Sonetti del Badalucco/ 2

Vita e pensieri dell'attore Attilio Vecchiatto, con testimonianze autentiche di Enrico De Vivo, che ha avuto l'onore di conoscerlo e ospitarlo, permettendogli un rinfrescante soggiorno napoletano. Seconda parte.

badalucco2

Umbrarum fluctu terras mergente…”.

Giordano Bruno, “De la causa. Principio et Uno”

Vita di Attilio Vecchiatto (1936 – 1939)

Anno 1937. La bellissima madre di Attilio, Vittorina Brusatin, lascia la compagnia veneziana in cui recitava e si imbarca per raggiungere il figlio in Argentina. Attrice molto esperta, cresciuta in un teatro e capace di dirigere gli altri, appena arrivata a Buenos Aires propone alla compagna di Maria Delgado la messinscena d’un Amleto in italiano. Lei reciterà la parte della regina, Attilio quella di Amleto e Maria Delgado quella di Ofelia. Durante l’elaborazione di questa messinscena si forma un circolo italo-argentino dove si discute molto di teatro e delle innovazioni teatrali in Europa.

L’Amleto recitato al Teatro Colòn di Buenos Aires sorprende tutti per il tono eccitato della recitazione. Soprattutto sarà la quarta scena del terzo atto a attirare l’attenzione del pubblico. Qui il principe Amleto rinfaccia terribili colpe alla regina sua madre, fingendo d’essere impazzito; e l’interpretazione di Attilio e sua madre diventa una scena di pazzia. Amleto scuote sua madre, l’assalta spingendola su un letto, lottando con lei in un gioco che spesso sembra una lotta amorosa (Juan Mirò Sanchez, La carriera di A. V., “El Paìs”, Madrid, dicembre 1982). I giornali denunciano lo spettacolo come scandaloso, e l’accusa diventa il motivo del suo successo. Il successo si ripete al teatro municipale di Montevideo, al teatro de Popayàn in Colombia, e in untour nei maggiori teatri d’Argentina, fino a quello di Còrdoba.

1938. A Còrdoba un proprietario terriero di San Luis s’invaghisce di Vittorina e le propone il matrimonio. Lei è del tutto incerta sul da farsi. Quell’incertezza produce un dissidio tra Attilio e sua madre. I due si separano. Maria Delgado torna a Buenos Aires con la sua compagnia. Attilio si ritira in località Fuentes La Cruz, nella provincia di Santa Rosa. Vittorina visita le proprietà del suo pretendente, dove si fermerà per qualche settimana. Quando Attilio riceve questa notizia ha una reazione furiosa e comincia a scrivere a sua madre decine di lettere al giorno: segno d’una gelosia panica, che si potrebbe anche dire un  acutissimo innamoramento.

Nel gennaio del 1939, Vittorina si decide a respingere la proposta matrimoniale e raggiunge Attilio a Fuentes La Cruz. Per quattro mesi madre e figlio abitano nei dintorni di Santa Rosa, isolati nella grande casa che hanno affittato, dove vivono in un’aperta convivenza coniugale, secondo le notizie di Fulgencio Turner. Nel suo libro, Cuentos disparatados de Attilio Vecchiatto, Turner racconta alcune visite fatte ai due, e il clima di intimità tra di loro, e il silenzioso scandalo che si percepiva nei bisbigli e atteggiamenti della servitù. Ma la loro convivenza era destinata a durare ben poco. Durante il viaggio di ritorno a Buenos Aires, Vittorina muore all’improvviso, in una sperduta stazione tra le pampas, per un’emorragia cerebrale.

SONETTI DEL BADALUCCO NELL’ITALIA ODIERNA

11. Sonetto sulla televisione italiana. Scritto a Roma, durante una settimana di reclusione nel carcere di Regina Coeli

Signori, quelli che vi dan da bere
il cicaleccio di spettacolistiche
trasmissioni per passar le sere
con frescate politiche o calcistiche,

sono forse le più caratteristiche
facce di criminali da vedere,
più tristi assai delle bande teppistiche,
più torvi di chi sta nelle galere.

E voi sorbite con seral clistere
il succo marcio delle lor casistiche,
la morfina che vi fa stravedere
per vacue sceneggiate scandalistiche.

