Lettera sui poeti appollaiati

di in: Politica poetica
Scabia POETI

Caro Roberto *,

da “quel” tempo oltre che editore sei anche un po’ tutor e padre (insieme a Celeste lo sposo) di Nane Oca. E dunque eccoti un nuovo racconto: quello di Nane Oca rivelato in cerca dei poeti appollaiati – azione teatrale, commedia in atto, evento di poesia, forma aperta – avvenuto la notte del 12 giugno verso il paese di Gabbro, sui monti alle spalle di Rosignano Marittimo, provincia di Livorno – là dove Goldoni ha ambientato la seconda commedia della Trilogia della villeggiatura.

Un mese fa sono andato a studiare il percorso con due giovani organizzatori e studiosi di teatro e poesia, Daria Balducelli e Marco Menini. L’organizzazione si chiama Armunia – l’ha inventata Massimo Paganelli, grande amico della ricerca teatrale (quasi tutto il nuovo è passato di là, o è stato allevato là) e della poesia. Da quelle parti, nella valle Benedetta, ho fatto, nel 1988, la prima camminata con un libro in mano (allora era Teatro con bosco e animali: bisogna ripubblicarlo) sopra l’acquedotto del Poccianti (un capolavoro inserito nei boschi) che porta l’acqua a Livorno. È stata la prima camminata teatrale e di poesia nei tempi moderni – nel Settecento, con un libro in mano, mi ricordo a passeggiare Rousseau.

Guadare ruscelli, entrare fra le erbe, appollaiare i poeti. Quattro giovani hanno accettato il gioco: si chiamano Francesca Genta, Azzurra D’Agostino, Francesca Matteoni, Carlo Carabba. Staranno nella notte con un loro libro in mano. Di persona conosco solo Azzurra che (le cose a volte conseguono dai nomi) veste sempre d’azzurro.

Viene il giorno 12, sabato. Ieri pioveva, oggi per Nane Oca no, fa bel tempo, bel vento maestro. Prima della notte leggono le loro poesie Umberto Fiori (è stato la voce degli Stormy Six) e un nuovo, molto sapiente, di quarant’anni, Guido Mazzoni, docente di letteratura italiana a Siena.

Alle 20, 40 si comincia – il Sole sa già cosa fare verso Occidente. E anch’io lo so, sul prato in declivio a fianco dall’agriturismo Cappellese da cui partiamo. C’è la bellezza della sera, la valle è ampia dipinta dal giallo, dal rosso vinaccia dei fiori d’erba spagna, dal verde d’ogni nome – grano, erba, pini, lecci, cipressi, quercioli, erica – che respiro ha lo spazio nel suo silenzio.

Il cammino sarà lungo, la gente è tanta, ce la faranno?

Sul prato faccio il prologo. Mostro, che pende da un ulivo, il cantastorie del Pavano Antico – dico che ovunque c’è un Pavano Antico. Mostro Pava, i Ronchi Palù, le foreste sorelle. Mostro l’albero dei poeti (un altro cantastorie, un metro per uno e cinquanta: è il disegno ingrandito che si trova all’inizio delle Foreste sorelle) – l’ho appoggiato a un leccio (che verde hanno i lecci!), mostro i poeti appollaiati: questo è Hölderlin, questo Keats, questo Esiodo, questo Omero, questo Zanzotto, questo Minghìn da Marmoreto, muratore poeta in ottave, e Rimbaud, Lautreamont, Campana, Alcofribàs, Birgilio Maroni e tanti altri. Sul platano alto, dico, si raccolgono ogni tanto Giovanni e i poeti della saga di Nane Oca a cantare, a fare gli usignoli e dirsi le poesie. Dico che stasera andiamo a cercare i poeti appollaiati (una volta magari lo farò il canzoniere dei poeti appollaiati). E dico che i poeti a volte – quando hanno visione e diventano ciechi – arrivano con la voce all’origine del tempo. L’altro giorno dall’amico di Antonella Toffolo (ricordi? a Campagnalupia prima di Nane Oca rivelato sopra la Vacca Mora mi aveva portato il libro romanzo coi disegni della donna amata, morta tre mesi fa) ho ricevuto un nuovo libro disegnato dall’amica, Il pifferaio di Hamelin narrato da Robert Browning e tradotto da Umberto Fiori: mostro il libro: che emozione quando dico che il dialogo coi morti è un fatto presente, e che stasera andiamo nell’oltre: e che c’è Umberto Fiori, conoscente e amico di Antonella: è un caso: ma restiamo per poco in silenzio e vedo il piangere.

