Lo Zibaldone campano di Enrico De Vivo

Recensione ai libri della collana "Questo è quel mondo" tratta da "il manifesto"

omini_macchina

Enrico De Vivo è il direttore di «Zibaldoni e altre meraviglie», una delle più note riviste letterarie on line, entro la cui varietas si è potuta apprezzare, all’occasione, anche la sua prosa tersa e riflessiva. Di recente l’editore veronese Quiedit, specializzato in titoli accademici, ha affidato a De Vivo la cura di una nuova collana di letteratura denominata «Questo è quel mondo», dove il richiamo al Leopardi del canto per Silvia è da intendersi come anelito controcorrente alla «conoscenza fondata sulla fantasia, con una critica, indiretta ma chiara, all’attualità e alla storia, dalle quali è bandito e rimosso qualsiasi pensiero non controllato». Sono i termini impiegati da De Vivo per presentare la collana, non lontani dall’epigrafe che aprirà ogni volume, presa stavolta dal Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, dove il classico recanatese auspica che si «sferri» e «scarceri» l’immaginazione, sottraendola «dall’oppressione dell’intelletto». Mentre la seconda delle prime due pubblicazioni inaugurali declina questo intento in forma romanzesca (Francesca Andreini, Nessuno ti può costringere), la prima è firmata dallo stesso De Vivo e introdotta da una prefazione di Gianni Celati, che è anche uno dei più strenui sostenitori dell’impresa di «Zibaldoni» e qui saluta un libro «scritto per le delizie del divagare, del riscrivere storie e tentare strade senza obbligo, in uno stato di atarassia napoletana, o dei paraggi». Divagazioni stanziali (pp. 132, € 13,00) è dunque una silloge di prose votate al «niente di speciale», ordinate in tre parti secondo la dominanza dell’«osservazione», dell’«ascolto» e del «pensiero». Le “riscritture” che aprono ciascuna sezione, rispettivamente dal Novellino, di Vittorio Imbriani e il Michael Koolhaas di Kleist, sono omaggi, segnavia e concessioni narrative in un libro che, per il resto, si muove con naturalezza nell’elemento digressivo annunciato dal titolo. L’humus tematico è la provincia campana tra Salerno e Napoli dove De Vivo è nato e che questi, tornatovi dopo anni di professione al nord, riscopre con stupore e lieve turbamento, tanto che la scrittura pare servire sovente da porto sicuro, approdo di un animo fine – e in questo vi è reminiscenza di un classico moderno che nel sito di «Zibaldoni» vanta un’intera sezione, e cioè Robert Walser. I rilievi in punta di dita sulla quotidianità, di un nitore ilare e pacato, paiono infatti poggiare, anche in De Vivo, sulla coscienza discreta dell’umana futilità, come negli «ex operai» della prosa omonima, relegati nell’invisibilità, o quel «funzionario dell’esistenza» recluso in un’ottusa subordinazione al proprio antagonista di una vita. E se nel complesso a guidare l’interesse sono i cari paesaggi suburbani sullo sfondo del Vesuvio o la fauna d’insegnanti e vecchi amici setacciati dalle miti fantasticazioni dell’autore, qua e là a salare il «niente di speciale» appaiono fenomeni appena più caratterizzati, come l’amico matto Felice Totano, dalla saggezza brada, o il ristoratore Ciccio Machiòchiera, vocato all’insuccesso commerciale ma felice così.

Pubblicato in il manifesto (in ALIAS) del 18 luglio 2009.