Ma cosa siete, carne o pesci lessi?
Non avete occhi? O siete proprio fessi?

(Appendice con cambio di tono)
Vorrei parlarvi con più cortesia,
vorrei mostrarvi la nostra fratellanza,
perché siamo tutti nella stessa scia,
e non ne possiam più di questa danza.

Ma temo che un’uscita non ci sia,
e Vecchiatto mostra qui la sua ignoranza.

12. Secondo sonetto sulla televisione italiana, egualmente composto nel carcere di Regina Coeli

Bastano trenta serate davanti
all’apparecchio di televisione
e non avrete più alcuna passione
per le cose sottili e dissonanti.

Ammirerete sol l’ostentazione,
le becere battute accattivanti,
il culo e le tette debordanti
di un’oca stridula da esposizione.

E vi parranno davvero esaltanti
le grida pubblicitarie d’un marpione,
che voi applaudite tutti in soggezione,
nello sfarzo di luci là davanti:

luci d’una vita ove tutto s’indora, 
nel borghese comfort della malora.

13. Nos cui mundus est patria

Viaggiando fu l’albergo il mio castello
o un rifugio o un giaciglio di fortuna,
una capanna in Colombia o un bordello,
oppure in Venezuela il chiar di luna.

Mai ebbi casa né ebbi quel rovello:
niente da dire “mio” in cosa alcuna,
da un posto all’altro avendo nel cervello  
l’idea che il mondo fosse la mia cuna.

Brontolava la moglie al ritornello
del nido necessario a far fortuna,       
per non migrare sempre a mo’ d’uccello
e aver la casa che gli affetti aduna.

Hai ragione Carlotta, cuore attento,
ma la nostra casa sta tra il nulla e il vento.

14. Sulla fabbricazione degli uomini politici attuali, come automi che esprimono l’assoluto niente parlando di tutto con la massima disinvoltura

Questi automi stanno dritti solamente
se ben pompati e ben pubblicizzati;
non sanno stare in piedi come gente
che possiede equilibri calibrati.

I fabbricanti si son dimenticati
d’inserire un baricentro consistente,
e non appena soli in un frangente             
quelli pencolano da tutti i lati.

Da troppe frasi fatte ottenebrati,
senza immaginazione sufficiente,
s’appoggiano ai palloni più gonfiati
per far carriera da automa dirigente.

Ed è la prova del politico provetto
che qui dirò nel prossimo sonetto.

15. Parlare senza non credere a niente. Continuazione del sonetto sulla fabbricazione dei politici attuali

Questi automi, messi a governar la gente
(pencolando qua e là come ho già detto)
tutto trasforman nell’assoluto niente:
e ora spiego come ciò va a effetto.

Un sì o un no per loro è equivalente,
e conta solo nell’attimo in cui è detto,
per far carriera e mostrasi ubbidiente
al capo da cui l’automa è protetto.

E dire frasi senza credere a niente
diventa il primo politico precetto,
sparso anche nella massa consenziente:
la quale imita l’automa che ha eletto.

Dunque infine: il niente  al tutto si equivale,
e il bene o il male, è sempre tutto uguale.

Testimonianza autetica sull’attore Vecchiatto resa da Enrico De Vivo (ex professore nella scuola media)

Teatro all’aria aperta

Nell’inverno dell’87, alcuni amici di Angri che si interessavano di teatro mi avevano chiesto di poter incontrare Attilio Vecchiatto per chiedergli consigli, e lui ha deciso di incontrarli nella piazza del paese. Qui faceva lezioni che consistevano nel mettersi a guardare la gente che passava, ascoltando le loro chiacchiere e imparandole a memoria. Agitando nell’aria il suo bastone, Attilio diceva: «il teatro ha qui la sua origine». Indicava una coppia di vecchi che transitavano, uno più arzillo e chiacchierone, l’altro mezzo acciaccato e claudicante, che annuiva quasi per dovere; poi tre ragazzetti interessati solo ai loro telefonini; e infine l’immancabile signora di mezza età, carica di borse di plastica – figura emblematica e misteriosa delle opere di Attilio. Un giorno mi ha detto (sottovoce, perché nessuno l’udisse) che nelle signore con le sporte della spesa si nascondono Iside e Venere, con tutte le loro mutazioni, compresa quella dell’invecchiamento. «Sono maghe, tutte maghe, in realtà!», mi sussurrava. E secondo lui queste donne possono estrarre di tutto dalle loro sporte della spesa: del cibo prelibato o una biblioteca di classici italiani, oppure visioni amorose che restano sospese nell’aria portando grandi desideri. «E soldi?», ho chiesto. «No, soldi niente», mi ha risposto, cambiando argomento.

