Jerewol

CORPO DEL CAPO 5

PREMESSA di E. D. V.

Durante la preparazione della rubrica “Mosse false Mosse vere”, mi è venuto in mente il film diWerner Herzog sui Woodabe.  Ne ho parlato a Barbara Fiore, che mi ha scritto in risposta la lettera che segue, in cui sviluppa una serie di riflessioni molto utili ad approfondire il tema delle “mosse”.

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Caro Enrico,

sì, conosco il film di Herzog sui Woodabe, ce l’ho, sta lì, accuratamente riposto. Questo film, che mi inviti a rivedere, io però non riesco a guardarlo. Comincio, ne guardo alcune scene, vado velocemente avanti, poi chiudo e metto via. Riprovo, ma è lo stesso. Certo, tutto sommato, con questo espediente l’ho visto interamente, ma reggerne l’intensità tutta di seguito non mi è possibile. So bene di cosa si tratta, Nostalgia, un sentimento che a volte può essere tale che non riesco a controllarlo e che è legato però solo a certi luoghi, e sempre gli stessi, deserto, accampamenti, certi villaggi in Africa. A certe persone, a certi momenti. Per esempio: notte, il basso muro di una casa di Leré, nel Nord del Mali, e al di là del muro il deserto, la luminosità che veniva solo dalle stelle (il villaggio, come per centinaia e centinaia di chilometri tutto intorno, non aveva luce) e un vento leggero, tiepido, il quale vento ha un odore di polvere, ma polvere di sabbia. Questo ricordo è intriso di nostalgia. Così come quello del villaggio di Tanga sull’altopiano dogon, e della casa del guaritore di follia che mi aveva accolto tra molte benedizioni. Ci aveva guidato, di sera (era già tardi e il villaggio dormiva), nell’intrico dei vicoli del villaggio un uomo che portava una lampada a petrolio, la quale per il molto uso aveva il vetro tutto offuscato, nel buio totale la fioca luce rosata bastava però a illuminare il cammino. Più tardi ci eravamo stese a dormire, la mia interprete e io, nella corte della casa del guaritore. Forse ti ho detto che là la notte è il momento del racconto, storie, proverbi, o favole, anche tra adulti. Mi ero addormentata ascoltando “La vecchia dei dèmoni”, sotto un cielo in cui le stelle erano luci incandescenti. Quando penso alla mia morte, io penso che incontrerò di nuovo il tale guaritore o la tale guaritrice, il vecchio Kansaye che andavo a trovare verso sera, la vecchissima Fadi che raccoglieva conchiglie sulla riva dell’Oceano a Nouakchott, in Mauritania, e alcuni altri, perché per loro provo nostalgia. Nulla del genere provo per persone che facevano parte della mia vita qui e che non ci sono più, persone molto più vicine, a cui ero stretta da legami in teoria molto più intimi e “di sangue”. Ma i legami non sono fatti oggettivi, sono sensazioni che si sono provate e nelle quali, io credo, si è riposto qualcosa che somiglia alla perfezione. Posso dire che “là” molte e molte volte io l’ho incontrata, la perfezione: è fatta di sensazioni e del benessere che generano, quasi che i sensi tutti avessero trovato improvvisamente l’armonia ideale, quella che inconsapevolmente e chissà per quali vicende interiori ci rappresentiamo come tale, se fosse una musica sarebbe una musica meravigliosa. Una volta, dopo una giornata di lavoro, verso il tramonto avevo preso la jeep ed ero uscita dal villaggio sulla pista di pietra dell’altopiano che porta alle falesie. Avevo messo una cassetta con il concerto di Bach per quattro cembali. Al tramonto, il paesaggio è tutto in rilievo, le ombre diventano nette e trasversali, è come se i sensi si espandessero, diventano così ricettivi che si prova qualcosa di simile a uno spasimo, ogni cosa risalta, i colori, le forme, i suoni nel silenzio. Spesso uscivo a quell’ora, facevo chilometri guidando e ascoltando la musica, era come una meditazione, visioni prive di pensiero. Di colpo, quella volta, su uno dei massi ai lati della pista è apparsa una figura, un uomo che indossava la gonna di fibre rosse e portava sul volto la maschera rettangolare di legno dell’Antilope, tutta a triangoli dipinti, ocra, neri e bianchi, e con corna scure. Tra i Dogon, le maschere, legate alla morte, sono un interdetto invalicabile per le donne: danzano nel villaggio in occasione dei funerali per affascinare l’anima vagante del defunto e convincerla a seguirle verso la caverna dove potrà finalmente riposare in pace. Le donne, che rappresentano la vita, non possono incontrarle, fuggono gridando e coprendosi gli occhi al solo suono del tamburo che le annuncia. Ora quella maschera dell’Antilope, vedendomi, era rimasta ferma sul masso, poi si era velocemente nascosta dietro un albero, per darmi il tempo di allontanarmi, ma io avevo fermato la macchina e stavo là, in immobile contemplazione Di nuovo era uscita, sembrava interdetta, come non capisse cosa volessi fare, usciva, si nascondeva. Poi è diventato un gioco, la maschera si mostrava, correva sui massi, si nascondeva dietro gli alberi, io stavo lì a guardare, una danza silenziosa, danza della gonna di fibre che nella luce dorata del tramonto erano straordinariamente rosse, accompagnata dai cembali della musica di Bach, musica che qualcuno ha definito “di compiutezza assoluta”. Pensai che sotto la maschera l’uomo stesse ridendo divertito, come d’altronde sorridevo io. Credo dunque che la nostalgia sia il ritorno a un sentimento di perfezione provato.

