocò la dispersione dei nomadi in tre correnti, quelli che si sono messi a vivacchiare intorno ai centri urbani, quelli che sono partiti in esilio fuori dei settori abituali, quelli che sono emigrati verso il Niger, la Nigeria , il Tchad, la Libia e l’Algeria.

Ahimé! io non avevo né i mezzi né il potere per ostacolare tutto questo, potevo solo tentare di essere autonoma e di lavorare in organismi che aiutassero chi era in difficoltà.
Sono stata a Tombouctou, sono stata in tutti i villaggi del Nord, non esistono villaggi tuareg. A Tombouctou,  a Leré, ci sono molti Tuareg, c’è un po’ di tutto, i Mauri, gli Arabi, i Songhay, i Bambara, è un centro commerciale dove tutti si incontrano, forse è un villaggio più nomade degli altri. A Tombouctou ho passato quattro anni al liceo, vedevo molti Tuareg, venivano a vendere gli animali, ce n’erano anche che vivevano là ma facevano una vita completamente cittadina, come i Songhay, lo stesso tipo di cucina, forse c’è qualcosa di diverso nell’abito, ma hanno botteghe, sono commercianti. Neppure Gao è una città tuareg, è come Tombouctou. Esistono però piccoli villaggi, ad esempio il mio, Gargandou, dove soltanto l’amministrazione non è tuareg, ma la vita è completamente nomade, durante il periodo delle piogge tutti lasciano il villaggio per seguire gli animali, tornano durante il periodo delle scuole, portano con sé una parte del bestiame, un terzo, ripartono alle prossime piogge. È sempre stato così. Oggi tuttavia ci sono molti più Tuareg sedentari di prima, più della metà dei Tuareg sono sedentari, a causa del fatto che prima c’erano molti più animali, voglio dire che oggi chi è sedentario lo è perché è costretto, perché non possiede più niente, che può fare? Esistono oggi questi villaggi fantasma, che si vuotano completamente nei periodi in cui c’è un po’ di pascolo. Prima i Tuareg non possedevano case, stavano negli accampamenti, oggi col ritorno dei rifugiati dopo la guerra del Nord, sono state costruite queste specie di villaggi. Naturalmente se hai gli animali che resti a fare nel villaggio? Non hai niente da mangiare, vai a cercare l’erba. Quello che ha anche cambiato la situazione oggi è la scuola. Nei campi di rifugiati la gente si incontrava, parlava, in un certo senso si è formato un nuovo modo di pensare, tutti oggi vogliono mandare i figli a scuola, hanno capito attraverso quegli incontri che senza scuola non c’era futuro. Allora, con i figli a scuola, bisogna fermarsi da qualche parte, anche se ancora molti se ne fregano completamente, non vogliono proprio che i figli studino. Se ci fossero scuole nomadi sarebbe diverso.

Quindi più della metà dei nomadi sono oggi sedentari per ragioni economiche. Personalmente io penso che la vita nomade è meravigliosa, il deserto durante le piogge! Durante gli altri periodi è durissima, non c’è niente, venti aridi che spazzano le dune e le piane, il caldo più torrido, ma noi amiamo anche questo, solo che non abbiamo nessun avvenire. Lo si vede bene, no? È bellissimo, è il mondo che noi amiamo, ma via via che gli animali finiscono finisce anche quella vita. Si stanno ad aspettare le ONG, gli organismi stranieri che vengano con i loro doni a insegnare come si deve fare, tanto per i nomadi non c’è alcuna programmazione. Se va va, se non va non va, non c’è nessuno che faccia qualcosa. È un popolo che è stato dimenticato perché viveva una vita assolutamente semplice, una vita che non può continuare. Io ho viaggiato abbastanza, so che molti hanno cambiato il loro modo di vita a causa delle incertezze del clima, sarà lo stesso per i Tuareg.

Non puoi pascolare gli animali perché non c’è più erba, non li puoi curare se sono malati, di colpo muoiono, in un solo giorno puoi perdere tutto il tuo capitale per un’epidemia, per la siccità, succede spesso. Ieri avevi mille vacche oggi più niente, diventi pazzo, non sai fare nient’altro. Mio padre in questi giorni ha perso centocinquanta vacche e trecento capre! Che ne dici? Le ha viste morire una dopo l’altra per mancanza d’acqua. I suoi animali! Nessuno può sapere cosa vuol dire vederli morire se non chi lo prova. Siamo nella stagione delle piogge, nel Nord non piove, se hai un gregge che fai? Non puoi mica continuare a portarlo qua e là, in cerca di qualche risorsa, per quanto tempo puoi andare avanti? È successo molte volte, annate in cui non ha piovuto, molti sono diventati completamente folli, non avevano più niente, zero.