 

Sulla piazza di Angri in due settimane Attilio è diventato una figura d’attrazione, e tutti lo salutavano con un certo rispetto, pur non sapendo di preciso chi fosse. Così un giorno gli è venuto in mente di vendere per strada i fascicoli con i Sonetti del Badalucco. Si portava dietro Carlotta, che metteva meno soggezione ai miei compaesani, per la delicatezza dei suoi  gesti e il tatto del suo parlare. E dopo era lei a occuparsi della vendita di quei fascicoli, tranne quando Attilio andava a mettersi in piedi su una panchina dei giardini pubblici, e declamava i suoi sonetti ad alta voce. Credo che i miei compaesani non afferrassero bene il succo dei suoi versi, ma erano incantati dal suo istrionismo. Al barRaiola ho sentito una sera qualcuno chiedergli: «Scusi tanto, maestro, ma chi sarebbe questo Badalucco?». Al che Attilio è salito su una sedia e ha fatto un gran discorso ai clienti del bar, dicendo che Badalucco è dentro di noi, non è un personaggio iscritto all’anagrafe, ma una categoria dello spirito. «Dunque quella domanda – diceva – dovete farla a voi stessi: chi è Badalucco? Sono anch’io un Badalucco o un suo collaboratore?».

 

L’idea che Badalucco fosse «una categoria dello spirito» ha messo in imbarazzo molti miei compaesani. Perché non capivano bene cosa volesse dire, e si tenevano d’occhio per vedere se qualcuno si dava le arie di aver capito. Cosa che succedeva spesso, e che ha creato una serie di «meditatori», i quali non facevano più le solite chiacchierate al bar, ma tacevano pensosi, e ogni tanto, anche giocando a biliardo, lasciavano uscire un sospiro. Alla domanda: «Che tiene ‘a suspira’?», rispondevano con la fronte aggrottata: «Eh! Badalucco è una categoria dello spirito, e noi siamo nel buio profondo».

 

Una sera, nel bar Raiola un mio conoscente che è stato assessore ed è persona di fine intelletto, ha affrontato coraggiosamente Attilio: «Senta – gli ha detto – io le do ragione in tutto, ma vorrei sapere una cosa: se il Badalucco è una categoria dello spirito, ci spieghi cosa sfugge a quell’ombra malefica che pesa sul nostro paese. Ho letto i suoi sonetti, sono belli, ma mi fanno sorgere una domanda. Chi è fuori da quella categoria dello spirito?». E qui ho visto il volto di Attilio distendersi in un gran sorriso: «Ma sono le donne con la sporta della spesa, perbacco!». Poi ha spiegato che le donne anziane che vanno a fare la spesa sono tutte portatrici di sogni, sortilegi o incantesimi. E che dalla loro sporta, se vogliono, possono far uscire di tutto: cibi succulenti, film, canzoni, pensieri amorosi, richiami di amici lontani, e cose che gli individui malati di badalucchismo non possono neanche immaginare. E ha detto anche che noi nascendo siamo venuti fuori da una sporta della spesa, come frutti della terra, nella grande materialità del mondo. Non so perché, ma alla fine di quel discorso i clienti del bar hanno applaudito freneticamente.