I Woodabe, e questo film di Herzog, generano in me questo sentimento in modo così potente che devo proteggermi. Se ci pensi, tutti i film di Herzog sono film sulla fantasia. La fantasia in quanto superamento del limite: da “Fitzcarraldo” con la nave che deve scavalcare la montagna, alla “Grande estasi dell’intagliatore” che salta sempre più in alto dai trampolini sugli sci, al film su Messner nell’Himalaya, a “Kalachakra” con i pellegrini tibetani che percorrono migliaia di chilometri genuflettendosi, ogni passo una genuflessione fino a toccare terra con la fronte, a quei folli personaggi che cercano con ogni mezzo di volare dedicando tutta la vita a progettare macchinari per arrivare a farlo. E se ci pensi, noi antropologi non facciamo che occuparci di fantasia, delle infinite fantasie umane.

I Woodabe. La prima volta che li ho incontrati era in Niger, nel 1977, al mercato di Agadez, una città di terra rossa, nel deserto, con una delle più belle moschee dell’Africa occidentale, una spettacolare guglia rastremata quadrangolare, anche questa di terra rossa; le strade allora erano ancora di sabbia. Erano due giovani uomini, con i larghi cappelli di paglia e cuoio, collane, orecchini, gli occhi bistrati, le capigliature intrecciate e ogni ben di Dio di talismani sopra pullover di shetland inglese comprati evidentemente a un banco dell’usato, di quelli che là vendono gli scarti degli scarti dell’Occidente. Pullover come quelli di due gentiluomini, uno mi ricordo che era verdino, portati su strette gonne di cuoio. Affabili e sorridenti si provavano occhiali da sole guardandosi in uno specchietto rotondo, stavano poggiati ai loro alti bastoni. Pensai che non avevo mai visto uomini più lievi e più splendenti. Poi li ho incontrati in Mali. Arrivavano al mercato del venerdì nel villaggio di Bandiagara sull’altopiano dogon, erano attesi per le loro medicine. Le donne woodabe, magrissime, con pettinature a matassa come quelle delle pitture rupestri sahariane, una serie di cerchi di alluminio portati come orecchini, vestite di indaco, tatuate di blu, bistrate di blu, esponevano al mercato complicatissime e leggerissime costruzioni fatte di filo di ferro con sospesi frammenti di specchio, di metallo, di stoffa, di plastica, sorta di mobiles come quelli che si appendono da noi al soffitto e dondolano con l’aria. Attiravano così i clienti a cui proponevano rimedi sotto forma di polveri, talismani, collanine fatte con elementi riciclati da ogni possibile rifiuto. Riciclano tutto i Woodabe e quello che ne viene fuori è magnifico. Le  parures di plastica, gomma, alluminio, fili colorati, che sostituiscono le perle di vetro, i grani d’argento o di oro, le stringhe di cuoio, materiali preziosi di un tempo, su di loro sono regali. Arrivavano a piedi dal Niger, stavano qualche giorno, e una mattina erano nuovamente spariti. Gentili e perfettamente indifferenti. Al confronto i Dogon non erano che rozzi contadini.