Si diventa completamente malati, ci sono molte forme di depressione, si pensa continuamente a questo. Tutto quello che amavamo non c’è più, viviamo una vita che non è quella che vorremmo. Io ho sempre vissuto nei due ambienti diversi, per me è un po’ più semplice. Molti invece hanno dovuto cambiare di colpo. Alcuni, venendo via dai loro luoghi, vogliono dimenticare tutto, per questo qualcuno ti ha detto che i Tuareg che stanno a Bamako sono completamente un’altra cosa, sono degli acculturati, a volte hanno perfino vergogna di dichiararsi tuareg. Per me essere tuareg è la mia fierezza, io ne sono enormemente fiera! Invece quelli che là stavano male, la cui vita era dura, non avevano possibilità e sono venuti, si vergognano di quello che hanno vissuto prima. Ma chi ha realmente vissuto bene nel deserto non potrà mai provare vergogna, perché quale che sia la sua vita in città, la bellezza, la semplicità della vita nel deserto è assolutamente migliore.

Quest’anno, quando è morta Wartannogh, mia madre, siamo partiti, per me da tempo non succedeva che passassi dei giorni nell’accampamento, sono stata là due settimane, non volevo più tornare via, stavo così bene, a mio agio, ci si svegliava, facevamo il nostro tè del mattino, passavamo la giornata a parlare, andando da una tenda all’altra. E tutti stanno insieme, si vedono, è questo che unisce le persone. In città ognuno ha i suoi problemi, nessuno ha tempo di parlare con gli altri, questo rende completamente folle chi non c’è abituato, fa impazzire! Ci sono alcuni che dicono che la gente in città è impazzita, tutti quelli che stanno in brousse lo pensano, mentre chi sta in città li ritiene troppo semplici. Io invece li vedo così bene, così tranquilli… La tenda è bellissima, amo stare nella tenda, la tenda su una duna, sono tranquilla, non ho molto da fare là, ogni mattina ho da pulire, rimettere a posto, asciugare… tiro su il velo della tenda al mattino, a mezzogiorno lo calo un po’ verso ovest, lo sollevo verso est, sono tranquilla, ho il mio posto dove mi stendo, non devo cambiare continuamente, è una vita semplice, molto molto semplice. La città è tutto un bordello, case grandi, bisogna pulirle, cercare gente che ti aiuti, prenderla a servizio. Per te questo posto dove siamo è bello, con gli alberi e il fiume nello sfondo, a me non dice assolutamente niente, tutto quello che amo è il deserto durante il periodo delle piogge, sto su una duna, guardo un’altra duna da lontano, tutto è verde, le piante, l’erba è verde, tutto! È bello, è fresco, non te ne andresti mai, mentre nella stagione secca tutto è stinto, tutto è caldo. Se consideri i due periodi ti dici che davvero è un’ingiustizia. Nella stagione calda tutto è caldo! Caldissimo, il vento, ardente! E tuttavia è meglio che in città, di notte nel deserto fa fresco, in città soffri notte e giorno.

Mio padre non sopporta la città, preferisce sempre tornare subito indietro. Tutta la gente di una certa età, quelli che sono abituati al deserto, ti diranno ogni male della città. Dicono che la gente non è gentile, non è ospitale, non riceve gli estranei, sono tutti  nervosi. Mentre nel deserto tu vedi da lontano uno a cammello, subito gli vai incontro per chiamarlo, uccidi il montone, fai il tè, parli, discuti con lui. In città non ci sono rapporti, nel deserto ci sono rapporti con gli accampamenti, con gli altri, puoi trovare ad esempio dieci accampamenti nei dintorni, visite continuamente, continuamente! Tutto il tempo visite, si va qua e poi là, il tempo passa così, ricevi gli estranei e la sera organizzi il tam-tam, ogni sera, tra accampamenti. Ormai anche là è molto cambiato, non so…

Tanti se ne sono andati all’estero e sono tornati con altre idee, come sai sono dovuti andare via, in altri paesi e questo ha cambiato le mentalità, malati mentali! Nulla è più come prima”.

(II – Fine)