 

Attilio e Carlotta sono rimasti dalle nostre parti per circa un anno, e per quattro mesi a casa mia, dormendo nella cameretta di mio figlio. Silvana, mia moglie, si lamentava con me dicendo che quella non era un’ospitalità adatta a persone del genere: attori di grande fama. Lei e Carlotta erano diventate amiche, e Carlotta le raccontava a grandi linee la vita con Vecchiatto, gli infiniti viaggi, i loro successi nei teatri del Sud-America e in Europa, e nel loro teatrino del Bronx (New York). Io e Silvana non capivamo perché non trovassero lavoro in Italia. L’unico che aveva dimostrato interesse per loro era stato il grande attore Mario Scaccia, il quale, sapendo che si trovavano a Roma, li aveva invitati a pranzo, e aveva spiegato i motivi delle loro difficoltà. Secondo lui i motivi erano questi: l’avidità dei produttori, l’ignoranza dei funzionari affiliati al potere politico, e soprattutto la corruzione generale dell’intelletto prodotta dagli abominevoli spettacoli della televisione italiana. È dopo l’incontro con Mario Scaccia che Attilio ha scritto i suoi famosi sonetti sulla nostra televisione – sonetti ora studiati nelle scuole e nelle università, in Italia e all’estero.

 

A proposito della difficoltà di trovare lavoro in Italia, c’è un fatto che mi ha raccontato Alfonso, un mio ex collega della scuola media di Lecco. In coincidenza con il suo arrivo a Milano, è apparso un articolo nel quale un giornalista interrogava Dario Fo su Vecchiatto e i suoi successi parigini. E Fo aveva risposto seccamente di non aver mai sentito parlare di quell’attore né dei suoi successi. Attilio e Carlotta non sapevano spiegarsi la risposta; ma poco dopo è giunto loro un biglietto che diceva: «Vi consiglio di lasciare Milano al più presto. Dario Fo vuole denunciarvi perché l’avete calunniato!». Che mistero era questo? Ecco la storia che mi è stata raccontata. Fo avrebbe sentito dire che Attilio lo accusava d’aver usato dei falsi cileni, spacciandoli per rivoluzionari scampati al regime di Pinochet, per attirare più pubblico ai suoi spettacoli. Era un’accusa grave. Carlotta si preoccupava. Finché una notte verso le tre squilla il telefono e una voce maschile dice: «Scappate subito. Dario Fo sta arrivando dalle vostre parti, in vestaglia e ciabatte, imbestialito dalle vostre menzogne. Non riesce più a dormire, e sta battendo la via Pellegrino Rossi in mutande e ciabatte, con una squadra di falsi cileni per catturarvi». Può darsi fosse lo scherzo d’un inquilino mattoide che nutriva una forte antipatia per Vecchiatto? Sì, può darsi. Ma quella notte Carlotta e Attilio hanno fatto le valigie  e sono scappati via da Milano senza voler sapere altro.

 

Le lezioni di teatro all’aria aperta sono continuate, ma senza costrutto, perché i miei compaesani non capivano assolutamente l’idea del teatro che Attilio aveva in testa. Quelli che avevano cominciato a venire alle sue lezioni si sono ritirati tutti, tranne tre miei amici, che non nomino – perché, quando hanno saputo che scrivevo queste mie testimonianze, mi hanno pregato di non mettere i loro nomi, per timore di fare brutte figure. Dunque con questi di sera ci mettevamo a sedere sulle panchine vicino ai giardinetti, ma le lezioni si inchiodavano lì, nel niente da dire. Cosa che ad Attilio non dispiaceva: «Sì, stiamo zitti, è una buona cosa». «Ma allora cos’è questo teatro?», chiedeva uno di noi ogni tanto. E Attilio: «Non pensateci, cosa vi importa? Parole, parole, sempre parole! Un giorno o l’altro ve lo spiego. Ora stiamo zitti». E prima che andasse via da Angri, per trasferirsi a Capua dai fratelli Scannapieco, ci ha spiegato quello che aspettavamo da mesi…

 

La teoria di Attilio sul teatro si riassume in un esercizio che ci proponeva di fare. Lui prendeva uno di noi e gli diceva: «Vai al bar, parla con tutti, bevi qualcosa o gioca a biliardo, poi torna a casa e fai tutto come fosse normale». Il prescelto chiedeva: «Sì, ma cosa devo fare?» – «Fai quello che vuoi, ma intanto devi anche fare finta di essere te stesso». Questa è stata una cosa difficilissima da capire. Anch’io mi sono sforzato di fare quell’esercizio: andare a scuola, insegnare qualcosa ai miei scolari, tornare a casa, chiacchierare un po’ con mio figlio Amedeo, poi andare al bar o nella sala corse dei cavalli. E sempre facendo finta di essere me stesso. Ma la cosa mi preoccupava perché mi chiedevo: «Come faccio a fare finta di essere me stesso?». Attilio suggeriva: «Tu sei Enrico De Vivo per modo di dire. Sono parole, parole, solo parole. Cioè è come la facciata d’una casa, e dietro ci sono ombre vaganti. Noi siamo ombre, ma solo quando capiamo di essere ombre tra le ombre, capiamo anche la necessità di far finta di essere noi stessi. E di qui comincia il teatro». Non sono sicuro di avere capito questa teoria, ma qui ho fatto del mio meglio per esporla.