“Pastori del sole” li chiama Herzog. I Woodabe (il nome significa “quelli che rispettano molti tabù”, perché di fatto tutta la loro vita si svolge all’interno di una rete di regole, come vivessero in un mondo fatto di magie) sono nomadi, gli ultimi nomadi pastori di zebù. La loro fantasia ha prodotto un genere di vita basato sulla ricerca, una ricerca spasmodica dell’estetica, e poi sulla più totale indipendenza dalle costrizioni materiali. Non hanno infatti nessuna forma di abitazione, non una tenda, non una capanna, neppure un riparo. Si spostano unicamente a piedi. Vivono in pratica di latte. Quando si fermano più a lungo, nel deserto che percorrono con gli animali, costruiscono un lieve recinto di rami spinosi, poggiano su rami più grandi legati a costruire una sorta di basamento, le zucche tutte decorate che servono come contenitori, le stuoie per dormire. Leggeri bagagli, perché tutto quello che possiedono lo portano addosso. Hanno corpi longilinei, slanciati, elastici, che fanno pensare agli antichi Nilotici, dai quali peraltro forse discendono. Si muovono nello spazio lentamente, quasi graziosamente, l’espressione serena e indifferente, le donne “avanzando a piccoli passi ondulanti”, come dice un canto, esibendo discrezione. Gli uomini li riconosci subito in un mercato per le loro posture perfettamente rilassate, prive di costrizione nello stare ad esempio in un equilibrio da funamboli, come trampolieri, su un unico piede con l’altro poggiato sul ginocchio opposto, così che le gambe formano una sorta di P maiuscola, il lungo bastone sulle spalle, che passa dietro la nuca, con le braccia che ci passano al di sopra, lasciate pendere giù, abbandonate. A noi appaiono così vanitosi che viene da sorridere di piacere, e di fatto fin dalla nascita il corpo viene massaggiato in modo da favorire le caratteristiche richieste, testa piccola e rotonda, naso fine, membra allungate; anche tutti gli ornamenti, le acconciature, hanno lo scopo di esaltare quella immagine ideale.

Jerewol, la cerimonia filmata da Herzog, è una gara di bellezza maschile.  Jerewol, viene da un verbo che significa “destare”, perché all’alba un vecchio desta con un grido i giovani addormentati. È il giorno della sfida. Comincia il lunghissimo trucco che si vede nel film, un trucco che dura ore e ore fino a che i volti maschili non diventano maschere, volti divini, perché non sono più uomini né donne quelli che vediamo, ma esseri sovrannaturali. E come divinità si abbigliano, con una profusione di ornamenti scelti con cura ossessiva, indossati con meticolose prove, controllati nello specchietto infinite volte. Labbra blu elettrico, viso color giallo chiaro o bianco o di un intenso ocra, setto nasale sottolineato da una linea dritta dipinta, piccole croci, macchie, cerchi, punti colorati a completare il tutto. Stringhe, collane di perle, fasce, turbanti attorno alla testa. Bracciali di piume bianche o di cuoio e sempre, a coronare l’intera figura, una splendente piuma di struzzo ben dritta sull’acconciatura. Fanno pensare a quelle figurine fittili cretesi e agli dèi dipinti sulle metope dei templi greci coi loro sorrisi beati. Le donne, riunite in circolo, anche loro tutte truccate e adornate, con le oblunghe matasse di capelli nuovamente acconciate, donne scure, nere, illuminate solo dai cerchi di alluminio quasi dovessero per il resto essere invisibili, stanno in piedi, ferme e ad occhi bassi, in una posizione, con la mano sinistra che sostiene il viso, indicante “riflessione”. Allora, sotto l’effetto di una droga, gli uomini cominciano a tremare, tremano in modo incontrollabile mentre si proiettano con slanci verso l’alto, ma senza staccare i piedi dal terreno, nella danza che deve mettere in evidenza il corpo longilineo, stretti gli uni agli altri in una fila orizzontale, stralunando gli occhi in modo da mostrarne tutto il biancore e tirando indietro il più possibile le labbra quasi in un rictus, così da far risaltare la perfezione e il candore della dentatura, e facendo smorfie allo scopo, quasi fossero preda di un’improvvisa crisi di follia, o fossero manieratissimi cortigiani che ammiccando e sorridendo esageratamente volessero attirare su di sé la benevolenza di un despota. Ma a ben guardare, se ti concentri e resti a osservare a lungo, capisci che non si tratta di smorfie, almeno come noi le intendiamo, perché nulla hanno di caricaturale o di ridicolo, e nulla hanno neppure di smodato. Mi è venuto da pensare che vogliano appunto imitare la mimica degli esseri sovrannaturali essendo arrivati alla conclusione che così si atteggiano. E le donne intanto stanno là, apparentemente assorte nel contemplare la sabbia: che sottile gioco erotico viene messo in scena! Perché poi, quella che dirige la giuria fa qualche passo, ad occhi bassi si mette di fronte al prescelto, colui che sarà il vincitore di jerewol, quello che ha i tratti e il fisico ritenuti perfetti, che ha saputo inscenare la mimica più aggraziata, la più efficace. O la più divina. Passeranno la notte insieme, la bellezza provoca infatti subitaneo amore.