Poi, per portare i partecipanti (i mistes) dal piangere al ridere dico che devono avere in mano il libro magico della rivelazione di Nane Oca per salvaguardarsi, il cammino è pericoloso, il gioco è di andare nella notte col libro in mano – libro che, come sai, rende immortale chi lo legge. Libro, l’archetipo libro. Perché, dico, quelli che hanno letto il Corano e la Bibbiasono tutti morti – chi ha letto i tre Nane Oca e bevuto il magico elisir di suor Gabriella e Zio Ade è ancora vivo (e Antonella?). Ma pochi hanno il libro – ce l’hanno a casa o lo compreranno dopo – qui l’organizzazione non ha funzionato – dovevo mettere per contratto che come ostrakon/biglietto di partecipazione venisse dato il libro: perché il gioco non è andar naturando nelle notti, ma andar camminando e ogni tanto leggere il poema della Pavante Foresta e della foreste sorelle per far sentire la voce che racconta agli usignoli, alle bestie, alle piante, alle pietre, all’acqua della rugiada e dei ruscelli, ai rari poeti appollaiati – sentirli rispondere; – e perché il romanzo di Nane Oca (in questo caso il filo dei poeti appollaiati) fa da testo sotto stante, canovaccio e schema vuoto, scenografia verbale: – e anche per pedagogia, perché tanto poco si legge soprattutto nei giovani lookizzati dalle telete e internete (e poi, chi cammina oggi nei boschi di notte?).

A chiusa del prologo leggo il finale del primo Nane Oca, quando il conte Chiarastella e Giovanni si avviano verso le foreste sorelle infinite. Prima di andare distribuisco a tutti il nuovo santino – da una parte ha l’albero fiorito della copertina di Nane Oca rivelato, dall’altra l’albero che canta nella notte – non guarisce niente, dico, non preserva dalle storte, non credo che abbia poteri, ma non si sa mai – poi chiedo a Martino Baldi, giovane poeta di Pistoia, di leggere una poesia, I mostri, che ha scritto per me pensando al viaggio nella notte – sento che tutti sono presi dall’incantamento, andiamo, solo io e Daria e Marco conosciamo il cammino, mi appoggio a un bastone sottile con dei campanellini, così mi sentiranno e non sprofonderanno nei brughi. Non sono il pifferaio di Hamelin.

Cammina cammina scendiamo in fondo valle per una carraia, lungheggiamo fra i campi d’erba spagna, saliamo ripidamente – a una curva attraggo la lunga fila (sembrano lucciole, hanno cominciato ad accendere le torce elettriche), salto un fosso e vado sotto un pino, fra erbe alte – qui leggo il Canto notturno di Nane Oca sopra il platano alto dei Ronchi Palù– che silenzio, che civette, che gufi e altre voci di uccelli. Ho fatto la pausa per consentire a Francesca Genta di andare al suo albero (non potevo lasciare soli poeti e poetesse tenerini nel grembo della notte, si sarebbero terrorizzati – li avrebbero mangiati le volpi e gli scarbonassi). Ci rimettiamo in cammino – c’è Venere pianeta accesa poco lontano – arriva sulla carraia un’auto piccola, lenta e sbalordita, di gente che abita laggiù, anche la donna autista sembra un poeta appollaiato, sorride e chiede scusa – ed ecco una lucina: appesa al ramo di un pino, su un’altalena, c’è la poetessa: legge per alcuni minuti, ha forza, ci entra in corpo con i suoi versi strani – riceve l’applauso e riparte con noi.

Adesso andiamo verso il sempre più scuro, il verde dei lecci e degli allori, da ogni parte cominciano ad affiorare le lucciole – per dare tempo al nuovo poeta di appollaiarsi leggo la poesia di Mandelsta m c ontro Stalin, quella che forse gli è costata la vita (ma come li amava Stalin certi poeti, se perfino gli telefonava, a Pasternak, a Bulgakov): anche Mandelstam è un poeta stasera qui appollaiato, dico – e finalmente ecco un lume: c’è Carlo che ci aspetta, appoggiato al muro di rami e foglie: la sua lettura è dolce, parla del padre, della nonna, loro recupero dentro di sé, dolore e resurrezione nei versi – intensità, emozione – ne abbiamo dono.

È passata un’ora e mezza, è notte fonda, non siamo ancora a metà cammino, sento nell’aria il tremito della poesia che si fa corpo che ascolta, sintonia – e fatica. Ci sono tanti giovani e diversi anziani – per loro si va un po’ più lenti – una signora si è portata la sedia pieghevole, gliela regge il figlio.

Si va con le luci di Venere e del Gabbro davanti – e lontane lontane lucine di non si sa che – di notte nei boschi il mondo prende mistero e può fare paura. Cosa perdono gli uomini a illuminare tutto!