 

In febbraio, di sera, con Attilio andavamo al cantiere di una grossa villa in costruzione, ai piedi della montagna angrese. Qui mangiavamo un piatto cucinato dal guardiano Gargiulo, uomo strambo ma loquace e dall’animo gentile. Gargiulo non aveva mai conosciuto una donna, ma credeva di sapere come sono fatte sotto i vestiti, perché lui sapeva penetrare oltre le apparenze, e vedere anche attraverso i muri. Io chiedevo: «Come fai?». Gargiulo una volta ha risposto: «Faccio come  mio nonno». Poi ha raccontato che suo nonno, durante la guerra, era stato catturato dagli inglesi, chiuso in una tenda agli arresti per due anni, e s’era messo a parlare al proprio corpo. «Parlare come? Cosa gli diceva?», chiedevamo. Gargiulo rispondeva che suo nonno parlava al proprio corpo con versi che trascriveva in un quaderno, ed erano come nenie che lui cantava quando sentiva i turbamenti del corpo, ad esempio i turbamenti al pensiero di una donna. Quei canti portavano la calma negli appetiti o nelle disperazioni, e in questo modo lui aveva potuto sopravvivere. «Fai così anche tu?», ho chiesto una volta a Gargiulo. E lui: «Così faccio anch’io, e questo è il mio quaderno», disse una sera, mostrando ad Attilio un quadernone di color rosso con una etichetta al centro che diceva Discorsi di Gargiulo Gaetano di fuGiuseppe di fu Giovanni. Quella sera ho capito che quando Attilio diceva che dovevamo imparare a far finta di essere noi stessi, aveva in mente la stessa idea del nonno di Gargiulo. Si tratta di incantare e pacificare la nostra nullità, seguendo le apparenze, così da trovare un po’ di luce nel buio del mondo.

 

Nelle sere d’inverno, mentre la pioggia scorreva nei solchi del cemento grezzo e sul tetto della villa in costruzione, e il vento soffiava a tutta forza, restavamo fino a tardi in quella villa senza porte né finestre, al caldo di bracieri e fuochi improvvisati, bevendo e fumando. Io ci portavo l’ amico Sabino, a cui piacevano le dispute con Gargiulo – dispute sulla sua capacità di vedere al di là delle apparenze e amare le donne parlando al proprio corpo. E discutendo e bevendo Sabino finiva per cadere addormentato e ronfare. Altre volte venivano due amici, Campidoglio e Angioletto, che cantavano canzoni pop, aprivano cozze e cannolicchi e si beavano del tepore sfregandosi le mani e chiacchierando di non so cosa. Io e Attilio giocavamo a carte con Gargiulo. Gargiulo si univa ogni tanto ai due ospiti canterini, facendoci sentire le nenie che si era abituato a sussurrare al proprio corpo per incantarlo e pacificarlo. Era qualcosa di molto primitivo che ci avvolgeva in quei momenti – qualcosa che fa venire i brividi e al tempo stesso riscalda in modo strano, a pensarci ancora adesso, come siamo terrestri. (Forse  ancora per poco, diceva Attilio)

SONETTI DEL BADALUCCO NELL’ITALIA ODIERNA

16. Dedicato all’aria. Scritto a Firenze, sull’Arno, in località Nave a Rovezzano, nel gennaio 1985

Aria, aria che spazzi tutti i fumi,
vento che squassi gli alberi vetusti,
e anche voi vaneggianti onde dei fiumi,
musicali andamenti ai nostri gusti;

ascoltandovi si sciolgono i grumi
dei pensieri tappati dentro e angusti,
in un paese che per suoi costumi
è in mano a statueschi bellimbusti.