Ma, a proposito delle infinite fantasie che la mente umana produce, stavo pensando che nelle stesse zone in cui i Woodabe si muovono stanno i Tuareg, i cui uomini  sono invece completamente velati perché il viso non si deve mai mostrare. Neanche durante la notte un tuareg si spoglia del suo velo, il quale è dunque talmente tutt’uno con chi lo porta, che un uomo che ne sia privo non è riconoscibile agli altri. Chi infatti ha mai visto i suoi tratti? Quel che di lui si conosce è la foggia del suo turbante fatto di una lunghissima fascia color indaco avvolta in strati successivi così da costruire un’architettura complessa che lasci scoperta soltanto una stretta fessura all’altezza degli occhi. Le donne tuareg invece non si velano, ma in certe tribù particolarmente religiose, le appartenenti alla classe più alta si avvolgono nelle stuoie come dentro gusci, quando escono all’esterno, e così vanno anche a due a due, conversando. Se incontrano un uomo, nel caso sia per rango o per scelta un possibile partner, si racchiudono tutte, accucciandosi per terra in modo da mostrare solo la stuoia; se invece non può esserlo, perché di rango inferiore o perché non gradito, la abbassano, a volte rafforzando il gesto di rifiuto con una frase: “Credi forse di essere un uomo?”.

I Woodabe impersonano forse quella teoria di Serge Latouche sulla decrescita, che è di moda, ma su cui mi pare ci sia non poco da meditare. L’altro giorno ero con un amico il quale, ancora una volta, mi poneva il problema dei suoi libri, dei suoi CD, dei suoi DVD. Cosa fare? Sono tanti, e tanti ancora saranno, ci vorrebbero dunque altre librerie, scaffali, ripiani. Ma tutto ciò costa e come fare dunque? Come si può disfarsi delle cose? Come fai tu che ti disfi sempre di tutto, mi chiedeva. Ed è poi giusto? Eccetera eccetera eccetera. L’argomento, trattato già troppe volte, mi avrebbe provocato solo noia se non fosse stata l’occasione per pensare ancora una volta ai Woodabe. Certo a lui non potevo dirlo, avrebbe pensato che facevo “l’antropologa” e si sarebbe sentito aggredito, così come se gli avessi detto che anche lui era la manifestazione, giustificata ai suoi occhi dal pretesto della “cultura” ( i libri che si devono leggere, i giornali chesi devono leggere, i fil m c he “come non l’hai visto?”) di questa nostra società che giustamente tu definisci “bulimica”. Però io pensavo a questo sentendomi sempre più nostalgica di un mondo in cui si possa vivere in uno spazio aperto e splendente come il deserto e terribilmente nostalgica dei Woodabe, che ormai non ci sono quasi più, perché non c’è più spazio sulla Terra per loro. Agadez, la splendida città di terra rossa, ha oggi le strade asfaltate. Non esistono più le carovane di migliaia di cammelli e animali da trasporto che annualmente attraversavano il Teneré, “il vuoto” di dune, per raggiungere le saline di Bilma e fare rifornimento di lastre di sale da vendere nei mercati. Ci sono i tir, oggi, ma solo parlarne mi fa sentire male. Mi rendo conto che nel mio mestiere di antropologa oggi non faccio che lavorare sulle tracce di nostalgia di coloro che sono oggetto delle mie ricerche. Mi occupo di trovare i segni delle sopravvivenze. Come si muove un tuareg che fino a una decina di anni fa stava in una tenda di un accampamento tra le mura di cemento di una casa di città, spazio fatto di linee rette, rigida intelaiatura sovrapposta che non coincide con il modo di stare e di muoversi? Come si adatta, come trasforma, cosa conserva dentro di sé, come ricicla? Come sostituirà la mia amica Fadimata quel suo incedere lento e posato nello spazio avvolta da un velo che ricade simile a un peplo, abito che il modo di stare a cui l’educazione abitua richiede, oggi che dal deserto di Tombouctou è stata costretta a spostarsi nella caotica capitale del Mali? “Siamo ormai dei malati mentali”, dice.

Per concludere questa lunga lettera, la nostalgia mi pare sia di qualcosa che per me rappresenta la bellezza e quasi la perfezione. Perché il nulla, o praticamente nulla, di materiale dei Woodabe e la loro estrema attenzione per l’estetica mi sembrano tutt’uno. Il bello emerge dal vuoto.

Mi chiedi se un turista provi nostalgia: non so, tu che dici?      

Barbara