Cammina cammina, in lieve salita – ecco, ora dobbiamo cominciare a scendere – ma c’è una radura fra ulivi inselvatichiti, vinchi, eriche e ornielli – dico: sediamoci un momento: sento che tutti sono contenti di riposarsi: leggo il capitolo dei poeti appollaiati, a pagina 74 di Nane Oca rivelato, quello che comincia con l’usignolo Lucilla che fa tiòp tiòp topotìt – la lettura è breve, importante è l’ascolto della notte – per leggere c’è bisogno della pila che mi illumina il viso – poi andiamo. Il sentiero va giù ripido, pieno di buche scavate dai cavalli, fra erbe alte fino al petto fitte di lucciole – dove sarà appollaiata la poetessa Francesca Matteoni? – non lo so neanch’io, il posto che avevamo stabilito un mese fa non andava più bene, dove sarà? Cerca cerca, eccola: è meravigliosa, diafana, color alabastro, magra, seduta fra i rami di un alberello – la sua voce somiglia a un’uccellina dentro un poema strano, ci resta il colore delle parole, adesso cominciano a svegliarsi gli usignoli.

Con quella voce di donna in corpo scendiamo ancora, il sentiero è sempre più difficile, bisogna pensare a ogni passo – mi volto e vedo la lunga fila di torce (quasi tutti led) – e intorno il lumìo delle lucciole – uomini e insetti in cammino (che cos’è la poesia?).

Arriviamo in fondo valle, il sentiero costeggia una rio e qualche declivio d’erba spagna, si sono svegliati tutti gli usignoli, è un concerto potente e delicato, forse saranno arrabbiati che li abbiamo svegliati, ma anche noi siamo usignoli, forse ci stanno rispondendo. È un gioco, no? Anche con le lucciole – che non sono mai sparite.

Ora dobbiamo incontrare Azzurra – dove sarà? Esplora esplora – eccola! È sulla soglia di una radura, la faccio salire su una pietra, è bellissima, emozionata forse, parla da usignola, il volto chiaro appena acceso da un led sembra uno di quei ritratti dipinti col bianco da Lorenzo Lotto.

Poi si torna ad andare, da più di tre ore siamo in cammino, bisogna guadare il rio, prendo per mano una giovane signora bionda, si chiama Renzia D’Incà, è venuta per fare la camminata ma io so che ha un libro in bozze dall’editore Manni, cominciando le ho detto sta’ pronta, preparati una poesia: la porto di là dall’acqua e dico a tutti: fermi là, adesso ascoltiamo Renzia: si vede luccicare l’acqua, lo sciacquio, Renzia legge da un taccuino, ritmata, una brevissima poesia su un gatto che diventa gioco nelle parole (ricordi i gatti di Eliot?). Poi tutti guadano, alcuni finiscono a mollo, c’è di nuovo da salire, ci sono ancora sorprese, è mezzanotte.

A metà pendio ci viene incontro Umberto Fiori (l’ho avvisato col telefono che stiamo arrivando – non ha potuto fare la camminata perché poco tempo fa si è fratturato un malleolo). C’è una radura cosparsa di fieno, faccio sedere tutti, la notte è la cupola più grande che ci sia, ecco la sorpresa: a pranzo ho chiesto a Martino Baldi di fare le ottave da cantastorie sul fatto oggi in prima pagina del Tirreno: l’assessore di un comune vicino ha assalita con pistola una banca qua intorno: era senza soldi. Martino ha fatto le ottave: non aveva coraggio di cantarle da solo, ho chiesto a Umberto se gli dava una mano. Adesso la cupola della notte e tutti i nostri occhi ascoltano i due cantori che si alternano – cantano alla maniera ariostesca, così dicono i miei amici di Marmoreto appennino di quel tipo di melodia.

Tutti siamo sbalorditi – ridiamo – le ottave sono scherzose, hanno il pepe toscano e Martino, che mai prima aveva cantato ottave, si scopre cantastorie.

La poesia (il canto), caro Roberto, è la porta stretta oltre cui veglia il logos.

Era l’ora di chiudere.

Mentre tutti hanno il respiro giusto dico: Adesso vi faccio capire il santino che vi ho dato per viatico, coi poeti appollaiati che stanno a cantare nella notte fino all’infinito: e leggo Visione notturna, dove tutta la saga di Nane Oca si rivela.

Poi piano piano, in silenzio e meditando, stanchi e un po’ trasformati, abbiamo risalito le ultime coste e siamo andati a casa, era verso l’una. Così abbiamo camminato nella notte dentro il racconto di Nane Oca rivelato in cerca dei poeti appollaiati.

Sono stato un po’ lungo e particolareggiato – ma so che ti piace ascoltare le visioni.

Ti abbraccio.

Giuliano

 

* [Roberto Cerati]