Noi non siamo di pietra e tra i frantumi
di statue celebri cresceranno arbusti,
nidi di ragni e vermi dei legumi
che il vento spazzerà coi suoi trambusti.

Certezze effimere, permanenza incerta,
questa è la mia canzone all’aria aperta.

17. Sul passare del tempo. Scritto a Firenze, in via Reims, in una casa amica, rievocando vecchi amori e il nulla che li ha seguiti

Le cose passan via di giorno in giorno,
nuvole, libri, amanti, gloria ambita,
e il polverone che s’è fatto intorno
s’impasta con la terra inaridita;

poi con le piogge autunnali al ritorno,
ciò che sembrava la retta via seguita
s’impaluda nel fango, e tutt’intorno   
non resta che il vuoto della nuda vita.

Anima mia, lontana dal frastorno
che un tempo ti rese illividita,
non pensar più a sconfitte né allo scorno,
ora apprezza ogni cosa ch’è finita.

Non c’è vita in guadagno, tutto è al vento,
noi siamo spore perse in spargimento.

18. In un albergo della campagna francese. Scritto nel 1980 all’Hôtel Arromanches-les-Bains, nella bassa Normandia

Vita trascorsa sempre in cammino,
in questo albergo un tempo ho soggiornato;
ora ci torno e il mio corpo è invecchiato,
cresciuto è il salice, morto il can volpino.

Poco ho dormito e all’alba m’ha svegliato
rumor di gazze dal pioppo cipressino;
esco all’aperto e indugio nel mattino;
nuvole malva fanno il cielo striato.

Da dove vengo m’hanno licenziato,
dove vado non avrò nessun inchino;
mi godo la giornata, bevo vino:
fare o non fare è sempre tempo andato.

Andare o stare è sempre un giorno in meno;
ma perché ho l’ansia di prendere un treno?

19. Da un rifugio di montagna. Scritto durante una camminata lungo il fiume Ain, nella regione Rhône-Alpes

Vecchio, vicino alla morte, distante
dagli uomini, mi ritiro in convento;
ma pregare non so e un sogno allettante
mi prende di disperdermi nel vento.

Da solo parto per sentieri all’istante,
visioni appaiono che mi fan contento,
giungo a un ruscello che blocca un tornante,
mi siedo a guardar le nubi controvento.

Qui incontro un legnaiolo, vecchio, aitante,
che saluta, m’offre il suo vino, io consento;
ridiam tra vecchi nell’aria frusciante
e il bisogno di tornare più non sento.

Scordo il ritorno alla vita ordinaria,
e questo è come sciogliermi nell’aria.

20. Lode del niente di speciale

Di legger libri non sono mai stanco,
ma se ne leggo troppi mi intontisco;
perché non trovo più quel gusto franco
di quando con le frasi anch’io fluisco.

Getto via il libro, seccato, al mio fianco;
le sue parole mi sembrano pietrisco;
io e lui ora sogniamo un libro bianco
senza quel bla bla bla in cui m’intontisco.

Poi lo riapro e come un saltimbanco
cerco qua e là: ecco un brano che gradisco!
Il cuore si rallegra, mi rinfranco,
che mistero c’è sotto? Non capisco.

Provo la gioia del niente di speciale,
e contento poso il libro sul guanciale.

 21. Fine d’anno. Come il precedente sonetto, anche questo fu scritto a Capua nel dicembre 1987, in casa dei fratelli Scannapieco, che qui  ringrazio per l’ospitalità

La povertà in vecchiaia m’accompagna,
dunque la solitudine non sento;
secco ho corpo che quasi non si bagna,
dunque di lui neppure mi lamento.

La nebbia tutto intorno qui ristagna,
la lascio entrare in spiffero col vento;
m’avvolge, mi distrae, ed è una cuccagna
anche esser nella stanza a fuoco spento.

Mia moglie dorme, dunque non si lagna;
io scrivo al tavolo, poi m’addormento;
un tarlo rode, fa la sua magagna;
finisce l’anno e non sono scontento.

Nel sonno non so più quale anno sia.
Ma che importa? Sia uno purchessia.

SONETTI DEL BADALUCCO/ 1
SONETTI DEL BADALUCCO/ 3

SONETTI DEL BADALUCCO/ 4